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Un’Italia migliore parte prima di tutto da noi. di Sergio Fissore

di Sergio Fissore. Passerà. Passerà questa pandemia, il virus, le mascherine, i giorni di reclusione domestica, il jogging nel corridoio, la TV sempre accesa, a pranzo e cena un solo argomento, i TG che ripetono tre volte la stessa notizia, i talk show che giocano a chi la spara più grossa, la caccia al record della gocciolina di saliva e agli intervistati a caso.

Non passerà il ricordo dei morti. No, non numeri. Questo ci dicono ogni giorno: numeri. Ma i morti non sono numeri. I numeri avevano un nome ed un cognome, un’età, dei figli, forse dei nipoti, una moglie o un marito, dei parenti. Ognuno di questi morti non ha potuto vedere e parlare con i i loro cari e salutarli, neppure per l’ultima volta. I camion militari che escono di notte da Bergamo carichi di bare, bare accatastate nella chiesa del Pio Albergo Trivulzio o in altre case di riposo, dove per molti, troppi ospiti il riposo è diventato eterno. Tutte bare con dentro nomi e cognomi.

Non passerà l’eterno grazie dovuto ai medici, gli infermieri e tutto il personale parasanitario, sottoposto ad un calvario operativo interminabile, spesso senza avere gli strumenti per agire o per proteggersi e che hanno pagato un numero di vittime troppo alto per essere casuale.

Non passerà la telefonata o il post su un social che ci avvisava di un amico, un conoscente o anche solo un concittadino era improvvisamente salita la febbre, aveva tosse e non percepiva più odori e sapori. Non passerà la notizia della sua guarigione o del suo aggravarsi, il suo tornare a casa o diventare un numero.

Non dovranno passare in silenzio tutti gli errori commessi nella gestione del dramma, la sanità ridotta al lumicino da anni di tagli economici, l’iniziale saturazione dei Pronto Soccorso, le misure intraprese con colpevole ritardo, le bieche affermazioni di biechi politici a caccia di voti gridando di aprire le chiese, come se per pregare un dio ci fosse bisogno di mura.

Tenteranno di far passare in silenzio la mancata chiusura delle fabbriche di armi, l’improvvisazione dello smart working, la sequela di autodichiarazioni statali e le puntualizzazioni regionali, prefettizie e comunali, talvolta in contrasto fra loro e non chiare negli intenti agli utenti.

Tenteranno di far passare in silenzio le diverse interpretazioni di diverse regioni su diverse ordinanze e la vergogna che a nessuno, nel redigere la legge della sanità regionale, sia venuto in mente che in un’emergenza come questa un’unica centrale operativa e decisionale, invece di tanti capetti attenti più alle conferenze stampa che al numero di tamponi o delle mascherine, sarebbe stato certamente meglio.

Ricordiamoci cosa è accaduto e non dimentichiamo. Un’Italia migliore parte prima di tutto da noi. Nel ripartire, nella ricostruzione, nel voto.

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