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Vite precarie.

di Clemente Luciano. Di “loro”, delle loro esistenze, ce ne siamo accorti solo forse adesso, in questo tempo di pandemia, quando, nelle nostre vite recluse, siamo restati forzatamente a casa, senza poter uscire e andare fuori con gli amici per una cena o una pizza.

Così ci siamo accorti di loro, di quel ghost people ,di quel popolo fantasma che sono i rider, i ciclisti, che sotto la pioggia, con il freddo e con il virus incombente per le vie delle città, ci portavano il pranzo o la cena calda nelle nostre case. E per portarcele calde dovevano correre sulle loro bici, con scatoloni termici in spalla: dovevano correre e lasciare per strada diritti e tutele lavorative, per eseguire consegne entro i ristretti tempi imposti loro dalle app e dagli algoritmi delle “Food Delivery”, come Just Eat,Glovo,Deliveroo,Uber Eat,Foodora, cioè quelle società di consegna di cibo a domicilio, i “datori di lavoro” dei riders.

Questi moderni “fattorini” sono, in realtà degli sfruttati o dei neo-schiavi, considerati merce, al pari delle merci che trasportano, poiché soggetti agli indici di gradimento di clientela e datori di lavoro. Perchè per il “servizio” effettuato, queste persone sono valutate con le stelline o gli emoticon, che indica l’indice di “soddisfazione” del cliente e il loro ranking è determinato da un algoritmo. Il tutto per una paga che, a seconda delle piattaforme, può anche rasentare i 2-3 euro a consegna più incentivi.

Precarietà e miseria a due ruote.Una condizione che connota migliaia di persone in Italia,in maggior parte giovani e immigrati.Questi “nuovi schiavi”,si muovono tutti i giorni dalle loro abitazioni,tornando poi a casa stremati dalle lunghe pedalate nel traffico e sotto lo smog.Sono gli ultimi tra gli ultimi delle categorie di lavoratori e,in questo tempo di pandemia,hanno messo a rischio la loro salute spesso per uno “sfizio” di sushi,pizza e patatine,un qualcosa che qualcuno può concedersi a danno di qualcun altro,come loro,che per star dentro i tempi di consegna,a stento riescono a consumare un panino.

E’ un mondo al nero quello dei riders,perché il mondo del food delivery si nutre di lavoro nero:tutto un mondo di applicazioni,appalti e gestioni dalla configurazione non chiara,con prestanome e vertici difficilmente individuabili.Di fatto oggi i riders vengono assunti senza alcune tutele fondamentali,con salari ridicoli e altri rischi di truffa,in un mercato che si è ancora più esteso dallo scoppio dell’emergenza sanitaria.Infatti da un’analisi del Censis è emerso che più di un italiano su tre(37%)ha ordinato,durante l’anno,dal telefono o dal proprio Pc pizza o piatti etnici.

Già nel triennio antecedente la pandemia il delivery era un settore in rapida espansione.Poi,con lo tsunami del coronavirus,le grandi piattaforme della consegna del cibo a domicilio hanno moltiplicato i loro affari,proponendo ai clienti offerte vantaggiose,anche con un taglio sui prezzi sul “servizio”.Il tutto è ricaduto,ovviamente,su di “loro”,sui riders,che,a fronte di un aumento delle richieste di consegne,hanno dovuto provvedere in proprio alla protezione dal virus,non essendo loro fornito,dalle associazioni di Delivery,alcun presidio,nessunamascherina,guanti o gel.Praticamente le loro vite valevano quanto o meno di una di quelle pizze che andavano a consegnare.

Ma intanto in quei giorni “loro” continuavano a correre sulle strade delle città italiane.E se qualcuno di loro per la fretta cadeva dalla bici,o peggio si beccava il covid,hai voglia a parlare di malattia o infortunio sul lavoro,come accade per un normale dipendente della Pubblica Amministrazione.Anzi,il lavoro lo perdevano,perchè “sforavano” i tempi dell’algoritmo.Qualcosa è stato fatto anche grazie ad alcune Sentenze di qualche giudice del lavoro e alcuni dei riders sono stati inquadrati come dipendenti a tempo indeterminato dalle Associazioni del delivery.Restano tuttavia senza risposta molte altre questioni.

Anche in questa tragedia del covid s’è vista la grande disparità tra garantiti e meno garantiti o per niente garantiti.Perchè anche il covid non è stato uguale per tutti.Se molti di noi sono restati a casa a lavorare da remoto,in smart working,altri,come i riders e tanti altri precari,hanno visto trattate le proprie vite come vite “minori”,sotto l’occhio del Grande Fratello,l’Algoritmo.Eppure questo tempo di pandemia ci dovrebbe insegnare che anche le nostre vite “normali” dipendono da quei ragazzi dei supermercati,dei riders delle Food Delivery e dei corrieri di Amazon e che perciò non ci sono,a dirla con Orwell,vite più “uguali” delle altre.

Domani,usciti dall’emergenza bisognerà ripensare il nostro welfare e il mercato del lavoro.Sinora si è lasciata crescere in maniera incontrollata la fetta dei flessibili che in qualche modo compensava l’inflessibilità degli altri,andando a coprire ogni tipo di mercato e di servizio,lavorando questi precari,spesso senza straordinari né ferie pagate.Nei prossimi anni,però,i nati negli anni ’90 usciranno dal mercato del lavoro,peraltro con pochi spiccioli di pensione.Se a questo si unisce l’inverno demografico del Paese,può avvenire il paradosso che non ci saranno abbastanza persone in grado di pagare le pensioni,sia dei precari che dei dipendenti.Ed è anche per questo che le vite dei riders e dei precari in genere,sono storie che riguardano tutti noi.

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