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L’ora della vergogna.

di Clemente Luciano. Di nuovo, qualche giorno fa, un’altra tragedia del mare. Un barcone, proveniente dalle coste della Libia, è affondato nelle acque del Mediterraneo, causando la morte di 130 migranti. E subito ritornano alla mente “quelle” foto, quelle immagini di qualche anno fa. Erano forti quelle immagini, tanto che all’epoca dei fatti, molti tg e giornali decisero di non mostrarle.

Credo,però,che,proprio perché forti,quelle immagini vadano viste.Perché è proprio e solo l’immagine,in tutta la sua spietata crudezza,che sa rendere certe emozioni più di mille parole.Perché quelle immagini mostrano a che punto di degrado è arrivata la nostra (dis)umanità,il nostro disinteresse,la nostra indifferenza.Quelle foto erano le foto di Alan Kurdi, il bambino che stava cercando di fuggire con la sua famiglia dalle violenze della guerra civile siriana e dell’Isis.Aveva solo tre anni quel bambino quando fu fotografato riverso e senza vita sulla spiaggia di Bodrum,in Turchia,dove le acque del mare lo avevano portato ormai morto.Quella foto fece presto il giro del mondo.

E quel bambino diventò il simbolo del fallimento dell’Europa nella gestione dei flussi migratori in quell’estate del 2015 affollata di sbarchi e di Paesi che si rimpallavano l’accoglienza dei rifugiati.”Mai più” dissero solennemente quel giorno tutti i governi europei.E cos’altro potevano dire davanti all’immagine di quel corpicino riverso su una spiaggia?Eppure quel “mai più” era già stato detto tante altre volte dall’Europa.Nel 2013,fu detto,per esempio,difronte alla prima,grande tragedia del Mediterraneo che vide la morte di 368 morti in un barcone che si incendiò davanti Lampedusa.

E poi ancora tante altre volte,almeno 1250 altre volte,fu ripetuto quel “mai più”,mentre le organizzazioni internazionali hanno calcolato che i morti di queste tragedie sono ad oggi più di 23.000.E adesso,in questi giorni,la nuova tragedia che ha visto affogare nelle acque del Mediterraneo altre 130 persone.Il sentimento,l’emozione che si prova,o almeno che si “dovrebbe” provare difronte a quei corpi che galleggiavano sulle acque,senza vita,in balia delle onde,è quella espressa da Papa Francesco: “E’ l’ora della vergogna”.

Ed infatti è proprio un senso di vergogna,quello che si dovrebbe provare,per il cinismo e la cattiva coscienza di un Paese,il nostro,e di un continente,l’Europa,che fingono di non accorgersi di queste tragedie.E non c’è alibi che tenga,nemmeno quello della pandemia,che possa giustificare le nostre coscienze.

L’Europa,per calcolo politico ed ignavia,sta rinunciando anche solo ad immaginare una politica dei flussi migratori,del diritto di asilo e un sistema di soccorso che tenga insieme le ragioni della sicurezza dei confini,della lotta al traffico di esseri umani con i diritti fondamentali,primo fra tutti,quello di strappare un nostro simile alla morte terribile per annegamento.Il sistema,attuale,invece,fa si che decine di migliaia di persone affoghino in mare e che altre centinaia di migliaia  siano rinchiuse nei campi di concentramento della Libia,dove la norma è lo stupro,la tortura,l’omicidio,il commercio di esseri umani.

Non può bastare che ancora oggi,così come nel 2015,quando,di fronte al corpo senza vita di quel bimbo siriano,Alan Kurdi,si giuri solennemente ma ipocritamente:”mai più”,per poi tornare tranquillamente nell’insensibilità delle nostre convenienze e della nostra indifferenza.O,peggio,che ci siano spettacoli osceni di sciacallaggio ideologico come quello del nostrano “campione nazionale” Matteo Salvini,secondo il quale quelle morti sono causate dai “buonisti” che sostengono le Ong(una nave di una di quelle Ong si chiama proprio Alan Kurdi).Certo.Nessuno può pensare che l’Italia possa fronteggiare da sola questa immane catastrofe umanitaria continentale.Ma il presidente del Consiglio Mario Draghi è uomo troppo intelligente per non comprendere che altra è la strada per costruire una nuova Italia e una nuova Europa.

E dunque proprio Draghi che,unico in Europa,ha avuto il coraggio di dire che Erdogan è un dittatore,dovrà ripensare a quanto siano state infelici le sue stesse parole con cui,nella sua recente visita a Tripoli,ha ringraziato la guardia costiera libica,la stessa che avrebbe dovuto evitare stragi come quella dei 130.Perché quelle sue parole equivalgono ad accreditare l’idea che la soluzione di questa immane tragedia passi attraverso la delega delle nostre responsabilità e di quelle dell’Europa ad uno Stato,la Libia,dove i diritti fondamentali sono quotidianamente soffocati.Un paese,la Libia,la cui ricostruzione e stabilizzazione richiederanno tempi lunghi e sulla cui sovranità pesano le ipoteche di due tiranni,aguzzini di libertà come Erdogan e Putin.

Quando non era ancora Presidente del Consiglio,Draghi indicò all’Europa la necessità di cogliere l’occasione della pandemia per cambiare il modo e la ragion d’essere dell’Unione europea.Adesso,da premier riconosciuto a livello mondiale(il “New York Times” gli ha già riconosciuto la capacità di essere uno dei più grandi e autorevoli leader europei)può essere il primo interlocutore di Bruxelles per fare del nostro Paese la locomotiva di una rivoluzione che oltre a fronteggiare la pandemia,aggiunga un altro obiettivo e un altro aggettivo:Europa solidale.

Un aggettivo che porti,con buona pace delle italiche forze populiste e sovraniste,guidate da Salvini e Meloni,a una riapertura immediata di corridoi umanitari,all’attivazione di evacuazioni di emergenza,alla riconfigurazione altrettanto immediata delle modalità del soccorso nel Mediterraneo e alla redistribuzione dei richiedenti asilo in tutta Europa.Per tornare ad essere,cioè,di nuovo “umani” e far finire questa triste ora della vergogna.

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