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La Storia dell’uomo, dalle origini ad oggi.

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di Alberto Sigona.  Da oggi, in esclusiva assoluta su Freeskipper Italia, debutta una straordinaria serie a puntate dedicata alla storia dell’uomo dalle origini al Terzo Millennio. Una piccola grande “opera” senza eguali nel mondo del web, che si propone di riassumere gli eventi che hanno segnato il percorso dell’umanità, passando per guerre, conquiste, scoperte, rivoluzioni ecc…, al fine di aiutare i lettori a riordinare le idee sulla storia dell’umanità, fissandone i concetti e gli episodi più significativi, dai quali non si può prescindere. Una “summa” che farà appassionare anche coloro che in genere non hanno amato tale disciplina.

“La cultura non si può ottenere se non si conosce la propria storia.” [Dario Fo].

PRIMA PUNTATA.

LA PREISTORIA. La Preistoria è convenzionalmente indicata come il periodo della storia umana che precede l’invenzione della scrittura. Si divide in due grandi ere: Paleolitico e Neolitico. La prima era, chiamata anche età della pietra antica, dura dalla comparsa dell’uomo fino a 10.000 anni fa. La seconda era, età della pietra nuova, inizia in linea di massima 10.000 anni fa, quando l’uomo comincia a coltivare piante ed allevare animali; si conclude con l’invenzione della scrittura, ovvero con la nascita della storia propriamente detta. I tempi di sviluppo però variano da zona a zona, con scarti anche di diversi secoli.

L’EVOLUZIONE DELL’UOMO. Alla fine  del Mesozoico (l’era dei dinosauri) una specie simile alle attuali tupaie si distaccò dal ceppo degli altri mammiferi primitivi, per dare inizio alla comparsa dei “primati”, comprendente una miriade di forme animali, fra cui le scimmie antropomorfe (comparse 65 milioni di anni fa), dal cui gruppo, circa 4 milioni di anni fa, sarebbe poi nato l’antenato dell’uomo: si trattava dell’ominide Australopithecus (comparso in Africa, la cui origine ci è nota dal 1925), che nel tempo era stata in grado di assumere la posizione bipeda, per una peculiarità che l’avvantaggiò notevolmente rispetto agli altri primati, facendole compiere un balzo in avanti nell’evoluzione. Ma un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della specie lo giocherà in primis lo sviluppo del cervello: l’Australopithecus, infatti, non vantava la stessa forza degli animali e per sopravvivere doveva di conseguenza fare un grande uso della ragione, ad esempio costruendo armi da difesa ed offesa. Fu così che nacque 3 milioni  di anni fa il primo genere di uomo (i primi rappresentanti del genere Homo ci sono noti dal ’64), l’Homo Abilis, in coincidenza con l’età della pietra.
Poi 2 milione di anni fa sarà la volta dell’Homo Erectus che aveva sviluppato ulteriormente le capacità intellettive, imparando fra l’altro ad accendere il fuoco ed a conservarlo (circa 400.000 anni fa), utilizzandolo per cuocere carne, illuminare, riscaldare e tenere lontane le belve feroci. L’Homo Erectus cominciò anche a vivere in gruppo, ad elaborare primitive forme di linguaggio per comunicare, e a diffondersi non solo in Africa ma anche in zone dell’Asia e dell’Europa.
Gli ominidi cominciarono ad assomigliare di più all’uomo di oggi circa 300.000 anni fa, con l’Homo Sapiens . Egli aveva un cervello sviluppato come il nostro, cacciava, raccoglieva vegetali, costruiva capanne e utensili, confezionava abiti con le pelli degli animali uccisi. L’Homo Sapiens si estinse 40.000 anni fa, soppiantato dall’’Homo Sapiens Sapiens (Uomo di Cro Magnon), diretto progenitore dell’essere umano moderno, con abilità linguistiche ed intellettuali superiori al suo predecessore. Egli imparò pian piano non solo ad adattarsi all’ambiente ma anche a modificarlo secondo le sue esigenze. 20000 anni fa si registrò l’invenzione dell’Arco, che rispetto alla Lancia permetteva di cacciare meglio.

LA RIVOLUZIONE NEOLITICA. Circa 10.000 anni fa vi fu l’importantissima transizione da un’economia di sussistenza, basata su caccia e raccolta, all’addomesticazione di animali e alla coltivazione di piante, per quella che viene ricordata dagli storici come “rivoluzione neolitica”. Ciò permise agli uomini di non basare la propria sopravvivenza esclusivamente sul nomadismo, ponendo le basi per una primitiva urbanizzazione, che avrebbe portato un giorno alla nascita delle prime civiltà.
Nell’ultima fase dell’età neolitica (dalla quale partirà più o meno la nostra narrazione di STORIA ANTICA), in Oriente venne inventata la metallurgia. L’uomo, infatti, si accorse che il rame, che si trovava allo stato puro in natura, si fondeva con il calore del fuoco ed assumeva ogni forma che gli veniva data. La diffusione della tecnica di lavorazione di questo metallo segnò l’inizio dell’età del rame.
Più tardi si scoprì che mescolando il rame e lo stagno si poteva ottenere il bronzo, lega molto più resistente e dura, adatta per fabbricare armi, e iniziò così l’età del bronzo. Secoli dopo si diffuse la lavorazione di un metallo molto raro allo stato puro e difficile da fondere, il ferro che provocò il declino dell’industria della pietra e l’affermarsi della metallurgia, dando luogo all’età del ferro (verso il 1200 a.C.). Naturalmente non sapremo mai con certezza in che luogo e quando esattamente iniziarono le varie età metallurgiche, tantomeno le loro forme di diffusione nel globo; perciò il tutto è il frutto di ipotesi più o meno attendibili che molte volte non mettono d’accordo tutti gli storici, specie quando si tratta di ricostruire epoche lontanissime che non ci hanno lasciato tracce sufficienti per ricomporre un puzzle dai tantissimi pezzi mancanti.

 

SECONDA PUNTATA.

STORIA ANTICA. La storia antica è lo studio del periodo storico, successivo alla preistoria, che va dall’introduzione di forme primitive di scrittura (ideogrammi databili tra il V ed il III millennio a.C.) alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476).

GLI ALBORI DELLA STORIA.
Le prime civiltà nascono in Mesopotamia. Le prime civiltà di cui ci è pervenuta notizia sono quelle sorte attorno al V millennio a.C. in Mesopotamia (in greco vuol dire “terra tra i due fiumi”), pressappoco nell’odierna Iraq, fra i fiumi Tigri ed Eufrate. Proprio la presenza dei fiumi fu fondamentale per l’urbanizzazione di diversi popoli (per questo le civiltà che vi nacquero presero il nome di fluviali), poiché permetteva di praticare meglio l’agricoltura (grazie alle irrigazioni provocate dalle piene) e di spostarsi fra un territorio e l’altro, sia alla ricerca di nuovi paesi da colonizzare sia per gli scambi commerciali. Erano società già molto avanzate e complesse rispetto ai canoni dell’epoca, le cui popolazioni erano in grado non solo di dedicarsi all’agricoltura ed all’allevamento, ma anche alla costruzione di palazzi, nonché di dighe e canali per controllare e convogliare le piene dei fiumi, ecc… Ci fu di conseguenza anche uno sviluppo demografico che portò alla trasformazione dei grandi villaggi in centri urbani; in questi avveniva il controllo e l’organizzazione dell’attività produttiva dei territori circostanti, in grado ormai di soddisfare, specie dopo l’invenzione dell’aratro (trainato da buoi), le necessità alimentari di un numero più elevato di persone.
Ebbe inizio altresì lo sviluppo progressivo di scienze come matematica, geometria ed ingegneria. Possiamo quindi affermare come ai tempi la società (intesa come organizzazione intelligente della collettività) abbia fatto sentire i primi vagiti.
La prima popolazione legata da una cultura comune di cui ci è giunta notizia fu quella dei Sumeri, anche se su di loro possediamo conoscenze molto frammentarie e basate su deduzioni ed ipotesi più o meno attendibili. Quasi certamente furono loro ad inventare le prime forme rudimentali di scrittura ed a dividere la società in classi, determinate probabilmente in base alle ricchezze: si andava dai re agli schiavi, passando per i funzionari, i sacerdoti, i guerrieri, gli artigiani, ecc… per delle divisioni sociali che avrebbero caratterizzato le successive civiltà.
Ben presto in Mesopotamia saliranno in cattedra (spesso alternandosi o sovrapponendosi nel dominio della Mezzaluna Fertile) altre civiltà (come quella dell’Impero di Akkad – il primo della storia – fondato da Sargon nel 2340 a.C. e dissoltosi nel 2159 a.C.) ed alla fine del 1700 a.C. si affermeranno i Babilonesi di Hammurabi, uno dei più grandi sovrani dell’era antica, che, sulla falsariga di quanto compiuto da Sargon, unificherà il paese in un nuovo grande Impero (che durerà sino al 1595 a.C., prima di rinascere nel 626 a.C. e morire definitivamente nel 539 a.C.) ed elaborerà il primo elaborato codice di leggi scritte.  Fra gli imperi che dominarono l’Oriente in quelle epoche remote si segnalarono anche quello neo-Assiro (1365 a.C.-609 a.C.), noto per il terrore che incuteva nei nemici, e quello Hittita (1430 a.C.-1178 a.C.), i cui popoli probabilmente furono i primi a utilizzare armi in ferro, materiale che ben presto avrebbe soppiantato l’età del bronzo.
Verso la fine del 1300 a.C. i persiani avrebbero iniziato la colonizzazione della Mesopotamia e nel giro di alcuni secoli (attorno al 500 a.C.) avrebbero impresso il loro nome nella storia e nella leggenda, unificando i regni mesopotamici in un unico Impero (fondato da Ciro il Grande), fra i più vasti di sempre (si sarebbe esteso sino all’India). I persiani, a differenza degli altri imperi sanguinari dell’epoca, non miravano però a distruggere le città conquistate e a ridurre agli stenti la popolazione, ma semplicemente le integravano nei confini imperiali, rispettando le tradizioni locali e conservando le identità dei popoli sottomessi. Dopo la morte di Serse I (nel 465 a.C.) seguìrà una serie di re che dovettero districarsi tra complotti politici interni, lotte per il potere, rivolte e l’eterno conflitto con la Grecia, finché l’ultimo di essi, Dario III (336 a.C.-330 a.C.), sarà sconfitto da Alessandro Magno, che si impadronirà dei domini persiani. L’Impero Persiano è conosciuto dagli storici anche come Impero Achemenide, dal nome della dinastia che lo originò.
Parallelamente, attorno al 3000 a.C., nascevano, rispettivamente in Palestina ed in Egitto, la civiltà ebrea (della quale ci occuperemo più in là) e la civiltà egizia, destinata lungo le rive del Nilo a lasciare un segno indelebile nella storia antica.
L’antico Egitto. La civiltà egizia è stata talmente affascinante, significativa e densa di ambiguità da meritare un approfondimento nonostante non faccia parte dell’Europa occidentale, cui è principalmente incentrato il nostro riassunto dell’umanità. La storia dell’Egitto inteso come Stato principiò verso il 3000 a.C., col sovrano Narmer, che diede vita a quello che oggi chiamiamo Antico Regno, unificando il Nord ed il Sud del Paese. Come molte popolazioni dell’epoca anche gli egizi credevano nell’aldilà ed in un mondo governato da moltissimi dei. Fu proprio grazie a queste idee che i Faraoni vollero farsi costruire delle tombe che gli avrebbero garantito un ottimo soggiorno ultraterreno, tombe speciali che attorno al 2686 a.C. (col Faraone Djoser) sarebbero evolute nelle Piramidi, le costruzioni più imponenti ed incredibili mai concepite nella storia dell’umanità, così complesse la cui costruzione, considerando le precarie conoscenze dell’epoca, rimane tuttora un misterioso prodigio dell’architettura,  stuzzicando ancora oggi la fantasia degli amanti dell’occulto, poiché si è persino ricondotta la loro costruzione a degli extraterrestri od a popolazioni di giganti estinti…
Verso il 2200 a.C., per ragioni per lo più ignote, il Regno Antico collassò, dando vita ad una serie di potenti governi locali, e per un secolo e mezzo (Primo Periodo Intermedio) vi saranno due sovrani, uno al Nord ed uno al Sud.
Nel 2055 a.C. Mentuhotep II fonderà il Medio Regno, unendo l’Alto ed il Basso Egitto (ovvero il Sud ed il Nord). Durante il Medio Regno fiorirà la letteratura e verranno conquistati i territori della Nubia. Attorno al 1790 a.C. il Medio Regno collassò sotto i colpi delle popolazioni semite che già da parecchi anni si erano insediate (inizialmente pacificamente) nelle zone meridionali, e si aprì il Secondo Periodo Intermedio, caratterizzato perciò dalla dominazione straniera nella zona del Delta, mentre nel resto del Paese continuavano a governare i faraoni egiziani.
Nel 1530, dopo la cacciata dei sovrani stranieri, sarebbe nata l’era più “felice” dell’antico Egitto, il Nuovo Regno (il primo sovrano fu Ahmose), il cui impero si spingerà, con il regno di Thutmose III, sino all’Eufrate, terminando nel 1080 a.C. con la nascita del Terzo Periodo Intermedio in cui l’Egitto entra in una fase decisa di decadenza, caratterizzata fra l’altro da una lunga dominazione nubiana (o etiopica che dir si voglia), e dalla successiva invasione assira, la nuova grande potenza assoluta in Asia.
Più tardi, verso il 525 a.C., nascerà il Periodo Tardo, contrassegnato in primis dalla dominazione persiana. Nel 332 a.C., incontrando una minima resistenza da parte dei Persiani, il macedone Alessandro Magno conquistò l’Egitto, che inglobò nel proprio vastissimo impero. La fine definitiva dell’Egitto arriverà con i Romani nel 30 a.C.
Concludendo possiamo asserire come la storia dell’Antico Egitto rimarrà per sempre nella leggenda soprattutto per la mentalità avanzata dei popoli che l’abitarono, che non partorirono soltanto delle imponenti costruzioni (quali furono le Piramidi) ma basarono la società su modelli molto progrediti ed elaborati, incentrata sul potere del Faraone (un Dio in terra), sulla magia e sul culto degli dei è vero, ma anche su di una forma di scrittura (caratteri geroglifici) per la prima volta nella storia molto complessa e competenze matematico-scientifiche ed astronomiche inimmaginabili. Una leggenda che, perché no?, si fonda anche sulla durata dello stesso Antico Egitto, per un arco temporale infinito, pari a quello intercorso tra la fondazione di Roma ed il 2000…
L’avanzata degli Indoeuropei (le prime civiltà progredite che abitarono le coste del Mar Mediterraneo). Dal 2400 al 1200 a.C., gli Indoeuropei (provenienti in gran parte dall’Asia) conquistarono a ondate successive le regioni intorno al mar Mediterraneo, imponendo lingue ed usanze nuove. Essi erano, citando i più importanti, i Latini in Italia, gli Elleni (ossia Achei o Micenei, Eoli, Ioni prima ed i Dori poi) nella penisola ellenica – popoli da cui forse sarebbe sorta la civiltà dei greci – i Filistei in Palestina, i Fenici – celeberrimi navigatori nonché inventori dell’alfabeto – nell’attuale Libano (con stanziamenti in Africa, dove fondarono fra l’altro la famosa città Cartagine, oggi sobborgo di Tunisi)…


TERZA PUNTATA

Gli ebrei. Uno dei popoli che hanno scritto pagine indelebili di storia antica furono gli Ebrei. Non tanto per le conquiste o l’estensione dei propri domini, ma per un’altra motivazione, che adesso vedremo.
Gli ebrei erano dei nomadi originari della Mesopotamia e verso il 2.000 a.C. si stabilirono in Palestina guidati da Abramo (primo patriarca ebraico). Verso il 1700 a.C., a causa di una grave carestia fuggirono in Egitto, dove per secoli furono sottoposti a schiavitù. Nel 1400 a.C., guidati dal profeta Mosè, rientrarono in Palestina dopo una fuga che è un misto di leggenda e realtà raccontata nella Bibbia Cristiana. Qui si convertirono alla religione ebraica, la prima religione monoteista, ponendo le basi per una rivoluzione religiosa senza precedenti, che nel volgere di alcuni secoli avrebbe interessato quasi il Mondo intero.
Verso il 1000 a.C. le varie tribù (12) si riunirono sotto una monarchia, guidati dal re Saul, che farà di Gerusalemme la capitale del regno d’Israele, il quale dal 933 a.C. si scinderà in due Regni: al nord quello d’Israele ed al sud quello di Giuda. Nel 722 a.C. il regno d’Israele sarà conquistato dagli Assiri che disperderanno la popolazione ebraica nei territori dell’Impero Assiro. Nel 587 a.C. sarebbe caduto per mano del babilonese Nabucodonosor II anche il Regno di Giuda, con la conseguente deportazione degli ebrei a Babilonia, ponendo fine all’autonomia dello Stato d’Israele.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, buona parte della popolazione ebraica – che dai tempi dell’invasione babilonese era rimasta senza Patria, “dispersa” per il Mondo – iniziò ad immigrare in Palestina, rispondendo all’invito dell’Impero britannico, che si era fatto promotore della costituzione di un “focolare nazionale”, ovvero il “rientro a casa” degli ebrei dopo secoli in cui avevano vissuto da esiliati. Tuttavia, a partire dal 1939 l’amministrazione britannica, a seguito di numerose rivolte arabe (da secoli, infatti, la regione era abitata da popolazioni musulmane), iniziò a porre un freno alla massiccia immigrazione degli israeliti, molti dei quali, durante la Seconda G. Mondiale, sarebbero perciò rimasti vittime della Shoah perpetrata dal Nazismo.
Nel 1947 allora l’ONU, a seguito del genocidio di milioni di ebrei, approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo (e la fine del mandato britannico). Ciò avrebbe però dato il là ad una lunga serie di scontri etnici che sarebbero tristemente passati alla storia come “conflitti arabo-israeliani”, con focolai che persistono sino ad oggi, il che rende la Palestina – comprendente attualmente lo Stato d’Israele e lo Stato di Palestina (indipendente dal 1988, comprendente a sua volta Gerusalemme EST ed i territori palestinesi divisi dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania, anche se Israele ne occupa parzialmente i territori, non riconoscendolo come Stato) – una delle terre più martoriate del Medio Oriente.
L’antica Grecia. Dici Grecia e ti vengono in mente pensatori come Socrate, Aristotele, Platone, o statisti come Clistene e Pericle. E poi la filosofia, il teatro, la democrazia, il diritto… Possiamo dire come non ci sia nulla, nell’attuale civiltà occidentale, che non abbia affondato le radici nell’antica Grecia, la cui cultura ha, più di ogni altra, ispirato tutti noi, forgiando le nostre menti in tutto e per tutto. Noi dobbiamo tutto ai greci. Le idee di progresso, di uguaglianza, persino la competizione sportiva, nonché molte invenzioni di cui ci avvaliamo quotidianamente, sono riconducibili più o meno direttamente all’antica Grecia. In epoche in cui la barbaria la faceva da padrone, i greci partorivano idee ed ideali che sinora ci appaiono attuali, quasi fossero nati qualche decennio fa anziché centinaia di anni prima della nascita di Cristo. Ed è per questo che ancora oggi prendiamo gli antichi greci come modello, per un mito che non tramonterà mai.
Le prime colonizzazioni. Intorno all’800 a.C. i popoli greci (la cui origine è piuttosto incerta, anche se la tesi più accreditata è che fossero “figli” dei micenei) diedero vita alle poleis, comunità di cittadini liberi meglio note come città-stato, in cui si evidenziavano le prime basilari forme di democrazia occidentale, che nei secoli successivi, in primis nell’Attica (quindi ad Atene), sarebbero diventate più evidenti, specie alla fine del VI secolo a.C., con le riforme del celebre statista Clistene, destinate a traghettare la Grecia arcaica nell’età classica, caratterizzata, come vedremo nel prossimo paragrafo, da uno splendore culturale che non avrà eguali nelle civiltà antiche.
Frattanto i greci, verso il 700 a.C., spinti forse dalla ricerca di nuove terre coltivabili, si sarebbero spinti al commercio in tutto il Mediterraneo ed alla creazione di colonie indipendenti sulle sue coste. Nacquero così numerose città, fra cui ricordiamo fra l’altro quelle sorte in Sicilia, in primis Lentini, Catania, Messina e Siracusa, che sinora recano testimonianze evidenti della loro presenza, grazie soprattutto alle innumerevoli opere architettoniche preservate dal tempo. Questo fenomeno di colonizzazione capillare prese il nome di Magna Grecia, ed avrebbe contribuito a diffondere l’avanzatissima cultura greca in gran parte d’Europa, le cui tracce si sarebbero viste sino ai giorni nostri.
Si pongono le basi della civiltà moderna. Nel corso del secolo VI a.C., mentre in Grecia si consolidavano le poleis, al di là del mare Egeo, nell’area mesopotamica, si formava un vasto impero multinazionale (che si estendeva dall’Egitto sino all’India, comprendendo gran parte dell’Asia minore) dominato dai Persiani, i quali avrebbero più volte sfidato i Greci in battaglie epiche (fra cui quelle di Maratona e Salamina), senza però riuscire a sconfiggerli. La potenza e la fama di Atene, protagonista principale degli scontri bellici con i Persiani, ne sarebbe risultata rafforzata in maniera clamorosa.
Nel V secolo a.C. essa raggiunse un livello di sviluppo economico e culturale mai più eguagliato, proponendosi come modello culturale, economico e politico per le altre poleis: era l’età di Pericle, il personaggio che allora dominava la scena politica ateniese. Egli amministrò la città per circa tre decenni (sino alla morte avvenuta nel 429 a.C.) e fece compiere sotto molteplici aspetti un balzo in avanti straordinario alla società greca, ponendo le basi della società moderna, specie in ambito culturale, nel senso più ampio del termine. Egli instaurò un regime pienamente democratico, dando la possibilità di partecipare alla guida dello Stato anche ai cittadini poco abbienti. Durante il suo governo ricevettero un forte impulso scienze teoriche di varia natura come la filosofia e scienze applicate come l’architettura, il cui Partenone (il tempio dedicato alla dea Atena, uno dei maggiori capolavori di sempre) è l’esempio più emblematico. Da quel momento la cultura greca sarà tramandata ai posteri come un qualcosa di straordinariamente avanzato, da prendere da esempio.
Di certo anche prima di Pericle i greci erano famosi per la loro mentalità straordinariamente progredita (non a caso fondarono la filosofia, i canoni dell’estetica, le basi del razionalismo, l’etica sociale, presero forma il diritto e la giustizia equa, idearono le Olimpiadi nel 776 a.C.), ma con lui la civiltà ellenica avrebbe toccato il punto più alto, entrando nel mito, ponendo le basi per ulteriori progressi che in futuro si sarebbero registrati in diversi àmbiti, specie in quello scientifico-matematico (basti pensare a geni del calibro di Erone ed Archimede, la cui leggenda risuona sino ai giorni nostri), con scoperte incredibilmente moderne, da cui addirittura gli scienziati del Rinascimento avrebbero tratto spunto per le loro invenzioni ed intuizioni, Leonardo da Vinci e Niccolò Copernico su tutti. Per non parlare della corrente letteraria dell’Umanesimo che avrebbe affondato le radici proprio nella letteratura greca (rifacendosi soprattutto a Platone). La Grecia classica ha inoltre ispirato scrittori leggendari come Omero, autore di poemi epici come l’Iliade e soprattutto l’Odissea, narrante le gesta del mitico Ulisse, eroe immaginario che sinora stuzzica la fantasia di noi tutti, come d’altronde il Pantheon greco, il più affascinante politeismo mai concepito dall’uomo.
Il dominio dei Macedoni e l’età ellenistica. Poco dopo la morte di Pericle la Grecia sarà coinvolta in diverse guerre fra le poleis, specie fra Atene e Sparta, che dopo trent’anni di conflitti risulterà vincitrice. Tuttavia le guerre avrebbero ormai logorato i greci, che inizieranno a declinare sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico, offrendo il fianco, attorno al 330 a.C., al dominio dei popoli del Nord, i Macedoni (erano anche loro dei greci, ma più rozzi e barbari dei meridionali), che sotto la figura di Filippo II avrebbero unificato le poleis sotto un unico dominio, basato più che altro su di un governo pacifico. C’è da dire come i macedoni furono visti da parte della popolazione come dei liberatori dall’incubo delle invasioni persiane, i cui popoli minacciavano di distruggere le poleis.

Alla morte di Filippo II gli succedette il figlio Alessandro, che dimostrò subito le proprie qualità di abile politico e di grande stratega militare. In breve tempo il sovrano macedone conquistò tutti i territori della Persia e l’Egitto, facendo arrivare la sua fama a livelli leggendari, così da valergli il soprannome di Magno. Alessandro Magno unificherà la Grecia e la Persia in unico impero, favorendo la diffusione della celebre cultura greca, soprattutto con la fondazione di numerose città, che sarebbero state interpreti della cosiddetta età ellenistica, caratterizzata in primis da un progresso scientifico e culturale senza precedenti. Alla morte di Alessandro Magno (a soli 33 anni, nel 323 a.C.) il grande impero macedone si frantumerà in tanti regni. Quanto alla Grecia antica, la sua storia sarebbe finìta formalmente con la distruzione di Corinto da parte dei Romani (146 a.C.), ma la leggenda di quella civiltà che cambiò il Mondo sarebbe sopravvissuta per sempre.

QUARTA PUNTATA

DALLA CIVILTA’ ROMANA ALL’AVVENTO DEI BARBARI

L’Impero Romano

Roma, da città ad Impero. Attorno al II millennio a.C. molti popoli migrarono ad ondate in Italia, penisola che presentava un complesso mosaico di etnie e di lingue. Fra i popoli che la abitavano (oltre ai Veneti, Siculi, Sanniti, Lucani, ecc…) spiccavano gli Etruschi (unione di comunità italiche o popoli provenienti dall’oriente?), che estenderanno il proprio dominio su vaste zone del territorio italico. Verso il 753 a.C. vedrà la luce la città di Roma (ma recenti scoperte archeologiche hanno fatto retrodatare la nascita) che in origine è un semplice villaggio di pastori, commercianti ed agricoltori di varie etnie (cartaginesi, greci, etruschi…). Roma grazie al commercio con Etruschi e Greci s’ingrandì sino a diventare una città importantissima, capace di sottomettere gli altri popoli italici, etruschi compresi, che dal 295 a.C. circa saranno definitivamente assimilati fra i Romani.Dopo secoli di Monarchia (nel corso dei quali secondo la tradizione si succedettero 7 Re), nel 509 a.C (in parallelo con l’espulsione dei tiranni in Grecia) verrà instaurata la Repubblica e ben presto Senato, magistrature e assemblee cittadine si porranno alla base del modello politico romano (per una forma di governo che rimarrà pressoché inalterata per secoli). Verso la fine del II secolo a.C. la repubblica romana però inizierà ad attraversare una lunga crisi economica, sociale, politica ed istituzionale, e le lotte sociali e gli intrighi di palazzo diventeranno sempre più acuti, sfociando spesso persino in sanguinose guerre civili (come quella che vide contrapposti gli Ottimati ai Popolari) e nell’assassinio di diversi personaggi di potere.L’apice della crisi repubblicana si toccò con l’avvento di Giulio Cesare, uno dei più grandi condottieri della storia, che con le sue conquiste (Gallia in primis), oltre a porre le basi per un grande Impero, nel contempo, facendosi eleggere Dittatore a vita, aveva accelerato la crisi del sistema Repubblica, trasformata in pratica in una Monarchia assoluta presidiata da un Tiranno. Ma la parabola di Cesare si sarebbe interrotta bruscamente nel 44 a. C., morendo barbaramente assassinato a coltellate da 23 congiurati, che gli tesero una trappola nell’aula del Senato, i cui componenti mal tolleravano lo strapotere di una sola persona.

L’apogeo dell’Impero. Alla morte di Cesare prenderà il potere Ottaviano (successore designato da Cesare stesso), che piano piano accentrerà su di sè quasi tutti i poteri più importanti, sottraendoli al Senato, che dal quel momento sarebbe andato incontro ad un declino irreversibile, declino che avrebbe trasformato di fatto la Repubblica in Monarchia, processo in verità iniziato con Cesare. Con Ottaviano (poi soprannominato Augusto) l’Impero toccherà l’apogeo sotto svariati aspetti, facendo vivere alla popolazione un periodo di relativa pace e prosperità (vi fu anche un grande sviluppo culturale). Augusto, prima come Console e poi come Imperatore, governò in pratica dall’età di 19 anni sino alla vecchiaia, lasciando ai suoi successori, dopo 57 anni di regno, un Impero al massimo dello splendore e della fama, in un certo qual modo completando l’opera iniziata dal già menzionato Cesare. Dopo Augusto si sarebbero alternati sul Trono grandi Imperatori – come Tiberio, Claudio, Vespasiano, Traiano ed Adriano – ad Imperatori dalla personalità oscura e bizzarra (come Caligola, Nerone o Commodo), per un Dominio che pur fra luci ed ombre sarebbe riuscito a vivere diversi decenni di gloria.

L’Impero entra in crisi. Nel 235 l’Imperatore Alessandro Severo fu assassinato, e da quel momento l’Impero, che negli ultimi anni aveva visto l’inasprirsi di conflitti politici interni di varia natura iniziati decenni addietro, cadde in un lungo periodo di grande confusione ed anarchia: non a caso nei quasi cinquant’anni di anarchia militare si succedettero ben 21 imperatori acclamati dall’esercito, quasi tutti morti assassinati (dopo la morte di Commodo – nel 192 – gli aspiranti imperatori dovevano passare quasi sempre attraverso il consenso militare più che quello del Senato, ormai sempre più svuotato di potere e prestigio): era il chiaro segnale di un Impero che stava andando incontro ad una pericolosa nonché irreversibile involuzione. Sempre in quel periodo, con l’esaurimento delle conquiste, il peso economico e l’energia politica delle legioni finirono per rovesciarsi all’interno dell’Impero invece che all’esterno, con il risultato che l’esercito, che era stato il fattore principale della potenza economica, finì per diventare un peso sempre più schiacciante, dando il “la” ad una crisi economica che col tempo avrebbe prestato il fianco alla decadenza di un Impero che sino ad un secolo prima sembrava in ottima salute o quasi. Ciò favorì le incursioni dei barbari, popoli germanici (Visigoti e Vandali in primis), che iniziarono a fare paura e debilitare un Impero già sin troppo malato. Essi, infatti, spinti dall’avanzare degli Unni (popolazioni nomadi delle steppe asiatiche, su per giù gli antenati dei mongoli), iniziarono a migrare in massa verso i territori dell’Impero. Inizialmente i Germani erano soltanto dei profughi in cerca di salvezza (che si stanzieranno dapprima in Pannonia, nell’odierna Ungheria), poi, dopo decenni di pressione sul limes, si assisterà a delle vere e proprie invasioni di eserciti feroci e sanguinari che impressionavano per la loro sete di sangue, che non risparmiava le popolazioni inermi.La prima vera e propria azione di guerra si registrò nel 250 a Filippopoli (Serbia), che cadrà nelle loro mani. Qualche anno dopo il Governo romano, per evitare ulteriori scontri, decise di concedere loro la Dacia (più o meno l’attuale Romania). Qui, dentro i confini dell’Impero, per un secolo circa rimasero tranquilli, diventando qualcosa di simile ad una Nazione, imparando persino la lingua scritta. Col tempo le incursioni si sarebbero trasformate in vere e proprie invasioni, sottraendo vasti territori imperiali, riducendo di molto l’ampiezza dell’Impero, non più in grado di fronteggiare tutte queste aggressioni. Nel 378 i romani rimediarono una durissima sconfitta ad Adrianopoli contro i Goti penetrati oltre il Danubio, per quella che fu la più catastrofica disfatta dell’Impero, in cui perì oltre metà dell’esercito d’Oriente. Col tempo molti popoli barbari avrebbero iniziato ad integrarsi nei territori romani, occupando posti di rilievo persino nelle istituzioni, e molti di loro si sarebbero arruolati come mercenari nell’esercito romano (che presto diverrà un vero esercito germanico destinato, pensate, a combattere contro i germani), per un massiccio arruolamento (promosso per primo da Teodosio I) che però non favorì per nulla la solidità dell’Impero. Ciò, invero, fece venir meno la proverbiale organizzazione delle truppe, poiché i germani non avevano molta dimestichezza con la disciplina romana, combattendo senza veri criteri, basandosi soltanto sulla forza e sul coraggio; inoltre, non essendo romani, avevano meno motivazioni a difendere l’Impero rispetto ai soldati autoctoni, ed in certi casi tramarono contro il loro stesso esercito, pensando soltanto a salire le gerarchie militari e ad arricchirsi; inoltre, essendo mercenari, pretesero col tempo sempre più denaro, accelerando quindi la crisi economica e il disfacimento dell’Impero.

La caduta di un Impero, la fine di un’era. Nel 410 i Visigoti di Alarico misero a ferro e fuoco Roma, per un evento che fu interpretato da molti come un’imminente fine del Mondo e che di certo fu emblematico riguardo alla sorte cui stava andando incontro l’Impero romano d’occidente, ormai ridotto sempre più ad una entità astratta. Nel 455 i Vandali di Genserico “replicarono” il sacco Di Roma di 45 anni prima: era il chiaro segnale che l’Impero stava per crollare. Nel 476 i soldati germani arruolatisi nell’esercito romano pretesero dall’Imperatore l’assegnazione di nuove terre e di fronte al rifiuto si rivoltarono deponendo il poco meno che ventenne Romolo Augustolo per mano di Odoacre, un barbaro che era salito ai vertici dell’esercito. Odoacre consegnò le insegne imperiali all’Imperatore d’Oriente: era ufficialmente la fine dell’Impero Romano.Le cause primarie che fecero franare l’Impero più importante della storia dell’umanità furono molteplici, ed è difficile individuarne una su tutte. È vero, i barbari ebbero un ruolo fondamentale ma di certo fra le concause principali vi fu la succitata crisi economica che attanagliò l’Impero negli ultimi due secoli di vita. Essa fu dovuta come già detto alle spese sempre più ingenti che richiedeva il mantenimento di un esercito ormai di proporzioni gigantesche, e che spinse i vari Imperatori dell’epoca a tartassare di tributi i cittadini romani (Diocleziano su tutti); di conseguenza molti di loro per non andare in rovina furono costretti a mettersi al servizio dei grandi proprietari terrieri (erano i primi vagiti del Feudalesimo) o a darsi al brigantaggio, rendendo più difficoltoso il commercio, il che peggiorò lo stato di miseria in cui versava gran parte della popolazione, per un effetto domino dagli esiti terribili. La crisi economica fu inoltre accentuata da varie epidemie che colpirono le zone dell’Impero proprio in quel periodo delicato per la stabilità, e dalla fine delle grandi spedizioni belliche, che aveva fatto venir meno una figura su cui si fondava il benessere romano, ovvero quella dello schiavo, che per secoli aveva permesso a tanti cittadini di vivere nell’agiatezza senza penare. Le stesse incursioni barbare, mai così frequenti, resero ancor più pericolose le vie di comunicazione, causando una ulteriore diminuzione dei commerci ed aumentando di conseguenza la crisi economica, per un circolo vizioso senza fine. Ma forse la causa primaria fu il continuo avvicendarsi sul trono imperiale, negli ultimi decenni, di Imperatori provenienti dalle gerarchie militari, poco inclini all’arte di governare un Impero (oggi diremmo che erano privi di nozioni di economia politica), anche perché l’enorme estensione dello stesso richiedeva una competenza maggiore rispetto a molti decenni prima…Nella sua massima espansione (nei primi due secoli dopo Cristo) Roma aveva dato vita ad uno degli imperi più grandi, efficienti e duraturi della storia dell’umanità. L’Impero si sarebbe esteso, in tutto o in parte sui territori degli odierni stati di: Portogallo, Spagna, Andorra, Francia, Monaco, Belgio, Paesi Bassi (regioni meridionali), Regno Unito (Inghilterra, Galles, parte della Scozia), Lussemburgo, Germania (regioni meridionali e occidentali), Svizzera, Austria, Liechtenstein, Ungheria, Italia, San Marino, Malta, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Ucraina (Crimea), Turchia, Cipro, Siria, Libano, Iraq, Iran, Armenia, Georgia, Azerbaigian, Israele, Giordania, Palestina, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Arabia Saudita (piccola parte).In tutti i territori sui quali estesero i propri confini, i romani costruirono città, strade, ponti, acquedotti, fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al contempo assimilando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli ancora dopo la fine dell’impero queste genti continuarono a definirsi romane.Prima della caduta, l’Impero Romano d’occidente aveva già una volta rischiato di crollare rovinosamente, e fu fra il 246 a.C ed il 201 a.C., durante le famose guerre puniche combattute contro Cartagine, all’epoca una grande potenza che aveva colonie commerciali lungo tutte le coste del Mediterraneo. Cartagine, guidata dal mitico Annibale, arrivò sino alle porte di Roma, senza tuttavia riuscire a sconfiggere il nemico definitivamente. Così Roma, guidata da un abile generale come Publio Cornelio Scipione (a cui poi sarà dedicato un passaggio dell’Inno di Mameli), dapprima ricacciò i Cartaginesi in Africa e poi li distrusse Zama, nel loro territorio. Quello di Roma è considerato il più grande per gestione e qualità del territorio (5.957.000 km², popolazione massima: 120.000.000), organizzazione socio-politica, e per l’importante segno lasciato nella storia dell’umanità. È certamente il più longevo. La civiltà nata sulle rive del Tevere, cresciuta e diffusasi in epoca repubblicana ed infine sviluppatasi pienamente in età imperiale, è alla base dell’attuale civiltà occidentale, lingua compresa (la lingua dell’Impero era il latino, da cui poi nasceranno le attuali lingue neo-latine appunto).Dopo la caduta dell’Impero occidentale, nel volgere di un secolo si sarebbe passati definitivamente dall’età antica al Medioevo, una lunga epoca nel corso della quale per tantissimi decenni l’umanità sarebbe tornata qualitativamente indietro di diversi secoli, ed avrebbe dovuto aspettare la fine del X secolo prima di tornare ad una vita in parte accettabile, almeno per i canoni dell’epoca.

QUINTA PUNTATA

L’Impero Romano d’Oriente (o Bizantino). Prima di morire (395) Teodosio I aveva affidato le due metà dell’Impero romano ai suoi due figli: ad Arcadio diede il comando dell’Oriente, con capitale Costantinopoli (Istanbul), e ad Onorio il comando dell’Occidente. Le due parti dell’impero, mai più riunite, da quel momento saranno conosciute rispettivamente come Impero romano d’Occidente e come Impero romano d’Oriente.[ L’impero romano già molti decenni prima della spartizione ufficiale aveva iniziato ad essere concepito in due parti, per una tendenza che si sarebbe rafforzata con Diocleziano (284-305) e Costantino il Grande (306-337), il quale ebbe l’idea di spostare la capitale proprio ad Oriente, fondando una “nuova Roma” sulle ceneri della vecchia Bisanzio, conferendole il nome di Costantinopoli (oggi è Istanbul, capitale della Turchia), mostrando chiaramente i suoi propositi di trasferire ad est l’asse imperiale, ponendo i presupposti per un futuro Impero Romano d’Oriente.] L’Impero d’Oriente, a differenza di quello d’Occidente, perse gradualmente la propria romanità diventando all’inizio del VII secolo, con Eraclio I (610-641), un impero greco nonostante mantenesse il nome di romano. L’Impero Romano d’Occidente come visto sparì nel 476, mentre quello d’Oriente (o Bizantino, massimo 30.000.000 abitanti, lingua greca), più sano economicamente (grazie alla posizione strategica di Costantinopoli, che lo favoriva nei commerci) e meglio governato rispetto a quello occidentale, continuò più o meno per altri mille anni, sino al 1453, quando gli ottomani di Maometto II diedero il colpo di grazia ad un Impero già da tempo indebolito dalle continue invasioni straniere (in primis dalle Crociate dei Latini). L’Impero Bizantino ebbe il merito di aver salvato dall’oblio la cultura occidentale. Esso, infatti, salvatosi dalle invasioni barbariche, aveva seguitato a sviluppare la grande cultura greca diffondendola in tutte le province dell’Impero, comprese quelle che molti anni dopo sarebbero cadute in mano araba. Arabi che a loro volta, in virtù delle conquiste della Spagna e della Sicilia, avrebbero diffuso il sapere occidentale in Europa. Quello bizantino è l’impero che è durato più a lungo nella storia d’Europa.

IL CRISTIANESIMO

La predicazione di Gesù. Dopo circa 7 secoli dalla fondazione di Roma nacque un uomo destinato a cambiare per sempre il Mondo. Non era un conquistatore né uno scienziato, ma un semplice predicatore: Gesù Cristo. Gesù nacque in Palestina, una terra occupata dai Romani. All’età di 30 anni egli cominciò a predicare la buona novella, ossia un messaggio di speranza per i deboli e gli ultimi, ed a compiere miracoli. Ebbe per questo un grande seguito, che però non piacque ai sacerdoti ebrei. Costoro, infatti, aspettavano un Messìa, cioè un capo politico-militare che li guidasse nella conquista della libertà dalla dominazione romana, e non un uomo mite che predicava la pace, la fratellanza e l’amore fra gli uomini. Egli inoltre diceva di essere il Cristo, l’unto da Dio, e pertanto così dicendo metteva in pericolo l’autorità dei sacerdoti. Pertanto essi decisero che il popolo ebraico non dovesse vedere in questo predicatore il Messia e lo accusarono di empietà, facendolo giudicare dal governatore romano della Palestina, Ponzio Pilato, il quale si rimise alla decisione della folla, la quale inneggiò alla condanna a morte di Gesù. A 33 anni dalla sua nascita il Messia fu quindi crocifisso come un comune ladro.

La nascita di una nuova religione. Tra i suoi seguaci egli aveva individuato dodici apostoli, che dopo la sua morte andarono per il mondo a diffondere la buona novella, l’Evangelo, affermando che Gesù fosse risorto per poi salire in cielo dal Padre. Essi furono la prima Chiesa, cioè la prima assemblea di fedeli. La guida degli apostoli era Pietro, ma la figura più colta e capace di diffondere gli insegnamenti di Gesù fu un ex persecutore dei cristiani, Paolo di Tarso. Grazie a lui la parola di Cristo arrivò sino a Roma: da quel momento il Cristianesimo divenne una religione molto importante. Per i cristiani la nascita di Gesù rappresentò l’inizio di un’epoca nuova, tanto che la presero come punto di riferimento per il computo degli anni, un’abitudine viva sino ad oggi.

Il Cristianesimo “contagia” tutto l’Impero. L’Impero Romano inizialmente non perseguitò i cristiani, ma quando il loro numero crebbe la situazione cambiò. Essi, infatti, non veneravano l’Imperatore com’era richiesto, perché credevano solo in Gesù, il Dio che si era fatto uomo. Questo non piacque ai romani, che vedevano in questo rifiuto una pericolosa disobbedienza nei confronti dello Stato. Iniziarono pertanto ad essere perseguitati, divenendo dei martiri della fede, Pietro e Paolo compresi. Nel 250 addirittura l’imperatore Decio decretò che la religione cristiana fosse vietata in tutto lo Stato: iniziava la prima sistematica e totale persecuzione dei cristiani. Le persecuzioni cessarono soltanto con Costantino grazie all’Editto di Milano del 313. Nel 380, con l’Editto di Tessalonica dell’Imperatore Teodosio, il Cristianesimo diverrà religione di Stato. Oggi è la fede più diffusa al Mondo.

SESTA PUNTATA

MEDIOEVO

Una suddivisione comunemente utilizzata del Medioevo è tra:

“Alto medioevo” (da qualcuno detto dei “secoli bui”), che va dalla caduta dell’Impero Romano al X secolo ed è caratterizzato da condizioni economiche disagiate e da continue invasioni straniere;

“Basso medioevo” o “tardo medioevo”, un periodo intermedio, che vede la rinascita della vita nelle città, poi un declino del potere imperiale e la rinascita di interessi commerciali, specie dopo la peste del XIV secolo.

L’EUROPA CAMBIA VOLTO

La Chiesa sale in cattedra. Dopo l’Editto di Milano, che permetteva ai cristiani di professare liberamente la loro fede, erano nate le prime diocesi (comunità cristiane il cui controllo era esercitato dai vescovi), in primis la Diocesi di Roma, che negli anni sarebbe divenuta proprietaria di tanti immobili e terreni, frutto delle donazioni dei fedeli. Dopo il crollo dell’Impero Romano, durante le devastazioni causate dalle invasioni, la chiesa cristiana d’Occidente sostenne le popolazioni colpite dalle guerre e svolse un ruolo politico e diplomatico positivo tentando di arginare le violente irruzioni dei barbari, che in molti casi cercarono proprio nella Chiesa un forte alleato che in un certo qual modo legittimasse i loro regni. Più tardi, quando finì la fase violenta delle invasioni, i Vescovi riuscirono a stabilire rapporti amichevoli con i re barbari (le popolazioni barbare inizieranno a convertirsi al cristianesimo, anche se inizialmente nella forma ariana), favorendo la fusione tra i germani e gli italici. Spesso addirittura i sovrani si servivano dell’aiuto di ecclesiastici per adempiere funzioni di governo complesse, essendo gli unici dotati di un grado d’istruzione accettabile. Nei nuovi regni romano-barbarici, infatti, la scuola era scomparsa e non vi era più alcuna possibilità di istruirsi. Gli unici che ricevevano un’istruzione erano coloro che iniziavano una carriera religiosa. Il Vescovo all’epoca era l’unico notabile delle poche città rimaste. Egli diventò il perno di tutta l’organizzazione civile: fu insieme il Prefetto, il Sindaco, il direttore scolastico e qualche volta persino il medico. Fu questa la vera origine della grande forza temporale che la Chiesa romana doveva in seguito assumere.

Frattanto nel 381 d. C. il Concilio di Calcedonia aveva riconosciuto il primato del Vescovo di Roma (ovvero il Papa) sui patriarcati di Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e Alessandria. Pochi secoli dopo (nel 728) il Re longobardo Liutprando, donando al Papa il castello di Sutri, avrebbe “firmato” l’atto di nascita dello Stato Pontificio: era solo l’inizio di un rafforzamento di un potere, quello spirituale, che avrebbe contrassegnato gran parte della storia medievale e moderna, con la Chiesa che avrebbe conteso persino il potere temporale agli Imperatori, dando vita a dispute infinite.

Il monachesimo. Dal 300 in poi in Europa molte persone religiose e laiche, sulla scia di quanto avveniva già in Oriente, per sfuggire in un certo qual modo ai tempi difficili, decisero di abbracciare una vita ascetica all’insegna della preghiera, della castità, della privazione, della penitenza e della solitudine, consacrando la vita a Cristo: nel giro di poco tempo sarebbe sorto così il Monachesimo, che rappresentò fra l’altro una grande rivolta dello spirito autenticamente cristiano contro il pericolo di mondanizzazione della Chiesa. Il Monachesimo ben presto sarebbe stato disciplinato da regole, la più famosa delle quali sarà quella ideata verso il 500 da San Benedetto da Norcia, la Ora et labora, che imponeva per la prima volta ai monaci non solo la preghiera ma anche lo studio ed il lavoro, conferendo prestigio non indifferente alla nuova figura del Monaco, che non sarebbe stato visto esclusivamente come un eremita. Col tempo i monasteri si diffusero il tutta Europa, diventando veri centri di vita culturale, poiché i monaci trascrivevano libri antichi che all’epoca potevano essere riprodotti solo ricopiandoli a mano, non essendo ancora nata la stampa a caratteri mobili. In tal modo essi salvarono la cultura greca e romana dall’oblio. Nelle condizioni di vita del tempo, fra guerre e carestie (la dominazione gotica e quella longobarda avevano trasformato l’Italia in un immenso deserto di barbarie), il monachesimo divenne una forza di riserva per la vita della Chiesa (in cui comunque non mancarono scuole vescovili e parrocchiali) e della civiltà cristiana.

Un continente preda dei barbari. Dopo il crollo dell’Impero Romano saliranno alla ribalta diversi regni barbarici, che si spartiranno per molti decenni il dominio dell’Europa. L’Italia ad esempio subì le conquiste di varie popolazioni, dagli Ostrogoti (che rimarranno nello Stivale dal 493 sino al 553) ai Bizantini, ai Longobardi (dal 568)… Superata una fase in cui i barbari saccheggiano e distruggono le zone occupate, ci si avvierà lentamente ad una semi pacifica convivenza ed integrazione con le popolazioni dominatrici, anche se non mancheranno periodi di terrore ad inframmezzare i periodi di relativa pace, per una perdita di sicurezza fra la popolazione che contraddistinguerà l’intero Alto Medioevo. Parallelamente all’affermazione di tali regni si registrò l’espansione dei popoli di lingua slava, che alla fine del VI secolo andarono a stanziarsi in Boemia e Pannonia, dando luogo alla creazione della terza area linguistica dell’Europa del tempo, insieme alle lingue latine e germaniche, per dei confini che nei secoli sarebbero rimasti pressoché inalterati.

Nel 774 salirà in cattedra il Re dei Franchi Carlo Magno, divenendo Re dei Longobardi e d’Italia, entrando nella leggenda grazie a tante campagne militari vittoriose (si ricordano in primis quelle condotte contro i Sassoni e gli Avari). Egli, presentandosi come difensore della Chiesa cristiana, nella notte di Natale dell’800 si farà incoronare da Papa Leone III Imperatore del Sacro Romano Impero (che alcuni storici chiamano Impero carolingio, comprendente più o meno Francia, Germania, Italia centro-settentrionale, Boemia, Catalogna). Così facendo Carlo conferiva sacralità alla sua carica (per una pratica che sarà seguita dai futuri Imperatori del Sacro Romano Impero) e nel contempo aumentava a dismisura il potere del Pontefice ed il prestigio della Chiesa: ciò, come vedremo, in futuro si rivelerà un arma a doppio taglio per molti Imperatori… Quello di Carlo sarà un Impero solido ed efficiente sotto ogni aspetto che garantirà alla popolazione un periodo di ordine politico e prosperità economica mai visto dai tempi della caduta dell’Impero Romano. Con lui nascerà il Feudalesimo (di cui ci occuperemo più avanti), che ben presto avrebbe caratterizzato fortemente i secoli a venire. Egli inoltre fu un grande promotore della cultura, favorendo la conservazione del sapere classico, dando impulso fra l’altro all’arte ed all’architettura. Nella sua epoca, infatti, sorsero importanti cattedrali e monasteri, oltre a numerose scuole. Non a caso riferendosi alla sua era si parla di “rinascita carolingia”.

Dopo la morte di Carlo (814) però il suo Regno si frantumò in più parti, portando in primis alla nascita del Regno di Germania (comprendente Sassonia, Franconia, Svevia e Baviera) – antesignano del Sacro Romano Impero Germanico che sarebbe nato nel 962 – ed al Regno d’Italia (che dal 962 sarebbe stato in buona parte inglobato proprio dal Sacro Romano Impero Germanico), con la nostra Penisola che sarebbe presto finita in preda all’anarchia, in balìa dei vari Signori feudali locali (quelli legittimati dall’imperatore e quelli… abusivi) e delle varie Contee, Marchesati e Ducati (una divisione iniziata ai tempi dei longobardi e dei i franchi). La spartizione della Penisola in micro regni sarebbe diventata endemica (l’Italia sarebbe tornata ad essere un vero Regno molti secoli dopo, nella seconda metà dell’Ottocento), per una peculiarità che offrirà il fianco a varie incursioni straniere, che in quel periodo interessavano tutta l’Europa.

SETTIMA PUNTATA

Le incursioni Vichinghe

Fra le popolazioni che imperversarono non possiamo non citare i Vichinghi, popoli della Scandinavia destinati a lasciare un segno indelebile nella storia d’Europa. Essi tra il 793 d.C. ed il 1066 (anno della conquista normanna dell’Inghilterra), a bordo di navi ad alto livello tecnologico (per i canoni dell’epoca), fecero scorrerie sulle coste delle isole britanniche, della Francia (stanziandosi in quella parte di costa ancora oggi chiamata Normandia) e di altre parti d’Europa, facendo scorrere fiumi di sangue, terrorizzando i popoli che avevano la sfortuna di incontrarli. I Vichinghi condussero numerosi raid in Irlanda – isola in cui fondarono anche alcune città, tra cui Dublino – Scozia, Galles, Spagna, Italia ecc…senza tuttavia riuscire a conquistarle, ma limitandosi a stanziamenti aventi perlopiù scopi commerciali. Molti di loro immigrarono in massa in Islanda, arrivando a colonizzare persino la Groenlandia e l’isola di Terranova. Essi si sarebbero spinti sino a Bisanzio e addirittura in Russia, creandovi un regno molto esteso: è proprio a loro che si deve il nome di Russia appunto, poiché in dialetto antico “rus” era il termine che li identificava.

Conosciuti per essere stati i primi scopritori del Nordamerica, molto tempo prima di Cristoforo Colombo (la loro scoperta comunque non ebbe le stesse ripercussioni di quella che avrebbe poi avuto quella del navigatore italiano), la loro epoca si sarebbe conclusa tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo .

La crisi dell’Alto Medioevo.
Il tratto caratteristico dell’Alto Medioevo, in tutta Europa, fu la decadenza economica, per un fenomeno da ricondurre in primis alle invasioni straniere (Goti, Vandali, Longobardi, Normanni, Saraceni,… ), che, come abbiamo visto, dopo il crollo dell’Impero Romano iniziarono a farla da padrone nell’intero continente europeo. Le guerre perciò cominciarono ad essere molto frequenti, con tutte le nefaste conseguenze del caso. Oltre a terrorizzare e decimare la popolazione, i continui raid distrussero i campi coltivati (o comunque ne limitarono la fertilità), riducendo alla fame i contadini. Le guerre, inoltre, molto spesso erano accompagnate da pestilenze di vario genere, che falcidiavano la popolazione. Ed a peggiorare la situazione, già di per sé tragica, vi fu sovente anche il clima, che per molti decenni fu molto freddo e rigido, il che di certo non favorì la crescita di buoni raccolti, generando tremende carestie. I pochi contadini rimasti si ridussero alla fame e furono perciò attirati dai grandi proprietari fondiari sulle loro terre. Ai coltivatori furono offerti poderi da lavorare in affitto (in cambio di un canone da pagare e di lavori da compiere all’interno del feudo) e la protezione dalle frequenti violenze. Quando morì Carlo Magno (che aveva creato l’istituto giuridico del Feudalesimo, cioè concedeva ad un Signore delle terre in cambio di servizi militari, il tutto regolato da un regolare contratto), il cui regno aveva garantito un lungo periodo di ripresa economica e di relativa pace, le incursioni straniere ripresero vigore. Ed i grandi latifondisti tornarono l’unica ancora di salvezza per i lavoratori di campagna. Per far fronte alle invasioni i Signori iniziarono a trasformare la propria dimora in fortezza: nasceva il fenomeno dell’incastellamento. Intorno al castello (ben fortificato e controllato), cui ci si poteva rinchiudere in caso di guerra, erano costruite le case dei contadini che lavoravano la terra. Costoro potevano godere di relativa libertà o essere servi della gleba (schiavi). Col tempo l’imperatore avrebbe affidato ai Signori persino il governo delle province del suo regno: così la Signoria fondiaria si trasformava in Signoria di Banno (ai tempi di C. Magno i poteri di banno erano dei conti o di altri funzionari imperiali), con il Signore che di fatto – potendo esercitare persino il potere giudiziario – diveniva il capo assoluto del territorio e degli abitanti che vi risiedevano. Poi nell’877 l’Imperatore Carlo il Calvo avrebbe fatto diventare le cariche ereditarie (legalizzando quella che generalmente era diventata una consuetudine, ovvero un’ereditarietà di fatto): così i latifondisti diventavano proprietari a pieno titolo delle terre loro assegnate dai regnanti precedenti. Tale decisione aumenterà notevolmente il potere dei grandi proprietari terrieri, che col tempo si sarebbero resi di fatto sempre più indipendenti, persino dallo stesso Imperatore.
Un certo tipo di protezione era fornito anche dai monasteri o dalle chiese, che avevano un grande prestigio presso i barbari da poco convertiti al cristianesimo. Se le campagne erano dei Signori anche le città aveva chi le comandava, ed in questo caso erano i vescovi. I cittadini di città però erano liberi.
Un’altra caratteristica dell’alto Medioevo fu la decadenza delle città. I barbari non le distruggevano quasi mai, ma ne provocarono la crisi in maniera indiretta. Essi, infatti, non avevano il personale per mantenerle e mandarle avanti: cioè le classi dirigenti, quei funzionari e quei tecnici che erano stati uccisi o erano fuggiti. E i nuovi padroni non avevano con chi rimpiazzarli. Rozzi e analfabeti, essi non conoscevano altri mestieri che la pastorizia e la guerra, così quelli ch’erano stati dei fiorenti centri d’industria, di commercio, di cultura, si erano ridotti a villaggi chiusi, intenti solo a drizzare bastioni per difendersi dai nemici esterni.
Sempre in quel periodo iniziava la corruzione delle cariche ecclesiastiche, che pensate venivano conferite dall’Imperatore anche ai duchi, conti e marchesi. Ma in generale la Chiesa stava andando incontro ad un impoverimento spirituale senza precedenti che l’avrebbe interessata per secoli.

Gli arabi

Oltre un millennio prima di Gesù Cristo, l’area corrispondente alla penisola arabica e alla frangia desertica che da nord si estende dal Golfo di Aqaba fino alla Siria, costeggiando la piana del Giordano, era arida e desertica, ed era abitata da popoli nomadi (beduini) divisi in clan (perennemente in guerra fra loro), che si dedicavano prevalentemente all’allevamento di ovini ed ai saccheggi. La penisola arabica era divisa in aree, ciascuna delle quali si trovava sotto il controllo di una tribù che riconosceva unicamente l’autorità del suo sceicco. Tale penisola, pur essendo situata in una zona periferica, era l’area di convergenza di una serie di vie terrestri e marittime che univano terre e mari di grande importanza per le attività commerciali che vi si sviluppavano. Inoltre questa terra era il crocevia dei tre grandi imperi euro-afro-asiatici dell’antichità.

Nel 622, a seguito di rivelazioni mistiche, un profeta di nome Maometto iniziò ad annunciare pubblicamente la parola di Dio. Nel giro di pochi anni egli diffuse in tutta la penisola il nuovo Credo, l’Islam (parola araba che significa sottomissione a Dio), convertendo gran parte della popolazione (che vide in Maometto l’Inviato da Dio) alla nuova religione musulmana, che presto, in virtù delle conquiste che gli arabi avrebbero poi intrapreso (non prima l’avvenuta unificazione delle tribù arabe), si sarebbe diffusa in buona parte dell’emisfero asiatico.

I successori di Maometto, che prenderanno il comando della comunità musulmana (detti califfi), infatti, estenderanno enormemente il loro dominio (col pretesto di diffondere l’Islam), conquistando fra l’altro la Spagna, la Siria, la Palestina, l’Egitto (per limitarci a citare i Paesi più vicini all’Occidente)… Nel X secolo sarebbero cadute in mano Araba anche la Sicilia e la Sardegna. L’espansione araba (che ad un certo punto aveva minacciato l’intera Europa, salvo essere arrestata nella celebre battaglia di Poitiers dalle truppe franche di Carlo Martello, nel 732), a causa di conflitti e divisioni in seno ai califfati, lentamente inizierà a scemare, ed avrà praticamente fine verso il 1100. Il definitivo regresso politico e culturale dell’arabismo si avrà dopo l’invasione mongola del tredicesimo sec., che spazzerà via l’ultimo resto del califfato di Baghdad – 1258 – sanzionando l’avvento al potere di elementi non arabi, soprattutto turchi; questo processo culminerà agli inizi del XVI sec., con la conquista ottomana di tutti i paesi ancora abitati da Arabi, a esclusione del Marocco.

Gli Arabi, nel corso delle loro conquiste, dimostrarono di essere una civiltà progredita sotto vari aspetti. Essi si nutrirono delle conoscenze del mondo greco e di quelle del lontano Oriente, trasferendolo poi a tutto l’Occidente cristiano, dove i conquistatori germanici, dopo il crollo dell’Impero romano, avevano sommerso tutta l’eredità classica. Gli Arabi furono mercanti, filosofi, architetti, scienziati, navigatori… Inventarono l’algebra, diffusero i numeri arabi (soppiantando i numeri romani), introdussero nuovi sistemi d’irrigazione e nuove colture agricole come il riso, gelso, cotone e canna da zucchero. Diedero inoltre grande impulso allo sviluppo della produzione della carta (apprendendo la tecnica dai cinesi). In confronto alle invasioni che l’Europa romanizzata aveva subito dal Nord, quella araba fu quindi più mite e più “fertilizzante”. C’è da dire, inoltre, che il proselitismo religioso non degenerò quasi mai in persecuzione; per quanto animati da zelo, i missionari di Maometto non erano fanatici: lo sarebbero diventati più tardi, quando il Califfato passerà in mano ottomana…

In tempi moderni, gli arabi sono inglobati in 22 Paesi dell’Asia occidentale e del Nordafrica. Sono tutti Stati moderni che sono diventati entità politiche distinte e hanno ottenuto l’indipendenza tra la prima e la seconda metà del Novecento per effetto della nascita del nazionalismo arabo e del crollo dell’impero ottomano e degli imperi coloniali europei. Oggi gli Stati arabi sono: Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Comore, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Qatar, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen.

OTTAVA PUNTATA

Il basso medioevo.

La rinascita del nuovo millennio. La popolazione attorno all’anno 1000, dopo secoli di carestie, guerre ed epidemie, tornò ad aumentare. Di conseguenza si registrò un grande sviluppo agricolo, indotto da nuove tecniche di coltivazione (grazie in primis a delle invenzioni rivoluzionarie come l’aratro pesante a ruote, il collare a spalla, ed alla diffusione di attrezzi in ferro) e da innovativi sistemi di concimazione ed irrigazione. Furono inventati anche i mulini ad acqua, che, oltre per la macinazione del grano, iniziarono ad essere utilizzati come frantoi per olive, per pompare acqua, per la follatura nella lavorazione dei tessuti, ecc… migliorando non poco la qualità di vita. La crescita della produzione agricola favorì a sua volta lo sviluppo dei commerci (che ebbero un incremento anche grazie al declino degli arabi, che per decenni avevano reso impraticabili diverse rotte). La città medievale, che nel frattempo tornò a ripopolarsi, divenne pian piano il regno dei mercanti e degli artigiani, che, come vedremo, avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’emancipazione della civiltà cittadina. Fra le città italiane che in quel periodo iniziarono a risplendere ricordiamo quelle marinare di Venezia, Genova, Amalfi e Pisa. Esse dovevano il loro splendore economico alla loro posizione geografica, che le aveva rese immuni dalle invasioni dei Barbari (i quali avevano conquistato l’Italia con gli eserciti e non disponendo di flotte si erano limitati all’entroterra) e – in un’epoca priva di strade praticabili, in cui l’unico modo per compiere lunghi viaggi era via mare – le aveva favorite enormemente nei traffici commerciali (il commercio a distanza sarà agevolato anche dal progresso della navigazione: fra l’altro era stata inventata la bussola).

Nel 1066, intanto, i Normanni (vichinghi “francesizzati”, provenienti dalla Normandia), grazie a Guglielmo il Conquistatore, sbarcano in Inghilterra, allargando negli anni il loro raggio d’azione sino all’Italia meridionale (dalla Sicilia alla Campania), e con Ruggero II, incoronato nel 1130 re di Sicilia, si avrà l’unificazione di tutte le conquiste normanne in Italia in un potente regno feudale.

La lotta per le investiture e le crociate. Intanto cominciavano a sorgere movimenti popolari che denunciavano la sempre più inarrestabile corruzione del clero e chiedevano che preti e vescovi tornassero a condurre una vita cristiana degna di tale nome. Fra i movimenti più importanti si segnalò quello dei monaci di Cluny (Borgogna). Nel 1075 Papa Gregorio VII, sull’onda di tali movimenti, stabilì alcuni principi fondamentali volti a ripristinare il potere papale e togliere all’Imperatore la facoltà di conferire le investiture religiose. Nel decreto emesso dal Pontefice era riportato che: solo il Papa aveva il diritto di nominare e destituire vescovi (in passato lo potevano fare persino i Signori, con una grande svalutazione spirituale delle cariche ecclesiastiche che ormai erano titoli da poter comprare come merce); l’Imperatore aveva solo il potere temporale e non doveva interferire in ambito ecclesiastico (viceversa il Papa poteva addirittura destituire l’Imperatore). Ciò diede origine ad una disputa lunghissima fra Papi ed Imperatori, che sarà risolta soltanto nel 1122, con l’emanazione del Concordato di Worms da parte del Santo Padre Callisto II, nel quale sostanzialmente si riaffermavano i princìpi di Gregorio VII.

Parallelamente, col pretesto di difendere la religione cristiana dai Turchi, che avevano occupato Gerusalemme rendendo difficile il pellegrinaggio dei cristiani al Santo Sepolcro, e rispondere alla richiesta d’aiuto dell’Impero bizantino (nella persona di Alessio I), la Chiesa (con Papa Urbano II) nel 1095 indisse le prime Crociate della storia da combattersi contro i non cristiani (principalmente contro i musulmani, detti infedeli). Ai cavalieri che morivano in battaglia era garantita l’indulgenza plenaria. Con la croce dipinta sugli scudi, signori, cavalieri (ma anche gente comune) e re partirono per combattere la cosiddetta guerra Santa. Al di là di queste finalità alte, le crociate avranno in realtà il carattere di vere e proprie guerre di conquista (che andranno oltre la religione, tradendo la fiducia delle autorità bizantine), indotte dalla viva speranza di ottenere ricchezze e gloria. Le conquiste (perlopiù in Palestina) saranno di scarsa rilevanza, di breve durata, economicamente onerose e difatti determineranno una crisi irreversibile nell’Impero Romano d’Oriente, che crollerà definitivamente nel 1454. In tutto le principali crociate furono 8 (l’ultima nel 1270). L’Occidente però trasse dalle Crociate alcuni notevoli vantaggi. Innanzi tutto esse servirono a rendere più intensi i commerci con l’oriente: a beneficiarne furono in gran parte le repubbliche marinare di Pisa, Genova e Venezia, che ebbero modo di fissare proprie colonie e basi commerciali, di incrementare i propri traffici, di esercitare per lungo tempo una vera egemonia commerciale in Europa. Inoltre i contatti continui dei mercanti italiani con le popolazioni arabe e bizantine, che avevano importanti e avanzate civiltà, ampliarono ed arricchirono la cultura degli europei.

Gengis Khan e il mito dell’Impero Mongolo. Mentre nel mar Mediterraneo si combattevano le Crociate, in Asia andava affermandosi la potenza dei Mongoli. Questo popolo, originario del nord della Cina, tra il XII e il XIII secolo cominciò a minacciare le popolazioni vicine. Sotto la guida di Gengis Khan (geniale, valoroso e spietato come nessun altro mai) gli straordinari cavalieri mongoli divennero padroni della Cina del nord e si spinsero sino in Persia. Pian piano l’Impero occupò l’intera Asia centrale, poi gli eredi di Gengis Khan conquisteranno l’Asia intera. L’Impero mongolo (1206–1368) è stato uno degli imperi più vasti della storia, coprendo, all’apice della sua estensione, più di 30 milioni di km², con una popolazione stimata intorno ai 100 milioni di persone.

NONA PUNTATA

Dai Comuni alle Università

La nuova classe sociale emergente composta da artigiani e mercanti (ovvero la classe borghese) caratterizzò il Basso Medioevo. Fu grazie a queste figure, alle quali più tardi si sarebbe affiancata quella del banchiere, che la società andò incontro ad una emancipazione senza precedenti. Finalmente un uomo poteva svincolarsi dalle condizioni sociali ed economiche di nascita, non essendo più costretto a svolgere lo stesso mestiere dei padri. Per difendere i propri interessi alcuni gruppi di questi ceti emergenti (oltre alle figure già citate cominciarono timidamente a farsi largo in città nobili, giudici e notai) iniziarono ad unirsi in associazioni, e col tempo all’interno delle città sarebbero nati i Comuni, istituzioni politiche che, a partire dall’Italia settentrionale, dal XI secolo in poi sopperirono al vuoto di potere che negli ultimi decenni si era venuto a creare, sostituendosi pian piano alle figure dei vescovi e dei grandi feudatari, fino a rendersi indipendenti persino dall’Imperatore (in Italia dal 1183, dopo la Pace di Costanza stipulata con Federico Barbarossa). Gli abitanti della città non erano tutti su uno stesso piano: i cittadini, cioè i gruppi che godevano di diritti, potevano imporre la loro autorità a quelli che erano solo residenti. I primi magistrati dei Comuni furono i Consoli (da 2 a 20 a seconda delle città), inizialmente scelti fra gli appartenenti alle famiglie nobili venute a risiedere in città, generalmente investiti del supremo potere esecutivo e del comando militare in caso di guerra, nonché della responsabilità per l’ordine interno. Duravano in carica un anno o poco più ed erano assistiti da Consigli composti da un certo numero di cittadini che avevano il potere legislativo. Consoli e membri dei Consigli venivano eletti da una sorta di parlamento, Arengo, cioè da un’assemblea generale. In seguito alla figura del Console si sostituì quella del Podestà, un magistrato forestiero che offriva maggiori garanzie d’imparzialità all’amministrazione della giustizia. Un ruolo cardine nello sviluppo comunale lo ebbero le Arti e le Corporazioni, associazioni che tutelavano gli interessi di tutti coloro che svolgevano la stessa attività: esse dapprima si limitarono a determinare i salari, i prezzi, gli orari di lavoro; col tempo avrebbero provveduto alla costruzione di opere pubbliche, all’ordine pubblico, ecc…diventando dei pilastri dell’organizzazione politica e sociale del Comune. Durante il Basso Medioevo alcuni Comuni italiani, come Venezia, Milano e Firenze, divennero delle vere e proprie potenze mondiali, mentre Roma, un tempo caput mundi, ormai perdeva lo smalto degli anni fulgidi.

Intanto nascevano le prime scuole laiche (fino ad allora la cultura quasi esclusivamente albergava in ambito ecclesiastico e nelle corti più rinomate); poi delle associazioni libere di studenti e professori, ovvero le Università (la prima a Bologna verso il 1090); il latino (lingua dei dotti) fu pian piano affiancato e sostituito dalle lingue volgari, ovvero parlate dal volgo, che assursero lentamente a dignità letteraria, in primis grazie alla Divina Commedia – ritenuta da alcuni il più grande capolavoro della letteratura di tutti i tempi – ultimata nel 1321 da Dante Alighieri, scritta interamente in dialetto fiorentino; inoltre alla poesia andrà pian piano ad affiancarsi la prosa, anche grazie all’emergere di tanti letterati di una certa caratura – come Francesco Petrarca1 – che avrebbero posto le basi per la nascita della moderna corrente letteraria Umanesimo (che trasse ispirazione dai classici greci), fautrice di una ripresa degli studia humanitatis in senso antropocentrico (sviluppando uno spirito critico che si sganciava dai canoni medievali) in luogo di quella chiave teocentrica che sin lì l’aveva fatta da padrone (e che aveva influenzato persino Dante), per quello che all’epoca rappresentò un’emancipazione radicale, un vero spartiacque con la cultura del passato. Sempre in quel periodo fece un salto di qualità gigantesco anche la Pittura, che grazie a Giotto assurse a vera e propria arte nobile.

Nascono le Signorie cittadine

L’istituzione comunale entrò in crisi tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo. All’origine di questa crisi si collocano i contrasti sociali che finirono col logorare progressivamente la tenuta delle antiche magistrature comunali. Fra le lotte più note, che contribuirono a velocizzare la morte del Comune medievale, vi fu quella fra Guelfi (sostenitori del Papa) e Ghibellini (sostenitori dell’Imperatore). Nel corso del 1300 nella maggior parte delle città italiane il potere passò dalle istituzioni comunali nelle mani dei Signori, che si preoccuparono di riportare ordine in seno al Comune, dando vita alla Signoria cittadina (da non confondere con la Signoria feudale che riguardava il potere del Signore sui feudi di campagna). Sviluppatasi a partire dal conferimento di cariche podestarili o popolari ai capi delle famiglie preminenti (erano gli stessi organismi comunali, esasperati dalle lotte interne, ad affidarvisi spontaneamente), con poteri eccezionali e durata spesso vitalizia, essa in tal modo rispondeva all’esigenza di un governo stabile e forte che ponesse termine all’endemica instabilità istituzionale ed ai violenti conflitti politici e sociali, soprattutto tra magnati e popolari. I signori più forti e ricchi riuscirono quindi a ottenere la facoltà di designare il proprio successore, dando così inizio a dinastie signorili. Un importante momento di rafforzamento di tali Signorie avverrà (più o meno a partire dal XIV secolo) con la legittimazione da parte dell’Imperatore (o di altri poteri sovrani, come il Papa), che arriverà a concedere, spesso dietro forti compensi da parte dei Signori, svariati Titoli, come quelli di Vicario imperiale o di Duca.

La Signoria2 rappresentò un momento fondamentale di transizione verso la formazione dello Stato moderno. Iniziava, infatti, il processo di specializzazione e di accentramento delle varie funzioni del potere: diplomazia, amministrazione burocratica, prelievo fiscale, ecc…. In Italia l’evoluzione dello Stato signorile portò alla formazione dello Stato regionale (per esempio Milano con la Lombardia, Venezia con il Veneto, Firenze con quasi tutta la Toscana). Tale formazione territoriale determinò la nascita di una pluralità di centri di produzione economica, artistica e culturale ma creò una dannosa frammentazione del territorio italiano esponendolo così a future invasioni straniere.

Il Trecento, un secolo oscuro

La Chiesa frattanto è al massimo del proprio potere politico, specie con l’istituzione attorno al 1200 dell’Inquisizione, una serie di tribunali che processava gli eretici. Si registra un balzo notevole anche in ambito economico: alla ricchezza delle proprietà terriere donate da Signori, infatti, va ad aggiungersi una ricchezza di tipo nuovo: il denaro, mediante le decime, una tassa che i laici devono pagare alla chiesa, per non parlare delle elemosine, sempre più in costante aumento. A esse si aggiunse la concessione delle indulgenze a pagamento, che però fece piombare la Chiesa nel precipizio della moralità, discostandosi enormemente dai precetti di Gesù Cristo e dei primi capi cristiani. Sicché il desiderio di rinnovamento favorisce la nascita di nuovi modi di vivere la fede: in tale direzione, sull’esempio di Francesco d’Assisi – fondatore dell’Ordine francescano dei frati minori -, nascono perciò gli ordini religiosi, che, consacrando la loro vita a Dio, si prefiggono un’interpretazione scrupolosa del Vangelo, avulsa dai lussi e dagli eccessi della Corte papale.

Il Papato giunse al culmine della sua potenza nel 1300. Quell’anno il Papa Bonifacio VIII – non certo per spirito religioso (era ateo, come gran parte dei papi e dei cardinali d’allora) ma nel tentativo di ridare splendore alla decadente Roma – indisse il primo Anno Santo, ovvero il Giubileo: chi veniva in pellegrinaggio a Roma sulla tomba di San Pietro avrebbe avuto l’assoluzione dai suoi peccati. Ma Bonifacio perse il prestigio cercando di imporre la sua volontà al Re d’Inghilterra Edoardo I e al Re di Francia Filippo il Bello. I due sovrani, infatti, avevano tassato i beni della Chiesa. Bonifacio allora si ribellò duramente e nel 1302 emanò una Bolla (denominata Unam Sanctam) in cui ribadiva il potere universale del Papato. Per tutta risposta Filippo fece bruciare la Bolla pubblicamente e lo fece arrestare dalle sue truppe: poco dopo il Papa morirà. Per il grande Papato medievale (e del suo potere universale) era la fine. La sede del papato fu quindi trasferita ad Avignone: vi rimarrà dal 1309 al 1377, quando Papa Gregorio XI riporterà la sede papale a Roma; ma alla sua morte, nel 1378, i cardinali francesi si ribellarono all’elezione di Urbano VI, dando vita al cosiddetto scisma d’occidente3: vi saranno, infatti, due Papi, uno a Roma ed uno ad Avignone (riconosciuto solamente dalla Francia, Spagna, Scozia e Napoli). Ciò durerà sino al 1417, quando il Concilio di Costanza eleggerà Martino V.

Frattanto, attorno al 1360, Papa Innocenzo VI aveva indetto una Crociata per rimpossessarsi dei territori dell’Emilia Romagna, Marche, Umbria e Lazio, appartenenti allo Stato della Chiesa, confluite durante la “cattività avignonese” nelle varie Signorie che all’epoca regnavano in Italia. In verità il pulviscolo di signorie formatesi nello Stato pontificio non fu distrutto, ma fu loro imposto il rispetto dell’autorità temporale del Papa, ponendo le premesse per il ritorno del papato in Italia.

A metà del Trecento si abbatté sull’Europa il terribile flagello della Peste Nera. Arrivata dall’estremo Oriente tramite le navi mercantili, tra il 1348 e il 1350 provocherà la morte di un terzo della popolazione europea (già provata da guerre interne, carestie ed epidemie). Le conseguenze della crisi furono evidenti: innumerevoli villaggi furono abbandonati, molte terre tornarono incolte e furono adibite al pascolo. Diminuì la richiesta di prodotti agricoli e tessili (paralizzando il commercio), per un effetto domino dall’entità spaventosa che non risparmiò nemmeno i ceti benestanti. Il malessere verso una situazione divenuta ormai insostenibile fu all’origine di rivolte un po’ in tutta Europa, sia nelle campagne che nelle città, a partire dai ceti più umili che talvolta riuscivano a coinvolgere anche frange più agiate. Dopo il 1350 la peste non scompare dall‟Europa, ma tornerà a colpire ripetutamente, stabilendosi in forma endemica in tutto l‟Occidente per 400 anni, fino al XVIII secolo. L‟ultima grande pestilenza del Mediterraneo sarà quella di Marsiglia del 1720. In era contemporanea vi saranno altre pandemie tristemente famose, seppur di minor gravità, fra cui ricordiamo la “spagnola” (che colpì sul finire della prima guerra mondiale) ed il “Covid-19”, che investì l’intero pianeta nel 2020, causando milioni di vittime.

1 Il Petrarca è il primo intellettuale moderno in quanto fa degli studi di letteratura una professione esclusiva della propria vita. Di fatto questa sua condizione, eccezionale per l’epoca, segna il tramonto dell’intellettuale comune, legato da vincoli politici a una patria municipale o impegnato professionalmente in qualche settore della vita pratica (se non era nobile era mercante, giudice, notaio, ecc.) e perciò dilettante della letteratura, vissuta più che altro come hobby. Petrarca viceversa prospetta il nuovo modello del professionista delle lettere, dell’intellettuale cortigiano che per la fama di cui gode vive del mecenatismo di Corte.

2 In Italia l’avvento delle Signorie portò fra l’altro al tramonto definitivo dei micro-regni altomedievali in cui era suddivisa la Penisola, come ad esempio il Marchesato di Toscana.

3 Nel 1054 vi era stato lo Scisma d’Oriente: ad Occidente avrebbe regnato il Papa, ad Oriente il Patriarca di Costantinopoli.

DECIMA PUNTATA

Sorgono gli Stati moderni.

Nel XIV secolo la figura dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (ricordiamo che l’Impero era nato nel 962 ed era un’evoluzione del Regno di Germania sorto dopo la disgregazione dell’Impero carolingio)era divenuta solo simbolica, priva di effettivi poteri universali, ed anche il Papato, dopo la fine di Bonifacio VIII, aveva perso buona parte del potere politico. Sicché lo spazio di potere fu riempito dalle monarchie nazionali, che univano sotto il proprio potere territori a carattere nazionale, appunto, che comprendevano genti aventi la stessa lingua, la stessa religione, gli stessi costumi e le stesse tradizioni. Pertanto su ampi territori, come la Francia, l’Inghilterra o la Spagna, s’impose il dominio di un Re e di una dinastia (ossia i suoi discendenti) che esercitavano il potere servendosi di un progredito apparato burocratico e di un esercito permanente in grado di fronteggiare il nemico senza più dover contare sugli aiuti dei Signori (il cui supporto militare si era reso necessario dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente). La loro affermazione fu agevolata fra l’altro dal declino della classe feudale, soppiantata – come abbiamo visto – dalla borghesia.

Nel 1215 la monarchia inglese di Giovanni Senza Terra fu costretta a scendere a patti con la nobiltà e con la borghesia, e così il re dovette concedere la Magna Charta Libertatum – una sorta di prima carta costituzionale della storia – in cui si stabiliva che la libertà personale dei sudditi doveva essere rispettata; che nessun uomo libero poteva essere condannato se non da un tribunale composto da membri di pari grado dell’accusato; che non potevano essere imposti tributi senza l’approvazione del Consiglio Comune del Regno, una sorta di Parlamento. Da queste libertà erano esclusi i contadini ed i ceti più umili. La Magna Carta costituisce ancora un importante simbolo della libertà di oggi, il fondamento della libertà dell’individuo contro l’autorità arbitraria del despota.

Per motivi dinastici nel 1339 scoppierà la famosa Guerra dei 100 anni (1339-1453) combattuta principalmente fra Inghilterra e Francia, che sarà vinta da quest’ultima grazie all’intervento decisivo di una ragazza: Giovanna d’Arco (attuale Santa patrona dello Stato transalpino).

Nello stesso periodo si venne affermando la supremazia dei principi di Mosca, che ampliarono verso l’est asiatico i territori sottoposti alla loro autorità, trasformando il Granducato di Mosca in un Impero. Quindi il principe di Mosca Ivan III detto il Grande (1440-1505) amplierà notevolmente i propri domini, unificando tutte le terre russe. Ivan III pertanto può essere considerato il fondatore dello Stato russo.

Mentre in buona parte d’Europa andavano costituendosi degli Stati unitari, l’Italia rimaneva divisa in una pluralità di signorie, ducati e varie formazioni politiche in perenne lotta fra loro. Fra i domini più importanti si ricordano il Regno di Napoli, la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano e la Repubblica di Firenze.

L’Impero Ottomano soppianta quello Bizantino.

Negli ultimi secoli l’Impero Bizantino, a seguito di varie incursioni dei popoli limitrofi (musulmani e serbi in primis) – che riuscirono a sottrargli ampi territori -, iniziò a dare evidenti segni di declino. A dargli un’altra spallata poderosa contribuiranno i crociati latini. Essi, durante le crociate (di cui abbiamo sommariamente già trattato nei paragrafi precedenti) – che erano state concepite per liberare la Palestina dai musulmani – non si limitarono a combattere la guerra santa, ma si lasceranno andare in azioni belliche che andavano ben oltre le intenzioni bizantine. I Latini, infatti, spinti da motivazioni perlopiù economiche, combatterono anche contro i cristiani (ovvero contro coloro che avrebbero dovuto difendere dagli “infedeli”), conquistando vari territori, sottraendo ad un Impero già notevolmente ridimensionato e “debilitato” ampie regioni, accelerandone il disfacimento totale. A dargli il colpo di grazia vi penseranno quindi i turchi nel 1453 (dopo circa un millennio dalla sua nascita)1. Quello che rimaneva del vecchio e malato Impero Romano d’Oriente fu così inglobato dall’Impero Ottomano (1299-1922).

L’Impero Ottomano fu uno dei più estesi e duraturi imperi della storia: fra il XVI e il XVII secolo, al suo apogeo, sotto il regno di Solimano il Magnifico, esso arrivò ad essere uno dei più potenti Stati del Mondo: un Impero multinazionale e plurilingue si sarebbe esteso per gran parte dell’Asia, buona parte dell’Europa dell’EST e del nord Africa. Avendo Costantinopoli (che gli ottomani ribattezzarono Istanbul) come capitale e un vasto controllo sulle coste del Mediterraneo, l’Impero fu al centro dei rapporti tra Oriente ed Occidente per circa sei secoli. Nella Prima Guerra Mondiale l’Impero, ormai ridimensionato, si alleerà con gli Imperi Centrali e con essi sarà pesantemente sconfitto. Dopodiché sorgeranno diversi Stati indipendenti, fra cui la Turchia.

1 Per diversi secoli l’Impero Bizantino era stato l’emblema della magnificenza culturale ed artistica, ed era stato l’ultima roccaforte della tradizione romana, scongiurando l’oblio della cultura latina. Quindi con il passare dei decenni si era forgiato una propria identità, nella quale confluivano la romanità e l’ellenismo.

L’ETA’ MODERNA

IL RINASCIMENTO

Un progresso scientifico e culturale senza precedenti.

Nel 1453, come già visto, l’Impero Romano d’Oriente (Bizantino), ormai ridotto ad un territorio minimo, cadde nelle mani dei turchi: per questo molti uomini dotti (specie gli ecclesiastici), per sfuggire alla dominazione dei turchi, si rifugiarono in Europa e più massicciamente in Italia. L’irruzione della cultura greca da parte di questi “immigrati” d’alto rango fece fare a tutto il movimento intellettuale un vero salto di qualità in tutti i campi: dalla scienza all’arte. Si registrarono pertanto scoperte incredibili in ogni campo, nella fisica, chimica, astronomia, matematica, ecc… per essere poi applicate con successo nell’idraulica, agricoltura, medicina, e pure in ambito bellico. Si registrò fra l’altro l’invenzione della stampa a caratteri mobili, che consentì di stampare libri in serie e diffondere la cultura come non mai sino ad allora: la Bibbia stampata da J. Gutenberg nel 1455 è considerata il primo libro impresso con il nuovo sistema (nato in Cina tre secoli prima).

Fra gli scienziati che contribuirono a far compiere all’Italia ed al Mondo un balzo in avanti in ambito scientifico non possiamo non menzionare il più grande genio di tutti i tempi, Leonardo da Vinci, pittore, scultore, architetto e scienziato italiano, autore di invenzioni incredibili (soprattutto in ambito ingegneristico e bellico) ed intuizioni fantastiche che in molti casi anticiparono i tempi di secoli (visto che molte sue idee saranno applicate soltanto nel 1900) come quelle che lo portarono a progettare, senza realizzarli, il sottomarino, la bicicletta, l’automobile, l’aereo, per l’epoca fantascienza allo stato puro, ed impossibili da costruire per i precari strumenti e scarse conoscenze che si avevano a disposizione. Leonardo fu celebre anche per gli studi sull’anatomia umana.

All’epoca molti geni ed artisti come lo stesso Leonardo e lo scultore-pittore Michelangelo Buonarroti, furono accolti dalle corti, o persino dai papi e sovrani, mettendosi al loro servizio, magari ricoprendo incarichi politici di prestigio. Fu proprio il mecenatismo nelle corti a favorire ulteriormente il propagarsi della cultura, facendo sbocciare il Rinascimento, come verrà chiamata dagli storici futuri quell’epoca ruotante attorno al XVI secolo, e di cui Firenze fu un’autentica culla.

UNDICESIMA PUNTATA

Le grandi scoperte geografiche

L’affermazione ottomana nel Mediterraneo orientale rese più lento, difficile e costoso commerciare con i paesi dell’EST (come l’India e la Cina). Proprio per questo i paesi europei si misero a cercare un’altra strada che consentisse loro di arrivare in Asia – per acquistare soprattutto spezie, metalli preziosi e tessuti pregiati – senza dover pagare dazio ai turchi. Fu in questo contesto storico che si sarebbero intraprese le prime grandi esplorazioni geografiche via mare.

I grandi viaggi furono organizzati principalmente da Portogallo e Spagna (le cui monarchie erano desiderose di accrescere il loro prestigio) e furono possibili grazie ai progressi della tecnica – che portarono ad esempio all’invenzione delle caravelle (più manovrabili e veloci delle galee, che dovevano essere spinte a remi) – e della cartografia, che permisero di viaggiare in mare aperto e per lunghissimi tragitti, abbandonando la navigazione costiera che prima d’allora la faceva da padrone in ambito marittimo.

Dopo una serie di esplorazioni geografiche (Africa compresa), la fine del ‘400 portò con sé un evento eccezionale che ci avrebbe permesso di allargare i confini: nel ’92 gli europei scoprirono, infatti, l’esistenza di un nuovo mondo, l’America, per merito del genovese Cristoforo Colombo (impresa finanziata dai sovrani spagnoli Isabella e Ferdinando). Egli, in realtà, cercava una via alternativa per sbarcare nelle Indie, e, in base alle errate conoscenze geografiche dell’epoca, credeva di arrivarvi viaggiando in occidente, circumnavigando la Terra, che pensava avesse un diametro inferiore rispetto a quello reale. Quando sbarcò nel continente americano lui si convinse effettivamente di esser sbarcato in Asia, nelle Indie (ecco perché i nativi verranno chiamati indiani d’America), e non immaginò che in realtà il suo viaggio fosse stato… interrotto da una terra “imprevista” (San Salvador) nel bel mezzo dell’oceano, e solo il fiorentino Amerigo Vespucci (primo scopritore dell’Argentina), durante uno dei suoi viaggi, nel 1501, capirà che le terre scoperte da Colombo non erano mai state viste prima del 1492. Fu così, proprio in suo onore, che il nuovo Mondo prenderà il nome di America. Fra i grandi esploratori dell’epoca si segnalarono i portoghesi Vasco da Gama, Pedro Álvares Cabral – probabilmente scopritore del Brasile nel 1500 – e soprattutto Ferdinando Magellano (scopritore del Cile), il primo, nel 1522, a circumnavigare il globo (in realtà la circumnavigazione fu completata dall’italiano Antonio Pigafetta, visto che Magellano era stato ucciso dagli indigeni qualche mese prima che concludesse l’impresa…), dimostrando fra l’altro definitivamente la sfericità della Terra. Il 2 aprile 1513, intanto, il conquistatore spagnolo Juan Ponce de León era sbarcato in una regione che chiamò “La Florida”, per quello che fu il primo contatto europeo documentato su quello che sarebbero poi diventati gli Stati Uniti.

Gli europei esplorando e colonizzando l’America (dapprima a scopo commerciale e poi con insediamenti stabili), conobbero una vegetazione e una fauna sconosciute. Furono quindi importati nel vecchio continente, fra l’altro, la patata, il mais e il pomodoro, rivoluzionando la nostra cucina tradizionale.

Il “genocidio” dei nativi americani

I nativi delle terre d’America erano rimasti isolati dal resto del Mondo per millenni, e vivevano in condizioni primitive e selvagge. Per questo i “conquistadores” europei, col pretesto di civilizzarli (ci fu persino un lungo dibattito se avessero o meno l’anima) e convertirli al cristianesimo (in realtà lo scopo era quello di arricchirsi a dismisura, in primis sfruttando le miniere da cui si estraeva l’argento), li sottomisero con inaudita violenza (la popolazione autoctona era naturalmente impotente innanzi alla superiorità tecnica e militare dell’uomo bianco). Gli indigeni verranno quindi costretti a lavorare come bestie, ben oltre i limiti della sopportazione umana. Così nel giro di pochi decenni il numero dei nativi si ridurrà notevolmente. Ma a dare il colpo di grazia alla loro etnia sarà soprattutto un altro fattore. A partire dal 1492, gli europei che sbarcarono nelle Americhe, infatti, veicolarono involontariamente (specie tramite gli animali da soma) i virus e i batteri di patologie come il vaiolo, l’influenza, la varicella ecc… Queste malattie nei vecchi continenti erano presenti da millenni, per cui le popolazioni di Europa, Asia e Africa avevano sviluppato i relativi anticorpi. Nel Nuovo Mondo invece tali morbi non erano presenti, e le resistenze immunitarie della popolazione indigena non furono sufficienti a neutralizzarne gli effetti mortali. Il risultato fu un genocidio involontario delle civiltà precolombiane (maya, azteca, incas): si stima che circa l’80% della popolazione indigena delle Americhe perì in un periodo di tempo che va dal 1492 al 1550. Sicché, non avendo più lavoratori indigeni da sfruttare, i colonizzatori importeranno schiavi dall’Africa (soprattutto per farli lavorare nelle piantagioni), per una “usanza” che avrebbe caratterizzato vergognosamente l’epoca moderna.

L’Italia ostaggio dello straniero

Per l’Italia però si aprì un periodo di grave decadenza politica. I piccoli Stati italiani, indeboliti dalle continue ed ancestrali congiure fra i Principati, furono ostaggio dello straniero: così s’installarono nella nostra penisola i francesi e gli spagnoli, spartendosi i vari territori. Nel 1527 l’Italia fu teatro di un susseguirsi di eventi la cui pagina più clamorosa e drammatica fu senz’altro la presa della città di Roma da parte dei lanzichenecchi: il cosiddetto Sacco di Roma. Esso fu ideato da Carlo V d’Asburgo – dal ’19 Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico – per vincere la resistenza dei micro regni italiani (che, assieme al papa Clemente VII, avevano costituito la Lega di Cognac, che comprendeva fra l’altro Firenze, Venezia, Milano e Genova) e per vendicarsi del Papa, che non s’era mostrato grato all’appoggio che Carlo gli aveva offerto in passato nella lotta contro i turchi ed i luterani. Il Saccheggio fu di proporzioni apocalittiche: le milizie mercenarie tedesche inviate da Carlo, infatti, in maggioranza luterani, furono spinte nella loro feroce azione non solo dal loro odio verso Roma, che consideravano corrotta e papista, ma anche dal fatto che non ricevevano da mesi la paga: così per una decina di giorni vi furono saccheggi, devastazioni delle immense ricchezze accumulate nei grandi palazzi privati e nelle chiese della Città Santa, omicidi e violenze di ogni genere, senza risparmiare donne e bambini, causando anche numerose epidemie che nei mesi a seguire avrebbero falcidiato la popolazione inerme. Alla luce di cotanta drammaticità, Papa Clemente VII dovette arrendersi e pagare 400.000 ducati per porre fine all’apocalisse. Questi fatti suscitarono moti di sdegno talmente aspri in tutto il mondo civile, da indurre Carlo V a prendere le distanze dai suoi mercenari e a condannarne fermamente l’operato, giustificandosi con il fatto che essi avevano agito senza il controllo del loro comandante che era dovuto rientrare in Germania per motivi di salute. L’evento segnò un momento importante delle lunghe guerre per il predominio in Europa tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Francia, alleato con lo Stato della Chiesa. La devastazione e l’occupazione della città di Roma sembrarono confermare simbolicamente il declino dell’Italia in balia degli eserciti stranieri e l’umiliazione della Chiesa cattolica impegnata a contrastare anche il movimento della Riforma luterana sviluppatosi in Germania.

Nel 1530 Carlo V d’Asburgo, a seguito della pace stipulata col Pontefice, diverrà Re d’Italia. Carlo V abbandonerà il trono imperiale nel 1556, spartendo i territori dell’Impero tra i suoi eredi. Ricordato dagli storici come una delle più importanti figure della storia d’Europa, fu padrone di un impero talmente vasto ed esteso (che comprendeva in Europa i Paesi Bassi, la Spagna e il sud Italia aragonese, i territori austriaci, la Germania e il nord Italia Imperiale, nonché le colonie castigliane e tedesche nelle Americhe), che gli viene tradizionalmente attribuita l’affermazione secondo cui sul suo regno non tramontava mai il sole (gran parte dei suoi possedimenti però li aveva ereditati, sia da parte di padre – Filippo d’Asburgo – che da parte di madre – Giovanna La Pazza -). Durante la sua vita imperiale si era prefisso la costruzione di una unità politica-religiosa in Europa, che avrebbe dovuto prendere il nome di monarchia universale cristiana, ma il suo sogno si era dovuto scontrare con l’espansione di un pluralismo religioso inedito.

DODICESIMA PUNTATA

La Chiesa occidentale si divide fra Cattolica e Protestante

La Chiesa cattolica, frattanto, si era andata sempre più allontanando dai suoi compiti pastorali, per assumere funzioni politiche, con conseguente decadenza dei costumi ecclesiastici. All’interno della Comunità cristiana nacque perciò l’esigenza di una profonda riforma, cui si fece interprete Martin Lutero (1483-1546), un monaco tedesco che, oltre a scandalizzarsi per il degrado della Chiesa Cattolica (in particolare gli suscitò sdegno la vendita delle indulgenze, la cui pratica toccò l’apice nel 1517), contestò gran parte dei princìpi su cui si fondava il cattolicesimo, che a suo parere si discostava non poco dalle Sacre Scritture, che a suo modo di vedere venivano mal interpretate: nasceva la religione Protestante. La dottrina luterana si affermò soprattutto in Germania, nei paesi scandinavi e baltici. Per tutta risposta la Chiesa cattolica, mediante il Concilio di Trento, ribadì con forza i propri principi e condannò gli atteggiamenti troppo politici o mondani. Inoltre, con la Controriforma (1550 circa) si volle porre un freno a tutti coloro che volevano, sulla scia delle idee luterane, mettersi in contrasto con la dottrina cattolica, rafforzando l’Inquisizione (istituendo il Tribunale del Sant’Uffizio), e punendo i trasgressori con pene corporali, che consistevano in torture tremende, sino ad arrivare all’uccisione del malcapitato.

Il Seicento, un secolo interlocutorio

Esauritesi in buona parte d’Europa le dominazioni straniere ed i vari imperi risalenti ad epoche remote, arrivò la cosiddetta era degli Stati Nazionali e delle monarchie assolutistiche, di cui s’ergette ad emblema il Re di Francia Luigi XIV (detto il Re Sole, rimase in carica dal 1643 al 1715), costituendo un modello da imitare in varie parti d’Europa.

Nel 1649, intanto, in Inghilterra il Parlamento decretava la clamorosa condanna a morte (che avverrà tramite decapitazione) del Re Carlo I, accusato di voler accrescere il suo potere in senso assolutistico: era il primo monarca della storia a venire condannato alla pena capitale da un tribunale, attraverso una regolare sentenza emessa in nome della legge, per un evento che avrebbe ispirato futuri movimenti di ribellione verso i poteri assoluti dei Sovrani in tutta Europa, che porteranno più tardi al tramonto delle monarchie assolute.

Sempre in quel periodo l’economia di molti Paesi europei, compresa quella italiana, va in crisi, danneggiata – oltre che dalle continue guerre (spesso a sfondo religioso1) – dalla concorrenza inglese e olandese, nuove potenze economiche di livello planetario che meglio di altre Nazioni sanno “sfruttare” innovazioni concernenti perlopiù l’agricoltura e la scoperta del Nuovo Mondo, per una svolta che alla lunga finirà col danneggiare notevolmente l’imprenditoria italiana, il cui sviluppo, fra l’altro, non fu favorito a causa di una forte presenza di una borghesia oziosa e retrograda, la quale viveva di rendite terriere, senza avvertire l’esigenza d’investire i prodotti della terra in attività mercantili che avrebbero consentito all’economia italiana di reggere il passo dei concorrenti stranieri. La vitalità italiana dei decenni passati era ormai un lontano ricordo.

La crisi demografica, che ebbe i suoi momenti culminanti nelle pestilenze del 1630-’31 (causando oltre 1.100.000 morti su 4 milioni di abitanti: è questa la peste che viene ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel celeberrimo romanzo I promessi sposi) e 1656 – quando perì il 50% della popolazione italiana -, fu tra le altre cause della decadenza economica italiana. Ma fra le ragioni di cotanta recessione pare vi sia stato anche un peggioramento drastico delle condizioni climatiche, che influirono negativamente sulla produzione agricola.

Il Seicento fu però anche un’epoca di grande sviluppo culturale (si moltiplicarono le università, le accademie…), artistico (basti pensare al Barocco…) e di grandi scoperte scientifiche, come quelle che interessarono l’astronomia, e che vide come protagonisti il tedesco Giovanni Keplero e Galileo Galilei, che dimostrarono, fra l’altro, come non fosse il Sole a girare attorno alla Terra ma la Terra attorno al Sole (confermando la teoria del polacco Copernico). Sempre nel Seicento vi furono grandi esplorazioni geografiche, come quella che portò alla scoperta di un nuovo continente: l’Australia (per merito dell’olandese Abel Tasman), che qualche decennio dopo sarebbe stata colonizzata dagli inglesi (l’attuale bandiera australiana ne conferma l’occupazione)…

L’EPOCA DELLE RIVOLUZIONI

La “rivoluzione” illuminista

La cultura del Settecento fu caratterizzata da un movimento filosofico rinnovatore – chiamato Illuminismo – che proponeva una moderna concezione quasi rivoluzionaria della società, basata in primis su princìpi di libertà, equità e uguaglianza. Gli esponenti dell’Illuminismo intesero “illuminare” la mente degli uomini, ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione, servendosi dell’intelligenza, della critica e dell’apporto della scienza. L’Illuminismo volle portare i lumi della ragione in ogni campo dell’attività umana, allo scopo di rinnovare non soltanto gli studi e le varie discipline, ma la vita sociale intera, la cultura e le istituzioni, combattendo gli infiniti pregiudizi che impedivano il cammino della civiltà e si opponevano al progresso e alla felicità degli uomini. Gli illuministi combattevano quindi l’assolutismo e l’attaccamento alla tradizione. Fra gli esponenti principali ricordiamo i francesi Montesquieiu, Voltaire, Rousseau e Diderot, l’ideatore dell’Enciclopedia Universale. I contenuti filosofici e scientifici della cultura dei lumi produssero un complesso programma di rinnovamento ideologico, civile, politico, che fu elaborato variamente nei diversi Paesi europei2, accompagnando ovunque la crescente egemonia della borghesia commerciale e industriale in lotta con le strutture del sopravvivente mondo feudale.

1- In primis si ricorda la Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Iniziata come una guerra tra gli stati protestanti e quelli cattolici nel frammentato Sacro Romano Impero, progressivamente si sviluppò in un conflitto più generale che coinvolse la maggior parte delle grandi potenze europee, perdendo sempre di più la connotazione religiosa. La belligeranza ebbe inizio quando il Sacro Romano Impero cercò d’imporre l’uniformità religiosa sui suoi domini. La guerra, caratterizzata da gravissime e ripetute devastazioni di centri abitati e campagne, da uccisioni di massa, da operazioni militari condotte con spietata ferocia da eserciti mercenari spesso protagonisti di saccheggi, oltre che da micidiali epidemie e carestie, fu una catastrofe epocale, in particolare per i territori dell’Europa centrale.

2 – Emblema dei sovrani illuminati fu Federico II di Prussia. La complessa azione di governo del suo Stato si svolse sul piano politico e militare, su quello dell’economia e dell’amministrazione statale ed anche nel campo dello sviluppo delle scienze e delle arti. Il sovrano fu egli stesso un musicista e un intellettuale di stampo illuminista, seppur controverso per alcuni dei suoi atti politici, e ricevette il soprannome di re filosofo. In Italia si segnalò Pietro Leopoldo.

TREDICESIMA PUNTATA

La nascita degli Stati Uniti d’America.

Come abbiamo visto, fra la fine del 1400 e gli inizi del 1500 gli europei (soprattutto spagnoli e portoghesi) avevano iniziato la colonizzazione dei territori dell’America centrale e meridionale, sfruttando le terre dei luoghi e sottomettendo le popolazioni autoctone. Nel 1600 inglesi e francesi (e in maniera marginale anche gli olandesi, che, ad esempio, fondarono New York) iniziarono a stabilirsi nel Nord America, alla ricerca, non solo di scopi economici, ma con l’obiettivo dichiarato di costituire una società civile, libera da ogni forma di diseguaglianza sociale. Col tempo si formarono 13 colonie inglesi. Più tardi le colonie che dipendevano dalla madre patria iniziarono a partorire l’idea di svincolarsi dalla dipendenza dall’Inghilterra, esasperati com’erano dai dazi e dalle limitazioni commerciali cui erano sottoposte. A far precipitare gli eventi vi fu, nel 1764, la decisione del parlamento britannico di approvare una nuova tassa che avrebbe riguardato documenti legali, giornali ed almanacchi. I coloni non erano rappresentati nel parlamento e perciò ritennero illegale la tassa. Nel 1766 il governo britannico, dopo numerose proteste, ritirò la tassa sul bollo, ma ne impose altre, fra cui quella sul tè importato. Nelle colonie esplose il malcontento che li avrebbe portati a guerreggiare contro gli inglesi. Quindi il 4 luglio 1776, mentre il conflitto era in corso, verrà approvata dal Congresso la Dichiarazione d’indipendenza, in cui si esprimeva il rifiuto di sottomettersi alla monarchia inglese (rappresentata allora da Giorgio III) e si affermavano il diritto alla libertà ed altri princìpi fondamentali per l’uomo (come l’uguaglianza), che un giorno sarebbero stati presi ad esempio da tutte le moderne costituzioni. Successivamente il Congresso ordinò la formazione di un nuovo esercito il cui comando fu affidato a George Washington, un ricco proprietario terriero, che aveva già combattuto contro i francesi, dedicandosi poi alla politica in Virginia. Il conflitto venne vinto dai neonati stati americani (che avevano trovato degli alleati validi nella Francia e nella Spagna), ed il 20 gennaio 1783, con la Pace di Parigi, la G. Bretagna riconobbe l’indipendenza delle 13 colonie: nascevano ufficialmente gli Stati Uniti d’America. Passata alla storia come “Rivoluzione Americana”, essa avrebbe ispirato in futuro altre rivoluzioni politiche basate sull’idea di libertà, sia nel continente Americano che in quello Europeo (basti pensare alla Rivoluzione francese).

La Prima Rivoluzione industriale

La Prima Rivoluzione Industriale fu un processo di evoluzione economica e di industrializzazione della società che da sistema agricolo-artigianale-commerciale condusse ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili), il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnologica e accompagnato da fenomeni di crescita demografica, sviluppo economico e profonde modificazioni socio-culturali. Ebbe inizio in Inghilterra, che all’epoca era uno dei Paesi economicamente e culturalmente più avanzati, per poi diffondersi lentamente nel resto d’Europa.

I simboli della rivoluzione furono due: la macchina a vapore e la locomotiva a vapore. Brevettata da James Watt nel 1775, la macchina a vapore sfruttava l’energia prodotta dalla combustione del carbone, fornendo una costante forza motrice in grado di far funzionare macchinari potenti come i grandi telai meccanici – di conseguenza l’industria tessile avrà un gradissimo sviluppo – ma anche di far viaggiare merci e persone su vagoni trainati da una locomotiva. La locomotiva a vapore, inventata da George Stephenson nel 1814 e utilizzata inizialmente solo per il trasporto del carbone nelle miniere, fu via via perfezionata fino a diventare il perno della rivoluzione dei trasporti: a partire dal 1830 l’Inghilterra fu attraversata da una rete sempre più estesa di strade ferrate, percorse da treni sempre più veloci che collegavano fra loro i principali centri industriali del paese. La nascita delle ferrovie consentì lo sviluppo di un sistema di comunicazioni sicuro, veloce ed economico, che avvicinava notevolmente le persone e le merci, riducendo i costi di trasporto.

Pian piano le città cambiarono volto, iniziando ad assumere le sembianze attuali, per un fenomeno che passerà alla storia come “urbanesimo” e che avrebbe portato gradualmente la maggioranza della popolazione a trasferirsi dalle campagne alle città. L’intervento sempre più sistematico dei pubblici poteri, statali e municipali; lo sviluppo di più ampi apparati burocratici per il governo delle città; la creazione di nuovi corpi di polizia sempre più numerosi e professionali: tutto ciò servì a disciplinare i processi di urbanizzazione e ad attenuarne il carattere spontaneo, talora “selvaggio”.

Ben presto però l’inquinamento atmosferico ed acustico e le condizioni di vita malsane degli operai e di chi viveva nei primi agglomerati industriali avrebbero affiancato il progresso industriale…L’altra faccia della medaglia della prima rivoluzione industriale è molto bene sintetizzata dalla seguente citazione: “Disse l’uomo: e sia la rivoluzione industriale, si moltiplichino le fabbriche e si alzi il fumo delle ciminiere fino a oscurare i cieli di cenere di carbone e di gas di petrolio. E i cieli si annerirono. E l’uomo chiamò i cieli anneriti progresso. E l’uomo vide che il progresso era una bella cosa. E ci fu la luce e le tenebre”. [Quino]

Si registrarono importanti innovazioni anche in ambito agricolo: si costruirono le prime trebbiatrici, un nuovo tipo di aratro triangolare e la seminatrice; ancora più importante si rivelò l’abbandono della rotazione triennale in favore di quella quadriennale.

Frattanto toccavano livelli sublimi le arti della musica (a cui diede un grandissimo impulso l’austriaco W. Amadeus Mozart) e del teatro.

QUATTORDICESIMA PUNTATA

La Rivoluzione Francese.

“La Rivoluzione Francese fu la lotta di una misura di luce contro le tenebre grezze, dello spirito vitalizzante della libertà contro una oppressione da lungo stabilita e di una misura di verità contro vecchi errori e vecchie superstizioni, a lungo incoraggiati e nutriti dai poteri civile ed ecclesiastico per accrescere se stessi e opprimere il popolo”. [Charles Russell]

L’inizio della Rivoluzione

In Francia, il paese guida del movimento illuminista, erano mancate le riforme che altrove, nel corso del ‘700, avevano, seppur timidamente, rinnovato alcuni Stati, come l’Inghilterra. Il Paese, in cui vigeva la monarchia assoluta di Luigi XVI, riversava in condizioni finanziarie gravissime a causa di spese folli per il mantenimento dei lussi di corte e dell’esercito. Le condizioni di gran parte del popolo erano ormai insostenibili, aggravate da esose tasse da cui erano dispensati i ceti ricchi e privilegiati. La soluzione più logica alla crisi sarebbe stata quella di tassare anche loro. Ma di fronte a questa proposta, avanzata dal ministro J. Necker, nobiltà e clero reagirono con forza. Sicché, su pressione del Parlamento di Parigi e dell’opinione pubblica, il Re nel maggio 1789 convocò gli Stati Generali, un’assemblea di nobiltà, clero e Terzo Stato (che comprendeva tutti gli altri ceti rimanenti, ad iniziare dalla piccola e media borghesia), rappresentante la massima forma di consultazione della tradizione francese, che non si riuniva dal 1614. I deputati del Terzo Stato rappresentavano, pensate, il 98% dei francesi, ma non per questo potevano dominare l’Assemblea. Ciò gli era impedito in partenza dalle modalità di voto che avvenivano “per ordine”, vale a dire che ognuno dei 3 “stati” aveva a disposizione 1 voto. Se nobili e clero si accordavano potevano bloccare ogni riforma proposta dal Terzo Stato. Se si fosse votato per testa invece avrebbe trionfato il Terzo Stato che rappresentava come già detto la quasi totalità della popolazione francese.

Nel maggio del 1789 gli Stati Generali si riunirono a Versailles, in una situazione di forte tensione per l’alto prezzo del pane (unico mezzo di sostentamento per gran parte della popolazione) e per la disoccupazione. Dopo un solo mese i deputati del Terzo Stato, in mancanza di un accordo col Re sulle modalità di votazione, si riunirono da soli (separatamente da clero e nobiltà), proclamandosi “Assemblea Nazionale Costituente”, giurando che non si sarebbero separati prima di avere dato una costituzione al Paese. Il Re dal canto suo licenziò Necker e fece radunare a Parigi molti reparti dell’esercito, il cui arrivo destò preoccupazione e malcontento tra i parigini che, sotto la guida di una municipalità composta dai deputati del Terzo Stato, formarono una milizia.

La proclamazione della Monarchia Costituzionale

Il 14 luglio il popolo insorse prendendo d’assalto la Bastiglia (prigione simbolo del potere assoluto del Re) distruggendola e liberando i prigionieri, uccidendo quasi tutte le guardie della guarnigione. Il giorno dopo il Re richiamò Necker e ritirò le truppe da Parigi. Intanto, mentre si formavano altre milizie, dando vita alla Guardia Nazionale (comandata dal marchese La Fayette), nelle campagne i contadini, incitati dagli avvenimenti parigini, presero d’assalto i castelli dei nobili, bruciando le carte che provavano la loro servitù e i diritti di proprietà dei blasonati sulle terre. Allora poco dopo l’Assemblea proclamerà l’abolizione del regime feudale.

Il 26 agosto, sull’onda delle violentissime proteste del popolo, che ormai minacciava persino la reggia di Versailles, venne approvata col beneplacito forzato del Re la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nella quale venivano enunciati i principi di libertà e democrazia cui si sarebbero ispirati i futuri ordinamenti liberaldemocratici. Nell’ottobre dello stesso anno una marcia di donne si diresse a Versailles, entrò nella reggia e invase gli appartamenti della regina, che fu insultata; la famiglia reale fu dunque indotta con la forza a tornare a Parigi e a lasciare Versailles, simbolo dell’assolutismo regio (da quel momento il re e la sua famiglia risiedettero nel vecchio Palazzo delle Tuileries, sorvegliati dalla popolazione e minacciati dalla sommossa). Luigi XVI fu perciò costretto a firmare i decreti concernenti l’abolizione dei diritti feudali e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Per circa due anni l’Assemblea – nel frattempo trasferitasi anch’essa a Parigi – continuò a lavorare a ritmo serrato (varando importanti riforme che definivano il sistema elettorale, l’organizzazione giudiziaria, la riforma penale, la fiscalità…) finché nel 1791 sarà approvata una nuova Costituzione che aboliva i titoli nobiliari, divideva lo Stato in 83 dipartimenti e, soprattutto, trasformava la Francia da Monarchia assoluta a Monarchia costituzionale (con la divisione dei poteri in giudiziario, legislativo ed esecutivo), per delle riforme che il re – che vedeva limitata di molto la sua autorità – approvò senza entusiasmo.

La proclamazione della Repubblica e la condanna a morte del Re

Mentre crescevano le tensioni politiche (l’assemblea era sempre più divisa in varie fazioni) e sociali, la notte del 20 giugno del 1791, preoccupato dagli eventi, Il Re provò una fuga verso il Belgio, ma fu arrestato a Varennes dalla Guardia Nazionale e riportato a Parigi (dove in pratica sarebbe rimasto prigioniero). La fuga di Luigi XVI rendeva oramai chiara la posizione del sovrano, che, dopo aver accettato la Costituzione, si dimostrava nemico della Nazione, cercando l’appoggio delle potenze straniere per restaurare la monarchia assoluta. Intanto la situazione internazionale era precipitata perché le potenze europee (contrarie alla Rivoluzione, che rischiava di contagiare altri Paesi) minacciavano la Francia d’accordo coi nobili emigrati e segretamente con la corte, che sperava che una Guerra distraesse il popolo dagli intenti di ribellione. Pertanto nell’aprile del 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria ed alla Prussia. Ben presto però arrivarono le prime sconfitte poiché il vecchio esercito regio non esisteva più e si era dovuto allestire in tutta fretta uno nuovo. Mentre prendeva sempre più piede l’idea di un complotto della nobiltà, nell’agosto ’92 il popolo (circa 20.000 dimostranti) attaccò il Palazzo delle Tuileries, dove risiedeva il re, dando luogo ad un violento combattimento armato contro le guardie reali, che dovettero soccombere (al termine degli scontri si contarono circa 350 morti fra gli insorti e circa 800 fra i monarchici, di cui 600 Guardie svizzere e 200 nobili.). Il re perciò si rifugiò nella cinta dell’Assemblea legislativa, ma essa si volse contro di lui, sospendendolo dalle sue funzioni. Luigi XVI, privato dei suoi poteri, venne imprigionato insieme alla sua famiglia, in attesa di essere processato.

Poiché di fatto la costituzione del 1791 era ormai superata, si procedette anche all’elezione di una Convenzione Nazionale (che sostituisse l’Assemblea) per decidere delle nuove istituzioni del paese. Gli eletti furono quasi tutti della borghesia. Un terzo venne dagli operatori nel settore della giustizia. Le elezioni della Convenzione si svolsero in un clima intimidatorio, nel mezzo dei cosiddetti “massacri di settembre” dei nemici veri e presunti della Rivoluzione (ovvero l’esecuzione sommaria di 6.000 detenuti, supposti partigiani del re, stipati nelle carceri parigine). L’entusiasmo rivoluzionario portò all’afflusso di molti volontari e alla prima vittoria francese contro i prussiani (a Valmy) il 20 settembre del 1792, in quella che ormai era diventata una guerra ideologica e patriottica contro il pericolo dell’ancien régime. Lo stesso giorno la Convenzione proclamò la Repubblica

La Convenzione ormai si era sostanzialmente divisa fra Girondini, di posizione moderata, ed i Giacobini, di tendenze estremiste, convinti che la Francia non poteva dirsi libera se il Re non fosse morto. Si procedette quindi alla votazione: la condanna a morte passò con una maggioranza di 387 voti contro 334. Il 21 gennaio 1793 Luigi XVI sarà ghigliottinato (la stessa sorte sarebbe poi toccata alla Regina Maria Antonietta). Poco dopo sarà elaborata una nuova costituzione, che però, a causa della piega imprevista che prenderanno gli eventi, non entrerà mai in vigore.

La dittatura giacobina

Intanto, mentre in Francia di fatto si combatte una sorta di guerra civile, il 2 giugno dei dimostranti irrompono nella sala dell’assemblea: sotto la minaccia delle armi ottengono l’arresto dei girondini e la Convenzione assume ufficialmente i poteri legislativo ed esecutivo, provvedendo subito alla nomina di un governo rivoluzionario d’emergenza chiamato Comitato di salute pubblica, la cui guida è presa dagli estremisti giacobini (che godono dell’appoggio popolare). Il loro leader indiscusso è Maximilien de Robespierre, che per far fronte al caos in cui era precipitata la Francia dà vita alla politica del Terrore, eliminando fisicamente decine di migliaia di oppositori o chi fosse sospettato di esserlo. Viene altresì abolito il Cristianesimo: un numero elevato di membri del clero viene condannato a morte, numerosi beni della Chiesa vengono requisiti…

In ambito estero, intanto, l’esercito francese (rinfoltito dalle leva obbligatoria) riporta importanti successi (alla Prussia e all’Austria si erano unite, frattanto, altre potenze, come Inghilterra, Olanda, Spagna ed alcuni stati italiani).

L’epilogo

La dittatura di Robespierre ed il Terrore potevano reggersi solo sulla necessità di difendere una Repubblica in crisi: venuta meno l’emergenza e perciò le loro ragion d’essere (grazie alle vittorie interne ed esterne), essi cominciavano a perdere il sostegno politico e lo stesso consenso popolare. Quando il 26 luglio ’94 Robespierre minacciò una nuova epurazione, anche contro certi deputati che maldestramente non nominò, fece serpeggiare il panico tra le file dell’Assemblea, che accusò Robespierre di essere un tiranno. Poco dopo sarà quindi arrestato e successivamente ghigliottinato (28 luglio) insieme ad altri capi giacobini: l’epoca del Terrore1 era finalmente terminata (per alcuni mesi al terrore rivoluzionario si sostituirà però il terrore controrivoluzionario, chiamato “terrore bianco”, facendo precipitare il Paese nel caos). La nuova Costituzione fu votata dalla Convenzione (facente capo a P. Barras) il 17 agosto 1795 e ratificata per plebiscito a settembre. Essa fu effettiva a partire dal 26 settembre dello stesso anno e fondò il nuovo regime del Direttorio (composta da 5 membri), a cui sarebbe spettato solamente il potere esecutivo. La Convenzione fu sostituita da 2 camere elettive..

La Rivoluzione Francese aveva posto le basi per una società finalmente più giusta, anche se in verità bisognerà attendere molto tempo prima di veder trionfare la vera democrazia in quasi tutta l’Europa, che dovrà uscire persino da dittature sanguinarie, come quella che in Germania instaurerà Hitler negli anni Trenta del Novecento.

1 Durante il Terrore erano state ghigliottinate circa 17.000 persone, 25.000 subirono esecuzioni sommarie, 500.000 vennero imprigionate e 300.000 furono poste agli arresti domiciliari…

QUINDICESIMA PUNTATA

L’Impero di Napoleone Bonaparte

“Se Napoleone era un tiranno, i sovrani che gli facevano guerra erano molto più tiranni e incapaci di lui. Di fronte a loro egli era un genio, un progressista, un uomo che aveva fatto camminare il mondo in avanti, mentre essi non avevano altra volontà che quella di farlo tornare indietro”. [Carlo Zaghi]

Nella Francia uscita dalla dittatura giacobina emerge un intraprendente generale, Napoleone Bonaparte. In breve tempo brucia le tappe della carriera militare e politica, per poi prendere il potere con un colpo di stato (novembre 1799), chiudendo l’epoca della Rivoluzione Francese – ed i suoi risvolti negativi -, restaurando di fatto la Monarchia. Quindi nel 1804 diventa Imperatore, concentrando su di sé ogni autorità e trasformando la Francia in un grande Impero (noto come Primo Impero Francese) comprendente buona parte d’Europa (inclusa l’Italia, la Spagna, la Svizzera, il Benelux, la Germania – ponendo fine al Sacro Romano Impero, noto anche come Primo Reich -, parte dell’attuale Polonia…), esportando gli ideali di rinnovamento sociale che s’ispiravano alla Rivoluzione Francese. Quindi, dopo aver accentrato tutto il potere nelle sue mani, si dedica ad ammodernare sotto vari aspetti i Paesi conquistati – compresa l’Italia, che prima della sua venuta versava in condizioni di endemica arretratezza (specie al Sud ed in Sicilia) -, mediante riforme concernenti l’amministrazione statale, l’ambito giudiziario (darà vita ad esempio al Codice Civile ed al Codice Penale), scolastico, eccetera, migliorandone notevolmente le infrastrutture (costruendo strade, ponti, porti…). Considerato una sorta di precursore del Welfare State (non mancarono, infatti, riforme assistenziali in ambito sociale), Napoleone, dopo tante battaglie e guerre vinte in maniera leggendaria1(è ritenuto dalla maggior parte degli storici il più grande stratega della storia), verrà però piegato nel ‘13 da una disastrosa impresa in territorio russo. Dopo questa debacle, infatti, molti Stati europei si riorganizzarono coalizzandosi tra loro, sconfiggendolo a Lipsia. Napoleone verrà quindi esiliato nell’isola d’Elba, da cui però fuggirà alcuni mesi dopo, per tornare a guidare l’esercito per 100 giorni, sino alla sconfitta definitiva (il 18 giugno del 1815) di Waterloo (in Belgio) ad opera di inglesi e prussiani. Napoleone verrà nuovamente esiliato, stavolta a Sant’Elena (una piccola isola sperduta nell’oceano Atlantico), dove morirà 6 anni dopo. Le potenze che batterono il mitico Bonaparte avviarono subito trattative per ricostituire l’ordine europeo (in Francia salirà al trono Luigi XVIII, il fratello minore del re Luigi XVI ghigliottinato durante la Rivoluzione francese). Il nuovo assetto del vecchio continente fu deciso in un Congresso, a Vienna, che assicurerà un secolo di relativa pace.

1 In primis si ricorda la Battaglia di Austerliz combattuta contro gli austriaci ed i russi uniti in una coalizione. La battaglia di Austerlitz rappresenta il più grande successo raggiunto da Napoleone nella sua carriera militare e ha assunto una statura quasi mitica nell’epopea napoleonica. Grazie alla precisa esecuzione dell’audace ma ingegnoso piano dell’imperatore, i francesi conseguirono una vittoria schiacciante, e la battaglia è spesso celebrata come il capolavoro di Napoleone per l’abilità di cui egli diede prova e, per i risultati raggiunti, è stata paragonata alla Battaglia di Canne, il famoso trionfo di Annibale.Dalla Restaurazione alla “Primavera dei popoli”Dopo la fine dell’Impero napoleonico, l’Europa, come vi abbiamo anticipato nel paragrafo precedente, si riunì a Vienna per un Congresso, passato alla storia come “Il Congresso di Vienna”. Tale congresso tenutasi nell’omonima città (allora capitale dell’Impero austriaco) dal 1° ottobre 1814 al 9 giugno 1815, al quale parteciparono le principali potenze europee, ebbe lo scopo di ridisegnare la carta dell’Europa e ripristinare l’“Ancien régime”dopo gli sconvolgimenti apportati dalla Rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche. Si volle perciò riassegnare il trono ai legittimi sovrani dei loro Stati 1. Fu anche sottoscritta la Dichiarazione contro la tratta dei negri. L’epoca che si aprì dopo il Congresso di Vienna fu chiamata Restaurazione, in quanto vennero ripristinati gli assetti politici presenti prima della Rivoluzione francese.2 I monarchi dei vari Stati europei commisero però l’errore di non voler conciliare le ideologie presenti con quelle passate, imponendosi prepotentemente sui governi di tutta Europa in modo assolutistico (o quasi), senza tenere conto delle nuove idee di nazionalità, liberalismo e democrazia che, la Rivoluzione francese prima e Napoleone poi, a volte inconsciamente, avevano insinuato nelle menti dei popoli. In sintesi, l’Europa era ideologicamente cambiata dall’avvento di Napoleone, ma i sovrani del tempo sembrarono non voler tener in conto questo fatto, fingendo che 26 anni di storia (1789-1815) non fossero mai esistiti. Sicché fra il 1815 ed il 1848, in Europa, in nome della libertà e del valore di Patria (da cui nascerà il termine “patriottismo”), nonché per interessi economici dei ceti emergenti, cominciano a diffondersi movimenti (spesso sotto forma di società segrete o sette) volti ad opporsi ai regimi ripristinati. Fra gli avversari della Restaurazione vi sono: i borghesi che avevano fatto parte delle strutture statali napoleoniche, e che dopo la Restaurazione erano stati sostituiti da notabili fedeli al sovrano o persino licenziati; quegli intellettuali e quegli idealisti che, rifacendosi alla cultura illuminista, auspicavano profonde riforme liberali; la borghesia industriale che si sentiva minacciata dalla ripresa della vecchia borghesia agraria. L’impatto memorabile di tali proteste – che hanno indotto gli storici a parlare di “Primavera dei popoli” – fu così profondo e violento che nel linguaggio corrente è entrata in uso l’espressione «fare un quarantotto» per sottintendere una improvvisa confusione, o scompiglio. Gli storici concordano che la “Primavera dei popoli” fu nel breve periodo un sanguinoso fallimento (se si eccettua la concessione dello Statuto Albertino nel Regno di Sardegna da parte di Carlo Alberto di Savoia, l’unica costituzione non revocata di quelle concesse o votate nel 1848-49). Tuttavia essa aveva posto le basi per un futuro prossimo in cui per i regimi assolutistici non ci sarebbe stato più posto, arrivando un giorno ai moderni sistemi liberal-democratici.Prima ancora che in Europa, i movimenti e le rivoluzioni nazionalistiche erano esplosi però nell’America latina, dove rivolte sanguinose (appoggiate dagli USA) ponevano fine alla dominazione coloniale spagnola e portoghese, portando alla nascita di grandi Stati come l’Argentina e il Brasile.Più o meno nello stesso periodo (1840), nel Nord America nasceva, per opera del governo della Gran Bretagna, lo Stato del Canada 3 (subordinato al governo britannico); nel 1926, alla Conferenza di Londra, il Canada otterrà il riconoscimento di una sovranità praticamente completa e tale status sarà formalizzato nel ’31.

1 Per quanto concerne l’Italia: vennero uniti Piemonte, Genova e Nizza, che assieme alla Sardegna andarono a creare lo Stato di Savoia, mentre Lombardia, Veneto, Istria e Dalmazia andarono all’Austria; si ricostituirono i Ducati di Parma, Modena, lo Stato della Chiesa (comprendente Lazio, Umbria, Marche e parte della Romagna), e il Regno di Napoli tornò ai Borboni.
2 L’Austria si pose come garante dell’equilibrio europeo restaurato, scongiurando rivolte liberali e nazionali anche con l’intervento militare (come ad esempio avverrà più volte in Italia).
3 Come abbiamo visto nel paragrafo dedicato alla nascita degli Stati Uniti d’America, nel Seicento inglesi e francesi iniziarono la colonizzazione dell’America settentrionale. Gli inglesi si stabilirono nel territorio dei futuri Stati Uniti d’America, invece i francesi si stanziarono nel territorio equivalente all’attuale Canada, che nel 1663 diverrà colonia della Francia. Ma la colonia fu ben presto insidiata dalla Gran Bretagna, per poi essere perduta dai francesi nel 1763. Nel 1814 il Canada inglese avrebbe respinto un’offensiva dei neonati USA.

SEDICESIMA PUNTATA

Il Risorgimento italiano

“Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta! Uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore.” [Goffredo Mameli]

  • I fermenti rivoluzionari

Nel paragrafo precedente abbiamo accennato ai moti rivoluzionari che infiammarono l’Europa nella prima metà dell’Ottocento. In proposito vediamo cosa successe in Italia. Negli anni ’30 dell’800 iniziarono a diffondersi svariate idee liberali, patriottiche ed indipendentistiche, fra cui spiccarono quelle di un democratico genovese – Giuseppe Mazzini – che mirava a costruire uno Stato repubblicano, unitario e indipendente. Egli mentre si trovava in esilio a Marsiglia (Francia) diede vita alla Giovine Italia, una organizzazione politica patriottica che intendeva porsi alla guida di una profonda trasformazione della società italiana. A differenza delle società clandestine sorte negli anni ’20 (come la Carboneria), la Giovine Italia scelse di diffondere il proprio programma, in modo da conquistare il maggior numero di adepti. Nei primi anni ’30 i sostenitori di Mazzini – perlopiù intellettuali – diedero vita a varie insurrezioni che però falliranno, dimostrando come le forze rivoluzionarie italiane fossero piene di limiti. In proposito credo sia opportuno citare quanto ebbe a dire il celebre giornalista Indro Montanelli. “Gli intellettuali che salirono sulle forche e popolarono le galere parlavano fra di loro come dentro le mura di un’Accademia. Un’opera di apostolato popolare [diretta alle masse] non la svolsero in quanto non ne avevano il linguaggio. Quanto al popolo, esso era un agglomerato di analfabeti insensibili a qualunque sollecitazione ideologica (a proposito del livello culturale del Paese, basti pensare che l’”Antologia”, la rivista di gran lunga più autorevole d’Italia, non superava mai le 750 copie !?). Per questo tutta la loro vita non sarà che un seguito di tragiche delusioni e così il Risorgimento rimarrà a lungo un fatto di élite,incapace di tradursi in rivoluzione popolare”…L’importanza di Mazzini nella storia italiana dell’Ottocento non va cercata però nei tentativi rivoluzionari falliti quanto nel suo costante impegno a favore dell’associazionismo, che costituì il primo passo verso l’organizzazione e la presa di coscienza politica da parte degli strati popolari. Le teorie mazziniane si sarebbero rivelate di grande importanza nella definizione dei moderni movimenti europei per l’affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato.Ricordiamo che l’Italia dell’epoca era divisa in tanti staterelli “arcaici” tutt’altro che liberali. Gli austriaci (che avevano fatto la loro comparsa in Italia nei primi anni del Settecento) dominavano il Trentino e il Regno Lombardo Veneto. Poi vi erano il Regno di Sardegna (che molti storici chiamano semplicemente Piemonte o Regno sabaudo) governato dalla dinastia Savoia (che inglobava Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e Sardegna), quindi il Ducato di Parma, il D. di Modena, il Granducato di Toscana, lo Stato della Chiesa (il più retrivo, che comprendeva il Lazio, Umbria, Marche e parte della Romagna) e dulcis in fundo il Regno delle due Sicilie (ex Regno di Napoli) dei Borboni spagnoli (includente a sua volta Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e naturalmente Sicilia).

  • La Prima Guerra d’Indipendenza

Nel 1848 l’onda di protesta popolare che si espandeva in Europa indusse il Re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia a concedere una costituzione – il succitato Statuto Albertino – che ne limitasse i poteri ed assecondasse le elementari istanze liberali del popolo (lo Statuto Albertino diverrà, molti anni dopo, la costituzione dell’Italia unita, e rimarrà in vigore quasi cent’anni, sino al 1947). A Milano, intanto, intellettuali e borghesi, affiancati da ampi strati della popolazione, liberarono la città dopo cinque giornate di battaglie (le cosiddette Cinque giornate di Milano), costringendo le truppe austriache del Lombardo-Veneto a ritirarsi nelle fortezze del cosiddetto quadrilatero (Mantova, Peschiera, Verona e Legnago). Questi due eventi (la concessione dello Statuto Albertino e le Cinque giornate, appunto) furono presi da monito dai patrioti di altre città (come Roma), che iniziarono a credere seriamente nella possibilità di veder finalmente realizzare le proprie aspirazioni, salvo rimanere tremendamente delusi. Fra i patrioti più celebri si ricordano Carlo Cattaneo, Carlo Pisacane e Goffredo Mameli, che compose le parole dell’Inno d’Italia. Stimolato dalle sollevazioni popolari e dalla prospettiva di allargare i domini (annettendo ad esempio Milano e Venezia che si erano liberate dagli austriaci), il 23 marzo ’48 Carlo Alberto dichiarò, assieme ad altri Stati italiani (che non volevano scontentare le spinte patriottiche dei loro domini), guerra agli austriaci: era la Prima Guerra d’Indipendenza. Essa terminava però un anno dopo con una bruciante sconfitta (Milano e Venezia tornavano in mano austriaca), anche per il ritiro di molte truppe alleate (che probabilmente temevano un ingrandimento eccessivo del Regno di Sardegna): ciò era la dimostrazione che per vincere occorrevano alleanze con Stati potenti. Carlo Alberto intanto abdicava in favore del figlio Vittorio Emanale II. Frattanto, grazie al lavoro di un abile uomo politico, Cavour, che poi diverrà Presidente del Consiglio (1852), il Regno di Sardegna diventa in pochi anni uno Stato moderno, liberale (dotato di un sistema parlamentare) ed economicamente sviluppato, in grado di guidare l’Italia verso l’Unità. Nel 1858 viene stipulato un accordo segreto fra Cavour e l’Imperatore francese Napoleone III (nipote di Napoleone Bonaparte): quest’intesa prevedeva una guerra comune contro l’Austria e stabiliva, in caso di vittoria, il passaggio del Lombardo-Veneto a Vittorio Emanuele II, che in cambio avrebbe ceduto la città di Nizza e la regione della Savoia a Napoleone III. Era però un accordo difensivo e sarebbe scattato solo in caso di aggressione dell’Austria al Regno di Sardegna.

  • La Seconda Guerra d’Indipendenza e la nascita del Regno d’Italia

Cavour allora fece di tutto per provocare l’Austria. In poche settimane un cospicuo contingente militare formato da soldati del regno Regno di Sardegna si schierò lungo le rive del Ticino. All’ultimatum austriaco che imponeva di disarmare l’esercito, Vittorio Emanuele rispose con un netto rifiuto e l’Austria il 27 aprile ‘59 dichiarò guerra al Regno di Sardegna. Iniziava la Seconda Guerra d’Indipendenza1. Pochi mesi dopo, l’11 luglio, nonostante il vantaggio acquisito – in virtù di diverse battaglie vinte (in primis a Magenta ed a Solferino) -, Napoleone III, per la minaccia di un allargamento del conflitto (si temeva l’intervento della Prussia a favore dell’Austria) e per le dure prove subite dal suo stesso esercito (che ebbero una vasta eco negativa nell’opinione pubblica francese), chiese ed ottenne l’armistizio (noto come Armistizio di Villafranca), che prevedeva la cessione da parte dell’Austria della sola Lombardia (senza Veneto), suscitando il vivo disappunto di Cavour. Intanto, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla guerra, nei Ducati di Modena, Parma, Toscana e nella Romagna pontificia la popolazione era insorta, aveva cacciato i governanti ed aveva costituito governi provvisori, decidendo l’annessione al Regno di Sardegna, ufficializzata da successivi plebisciti. Il nuovo regno risultava così formato da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Sardegna (che costituivano l’originario Regno di Sardegna), Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Il 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi alla guida di un migliaio di volontari (1162) partì via mare da Genova diretto verso la Sicilia, con l’obiettivo di liberare l’isola dai borboni. Con i suoi mille volontari (che via via sarebbero però cresciuti di numero, sino ad arrivare a 50.000), Garibaldi sbarcò a Marsala, e contro ogni previsione riuscì a battere l’esercito borbonico a Calatafimi. Da qui raggiunse Palermo e proseguì verso oriente, puntando in direzione della Calabria, senza che l’esercito borbonico, ormai in via di disgregazione, fosse in grado di opporgli un’efficace opposizione. Contemporaneamente le truppe regie, che temevano che Garibaldi potesse invadere lo Stato Pontificio, scatenando la reazione di Napoleone III, discesero da nord e dopo aver superato le flebili resistenze delle truppe pontificie riuscirono ad unificare gran parte della penisola (mancavano ancora Veneto e Friuli, Lazio, Trentino-Alto Adige e Venezia Giulia) con lo storico incontro di Taverna della Catena (odierna Campania) tra il Re Vittorio Emanuele II e il Generale Garibaldi: era il 26 ottobre 1860.Dopo i plebisciti di “rito”, il 17 marzo 1861 il parlamento sardo decise allora di proclamare il Regno d’Italia (una sorta di estensione del Regno di Sardegna; la capitale fu provvisoriamente Torino), consegnando la corona a Vittorio Emanuele II, che diventava Re con la formula “per grazia di Dio e per la volontà della Nazione”. Quindi i governanti del nuovo Stato approvarono una legislazione unica prendendo come modello il Regno di Sardegna. Poco dopo, nel giugno del 1861 Cavour morirà a soli 51 anni (gli succederà B. Ricasoli).

  • I problemi del Nuovo Stato

I governanti di Destra del nuovo Stato si trovano alle prese con diversi gravi problemi da risolvere. Fra le questioni principali cui si deve far fronte vi è l’endemica arretratezza e miseria in cui vive gran parte della popolazione italiana (che superava di poco i 25 milioni e di questi oltre il 75% era analfabeta), specie nel mezzogiorno (dove fra l’altro emerge il fenomeno mafioso, in principio una sorta di brigantaggio, che esploderà in tutta la sua forza distruttiva solamente nel Secondo Dopoguerra). Occorre inoltre ”unificare” le numerose culture, abitudini di vita, tradizioni, persino lingue (gli abitanti parlavano perlopiù i dialetti di paese) profondamente diverse, e moltissimi italiani si mostrano restii a perdere queste identità locali. Per la maggior parte di loro lo stato unitario rappresentava un’entità astratta, priva di un riscontro reale positivo nella vita di tutti i giorni. Ma c’è di più: l’unificazione del Regno per molti fu assolutamente negativa, visto che ad esempio coincise con il malvisto obbligo di andare a scuola (introdotto dallo Stato per combattere l’ignoranza); con l’imposizione della leva militare (da cui i cittadini saranno dispensati solamente nel 2005) e con l’introduzione di nuove tasse – come quella che “bersagliava” il macinato – necessarie per risanare il bilancio di uno Stato in grave deficit (che di certo non migliorerà il tenore di vita, già piuttosto basso, della popolazione italiana). Ciò favorirà un profondo astio nei confronti del neonato Governo, che verrà visto dai più come un despota, o nella migliore delle ipotesi come una fastidiosa incombenza, suscitando sentimenti ben lontano dai propositi romantici che avevano dato il là alle operazioni belliche di matrice patriottica.

  • Dalla Terza Guerra d’Indipendenza alla Presa di Roma: l’Italia è totalmente unita

Fra il 1866 e il 1870, con l’annessione del Veneto e del Lazio viene completata l’unificazione territoriale italiana. L’occasione del completamento venne fornita dalla guerra Austro-Prussiana. Dopo il 1848, infatti, la Prussia di Re Guglielmo I e del cancelliere Bismarck si era posta alla guida del processo di unificazione nazionale degli stati tedeschi 2, e per questo motivo i suoi interessi erano entrati in conflitto con quelli dell’Austria. I prussiani allora chiesero l’aiuto dell’Italia. A questo punto, trovatasi in minoranza, l’Austria soccombette ai prussiani (quindi nascerà l’Impero Austro-Ungarico, in base ad un accordo con la quale l’Ungheria otteneva una condizione di parità con l’Austria all’interno della monarchia asburgica 3), e gli italiani, pur perdendo quasi tutte le proprie battaglie (compresa quella navale di Lissa, palesando tutta la propria inadeguatezza tattica), il 26 luglio ’66 ottennero il Veneto (ed alcuni territori limitrofi) per…gentile concessione della Prussia, unica vera vincitrice della guerra.Nel 1870, a seguito della guerra franco-prussiana (che avrebbe permesso alla Prussia di completare il processo d’unificazione, portando alla nascita del cosiddetto Secondo Reich di Nazione germanica), crollò l’Impero di Napoleone III 4. Così il Papa perse il suo grande protettore. L’Italia allora ne approfittò per acquisire con la forza anche i rimanenti territori pontifici (ovvero il Lazio, alla cui conquista Napoleone si era sempre opposto). Roma il 3 febbraio 1871 diverrà la nuova e definitiva capitale d’Italia, in luogo di Firenze (che lo era diventata nel ’64). Così lo Stato Pontificio (752-1870), su cui all’epoca regnava Pio IX (di fatto l’ultimo papa re – in quanto detentore del potere temporale – della storia), cessava di esistere. 5

1 La Seconda Guerra avrebbe visto contrapposti Regno di Sardegna (in cui entra in scena il Generale G. Garibaldi) e Francia contro l’Austria; ne sarebbero rimasti esclusi gli altri Stati italiani. Il successo italiano sarà opera in grandissima parte del contributo francese.
2 Attorno al tredicesimo secolo, infatti, la Germania si era trasformata in un complesso mosaico di territori e di poteri, col potere imperiale che sarebbe via via diventato sempre più flebile. Il frazionamento tedesco nei secoli successivi avrebbe subito un ulteriore aggravamento…Nel Cinquecento, Carlo V si troverà di fronte un complesso di stati territoriali governati da dinastie principesche di fatto indipendenti. Quindi Lutero, con la Riforma protestante, contribuirà ad una ulteriore frammentazione del mondo tedesco. Dopo la “guerra dei 30 anni”, nel Seicento, la Germania risultava divisa in 350 Stati sovrani nominalmente sottoposti all’imperatore. Dove varie riorganizzazioni, e la fine del Sacro Romano Impero Germanico (che di fatto si era ridotto ad una entità astratta), il Congresso di Vienna organizzerà la Germania in una confederazione di 39 Stati dipendente dall’Impero austriaco. Nel 1871 Bismarck, dopo aver sottratto i territori tedeschi in mano ad austriaci e francesi (e non solo), avrebbe dato vita al Secondo Reich. La nuova compagine politica però rimaneva una confederazione composta da diversi Stati, ciascuno dei quali avrebbe goduto di una grande autonomia.
3 Comprendeva, nella sua massima espansione, i seguenti Stati attuali: Austria, Ungheria, R. Ceca, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, parte della Serbia, parte dell’Italia, del Montenegro, della Romania, della Polonia e dell’Ucraina.
4 Noto come Secondo Impero Francese.
5 Lo Stato italiano emanava nel contempo la Legge delle guarentigie, con cui, fra l’altro, si garantivano al Papa l’inviolabilità della persona, gli onori sovrani, il diritto di avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi vaticani, Laterano, Cancelleria e Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo. Pio IX, che si era chiuso nei palazzi vaticani dichiarandosi prigioniero politico, considerò le norme un atto unilaterale dello Stato italiano e pertanto lo dichiarò inaccettabile. Il 15 maggio 1871, ovvero due giorni dopo l’approvazione della legge, il pontefice emanò l’enciclica “Ubi nos“, con la quale veniva ribadito che il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale. La questione romana verrà risolta solamente durante la dittatura Fascista. Nel 1929, infatti, con la firma dei Patti Lateranensi, previo concordato Italia-Santa Sede, verrà creato lo Stato della Città del Vaticano, restituendo una, seppur minima, sovranità territoriale alla Santa Sede.

DICIASSETTESIMA PUNTATA

ERA CONTEMPORANEA

Ed eccoci giunti all’età contemporanea, che noi vogliamo far iniziare dopo l’Unità d’Italia, nel bel mezzo della Seconda Rivoluzione Industriale, la quale dal 1870 cambiò letteralmente la vita di gran parte della popolazione Mondiale. All’apice di questo progresso straordinario vi saranno però due spaventose guerre e governi dittatoriali che avrebbero segnato la società. Quindi dal ’45 in poi, almeno nell’Europa occidentale e negli USA, prevarrànno le idee della libertà e dell’uguaglianza, che sino ad oggi caratterizzano la società.

DALLA BELLA EPOQUE ALL’APOCALISSE

La Belle Epoque tra la Seconda Rivoluzione Industriale e l’avvento dello Stato di diritto

Fra il 1870 ed il 1914 l’Europa fu teatro di un grande progresso civile, l’arena di un impetuoso sviluppo economico e sociale nonché d’una elaborazione culturale profondamente originale ed avanzata. Le trasformazioni investirono ogni aspetto dei Paesi più avanzati, rivoluzionando strutture arcaiche ed immobili da secoli, sconvolgendo la società tradizionale. Ma esaminiamo più in dettaglio codesto periodo storico.

Dal ’70 scoperte scientifiche straordinarie e lo sfruttamento di nuove fonti energetiche (come il petrolio) messe al servizio della tecnica, permisero uno straordinario sviluppo delle industrie e conseguentemente una nuova rivoluzione industriale attraversò l’intera Europa1, trasfigurando profondamente l’economia e gli stili di vita delle masse di tutti gli Stati, sino ad allora basati prevalentemente su un sistema agricolo-artigianale.

Nel 1913 lo statunitense Henry Ford (ispirandosi alle teorie dell’americano Frederick Taylor) introdusse nella sua azienda la catena di montaggio e il nastro trasportatore, che avrebbero permesso le fabbricazioni in serie, facendo letteralmente volare la produzione industriale, abbassando i costi dei prodotti, che così poterono essere acquistati in massa anche dai non ricchi.

Furono ulteriormente rivoluzionati i Trasporti, grazie all’invenzione del motore a scoppio, che avrebbe permesso a sua volta l’invenzione dell’automobile2, destinata (anche grazie all’invenzione dei pneumatici da parte dell’americano Charles Goodyear) a soppiantare la carrozza ed il cavallo. Un ruolo vitale nei trasporti lo svolgerà altresì il rinnovato sistema navale che, grazie allo sviluppo della metallurgia e all’introduzione dell’elica, assistette alla costruzione dei primi scafi in ferro e successivamente in acciaio, che avrebbero permesso la costruzione dei robustissimi transatlantici a vapore (la vela sarebbe presto diventata un lontano ricordo), favorendo fra l’altro l’emigrazione in massa degli europei (italiani compresi), soprattutto negli Stati Uniti, al fine di sbarcare il lunario. Per i trasporti marittimi si rivelò di enorme importanza la costruzione di canali artificiali, come nel 1869 quello di Suez che in poco tempo determinò lo spostamento dei traffici (tra l’Atlantico settentrionale e l’oceano Indiano) dalla rotta del Capo di Buona Speranza a quella, molto più breve, del Mediterraneo e del Mar Rosso, ripristinando così l’importanza della navigazione nel bacino Mediterraneo come tramite tra l’Occidente e l’Oriente (il canale divenne importantissimo soprattutto in relazione al petrolio e quindi per i commerci con l’Arabia e l’Iran: passare da Istanbul avrebbe allungato il percorso).

Nel primo decennio del Novecento (1903) si registrò addirittura l’invenzione dell’aeroplano3: il sogno, l’utopia di volare che l’uomo cullava sin dalla notte dei tempi, si era realizzato! Parallelamente ai trasporti, anche le comunicazioni si fecero più veloci e intense. La scoperta dell’elettromagnetismo con l‘invenzione del telegrafo (per merito dei fratelli francesi Claude ed Ignazio Chappe) prima e del telefono (ideato dall’italiano Meucci ma brevettato dal britannico Alexander Graham Bell) poi, permisero le prime comunicazioni intercontinentali.

Sempre in quegli anni iniziò l’impiego su larga scala dell’elettricità (grazie al contributo di numerosi scienziati, fra cui lo statunitense Thomas Edison), che avrebbe influito tantissimo sullo sviluppo industriale e si sarebbe prestata a svariati ed infiniti usi domestici, dall’illuminazione al riscaldamento, sino ad arrivare ai giorni nostri, con lo sviluppo degli elettrodomestici (frigoriferi, scaldabagni, televisori), che nel Novecento giocheranno un ruolo fondamentale nella modernizzazione delle abitazioni. Un’ulteriore spinta al processo di diffusione dell’elettricità si avrà con l’invenzione della corrente alternata, che permetterà il trasporto dell’energia elettrica su lunghe distanze (al contrario della corrente continua che non poteva essere trasmessa per più di 3 km).

Si registrò l’’adozione su larga scala dell’acciaio (lega di ferro e carbonio), che permise la costruzione di edifici più solidi strutturalmente (sostituendo ferro e ghisa); l’acciaio permise nuove soluzioni nel campo della meccanica e l’utilizzo del cemento armato in quello delle costruzioni.

Si registrarono importanti innovazioni anche in ambito agricolo. Anche il sistema finanziario, che era alla base dello sviluppo industriale, andò modificandosi: fabbriche e capitali si concentravano nelle mani di poche grandi società a danno delle aziende più piccole e più deboli dando così origine ai primi monopoli.

Grandi scoperte si registrarono anche nella Medicina: le fondamentali scoperte di Louis Pasteur (francese), Gerhard Henrik Hansen (norvegese), Robert Koch (tedesco) e altri in campo epidemiologico porteranno a trovare una difesa contro antichi flagelli come la tubercolosi, la difterite, la peste, la lebbra, la rabbia, la malaria. Altre decisive scoperte nel settore medico-sanitario furono l’adozione dell’anestesia (ideata dall’americano William Greeen Morton)4 a base di etere e cloroformio durante gli interventi chirurgici e l’applicazione dei raggi x (scoperti dal serbo Nikola Tesla) per le diagnosi interne. Questo complesso di scoperte e invenzioni in ambito medico permise nel giro di pochi decenni di migliorare le condizioni igienico-sanitarie di gran parte delle popolazioni dei paesi industrializzati, di abbattere l’alto tasso di mortalità infantile e di innalzare notevolmente l’età media della popolazione e le aspettative di vita delle persone.

Si registrarono grandi scoperte anche in ambito chimico, che si tradurranno con l’apparizione di fertilizzanti, coloranti sintetici, ammoniaca, dinamite, soda e prodotti farmaceutici quali cloroformio, disinfettanti e analgesici.

In ambito ludico furono inventate la fotografia (1816, per opera del francese Joseph Nicéphore Niépce), la radio (grazie all’italiano Guglielmo Marconi), il cinema (ad opera dei fratelli francesi Auguste e Louis Lumiere) e più tardi faranno la comparsa i primi televisori (le prime trasmissioni inizieranno negli USA nel 1927, grazie alla geniale invenzione di C.F.Jenkins). Nacquero anche le prime grandi competizioni sportive ufficiali, come i Giochi Olimpici (reintrodotti dal francese Pierre de Coubertin nel 1896: la prima edizione si tenne ad Atene), il Tour de France (1903), il Giro d’Italia e soprattutto i campionati di calcio nazionali (in Italia il primo Titolo di “Campione d’Italia” fu assegnato al Genoa nel 1898), nuovo rito pagano delle masse.

Alla fine dell’800 in Europa inizia lentamente la trasformazione dei sudditi in cittadini: alcuni Stati (come l’Italia), infatti, oltre ad assecondare le aspirazioni liberali del popolo cominciano a percorrere la via democratica, coinvolgendo direttamente la popolazione nelle decisioni di governo, allargando il diritto di voto alla stragrande maggioranza dei cittadini maschi. Sicché le masse non si limitano più a subire decisioni dall’alto ma iniziano a rendersi “parte attiva” (di conseguenza si sviluppò quella che oggi chiamiamo opinione pubblica, grazie anche alla diffusione sempre più massiccia dei quotidiani e ad una scolarizzazione che finiva di essere privilegio di pochi) ed a emergere sulla scena politica (sarebbero nati i primi partiti politici: in Italia, ad esempio, nel 1893 nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani), esprimendo in pubblico ed in relativa libertà le proprie idee. Insomma, si stavano ponendo le basi dello Stato di diritto, che avrebbe visto il suo perfezionamento nel secondo dopoguerra. Anche le donne inizieranno un processo di emancipazione che pian piano le porterà a non essere più emarginate dalla vita sociale ed a non essere considerate inferiori all’uomo. Insomma il Mondo in quegli anni cambiò come non mai in tutto e per tutto. Per sempre. Questo periodo prese il nome di Belle Epoque.

Intorno alla fine dell’800, intanto, gli USA – dopo aver annientato gli “indiani” nativi ed esser usciti da una sanguinosa guerra civile, nota come “guerra di secessione”5, diventano la prima potenza della Terra: gli USA ormai sono sinonimo di progresso, economico e sociale (nel 1865 gli americani avevano abolito la schiavitù dei neri, che però alimenterà delle gravi forme di razzismo che si attenueranno solamente negli anni ’80 del 1900), ed attirerà milioni immigrati da ogni parte del Mondo, Italia compresa.

Verso la “grande guerra”

Lo sviluppo industriale (che interessò in parte anche l’Italia) però ebbe delle conseguenze negative, a causa delle condizioni lavorative assurde a cui erano costretti gli operai, che erano anche sottopagati. Ciò favorì la nascita e il rapido sviluppo di diverse forme di proteste, che spesso sfociavano nella violenza. Nacquero anche dei partiti politici di matrice popolare, dalle idee sovversive, che avrebbero portato un giorno alla nascita del Comunismo, di cui ci occuperemo più avanti. In Italia, sulla scorta di tale clima infuocato, il 20 luglio 1900 l’anarchico G. Bresci uccise il re Umberto I, per un episodio clamoroso che rappresentò il culmine di un periodo post-unitario veramente nefasto, che si sarebbe concluso con la salita al potere, nel 1903, di Giovanni Giolitti (il suo secondo ministero sarebbe durato sino al 1912, con qualche breve “pausa”), il quale varerà una serie di riforme volte a migliorare l’economia e la società, mostrandosi, fra l’altro, sensibile ai problemi della gente comune (nel ’12 istituirà il suffragio generale maschile), conferendo alla Nazione uno stampo protoliberale. In Francia, intanto, un’insurrezione popolare (1870) condusse alla proclamazione della Repubblica.

Sul finire dell’800, inoltre, all’interno delle grandi potenze si sparse – complice l’introduzione della Leva obbligatoria, che in quegli anni interessò quasi tutta Europa (che contribuì a plasmare le menti dei coscritti) – la pericolosa ideologia del nazionalismo, cioè la convinzione della superiorità del proprio Paese e l’aspirazione ad incrementare sempre più la forza economica dello Stato. L’espansione coloniale ricevette perciò un nuovo impulso (anche per trovare materie prime necessarie al lavoro industriale e per avere sbocchi commerciali per collocare la produzione enormemente cresciuta nonché per risparmiare sui costi di manodopera, un po’ come fanno oggi molte grandi aziende quando “delocalizzano”…), portando alla dominazione imperialistica del mondo: in trent’anni le potenze occidentali (in primis Francia ed Inghilterra, mentre l’Italia si limitò più che altro alle conquiste di Libia, Eritrea e Somalia, più tardi, ai tempi del Fascismo, avrebbe acquisito l’Etiopia) si spartirono l’Africa e vasti territori dell’Asia. Accanto a questi motivi ideologici ed economici agirono spinte di carattere politico, come, per esempio, il bisogno di assicurarsi basi militari per consolidare la difesa dei possessi già detenuti o di occupare territori strategicamente importanti per la sicurezza nazionale. Non mancò tuttavia un impulso da parte di esploratori, viaggiatori e missionari…

1 Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, la Prima Rivoluzione industriale si era fondata sullo sfruttamento dell’energia proveniente dal carbone, sulla macchina a vapore e sul ferro.

2 Nel 1804, in Svizzera, il francese Isaac de Rivaz metteva a punto il motore a combustione interna, applicandolo in seguito su di un rudimentale veicolo. Nel 1864 l’italiano Innocenzo Manzetti introdurrà la prima autovettura a vapore moderna in grado di circolare lungo le strade.

3 Il Flyer, il primo aeroplano propriamente detto, vide la luce nel 1903, quando i fratelli Wright riuscirono a far spiccare il volo ad una sorta di aliante dotato di un motore da 16 cavalli a Kill Devil Hill presso Kitty Hawk in Carolina del Nord, USA. Questo primo volo durò 12 secondi, arrivando ad un’altezza di circa 120 piedi (40 metri), fu poco più che un balzo che probabilmente non superò l’effetto suolo.

4 Il dottor W. T. G. Morton già nel settembre del 1846 usò l’etere per estrarre un dente e il 16 ottobre 1846 presentò alla comunità scientifica una sfera di vetro dotata di due valvole (una di uscita ed una di entrata) al cui interno era posizionata una spugna imbevuta di etere. Fece inspirare i vapori al signor Gilbert Abbott al quale il dottor John Collins Warren, chirurgo, doveva asportare un tumore al collo. La sedazione riuscì e l’intervento fu eseguito in maniera veloce e indolore. Nacque così l’anestesiologia moderna.

5 Combattuta fra gli Stati Nordisti (unionisti) e gli Stati Sudisti (secessionisti, che volevano costituire uno Stato autonomo), la Guerra di Secessione fu vinta dai Nordisti. Per molti storici è considerato uno dei primi inflitti totali in assoluto.

DICIOTTESIMA PUNTATA

La Prima Guerra Mondiale “Ogni Nazione era convinta che la propria causa fosse giusta, si credeva minacciata da un perfido nemico bramoso di ucciderla, e pensava che soltanto la propria vittoria potesse salvare l’ordine morale nel mondo”. [Herbert Fisher]

  • L’assassinio dell’arciduca Ferdinando accende la miccia

Come già detto in Europa, nel bel mezzo della Bella Epoque, spiravano pericolosi venti nazionalistici che portarono ben presto diversi Stati a non guardarsi di buon occhio, creando un clima incandescente. Pareva che bastasse una scintilla per far esplodere il tutto. Scintilla che scocca il 28 giugno 1914, quando a Sarajevo (capitale della Bosnia-Erzegovina), un giovane studente nazionalista serbo-bosniaco (Gavrilo Princip, che agì per conto di un’associazione segreta serba) uccise a colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico, e sua moglie. Di conseguenza l’Austria-Ungheria inviò alla Serbia (che era sotto il dominio austro-ungarico) un ultimatum, in cui si chiedeva che il governo si adoperasse per far cessare ogni forma di propaganda ostile agli Asburgo (cioè la famiglia regnante nell’Impero austro-ungarico) e che le indagini sull’attentato fossero condotte con la partecipazione di funzionari austriaci. L’ultimatum fu respinto in quest’ultimo punto1(perché rappresentava un oltraggio alla propria sovranità), così l’Austria, dopo essersi assicurata l’appoggio della Germania, il 28 luglio del 1914 dichiarava guerra alla Serbia: era il preludio alla Prima Guerra Mondiale. La dichiarazione di Guerra all’Austria innescò, infatti, a causa delle varie alleanze (come si evince dalla cartina, da una parte vi erano gli Imperi Centrali – Impero Germanico, Impero Ottomano ed Impero Austro-Ungarico in testa – e dall’altra gli Stati dell’Intesa, comprendenti in primis Francia, Impero Britannico ed Impero Russo), una reazione a catena, che in breve tempo spinse tutte le potenze europee a entrare in guerra. Anche se ciò in realtà fu solo il pretesto per soddisfare le aspirazioni di conquista delle varie Nazioni.

  • Un conflitto immane e logorante

La Germania del Kaiser Guglielmo II ai primi di agosto invade la Francia sperando di piegarla in breve tempo, ma la resistenza francese pone le premesse di una lunga ed estenuante guerra di trincea2 (fatta di pochi attacchi spesso inconcludenti che però sfociavano in autentiche carneficine), che prendeva il sopravvento su quella di movimento. Non mancarono naturalmente le battaglie navali e, nell’ultima fase del conflitto, gli scontri di mezzi corazzati.Dichiaratasi in un primo tempo neutrale (si era ancora totalmente impreparati a sostenere un conflitto), il 24 maggio del 1915 l’Italia di V. Emanuele III (il capo del Governo era Antonio Salandra) entra in guerra a fianco dell’Intesa (anziché degli imperi centrali, con cui era alleata sino a poco tempo prima!). La guerra, infatti, offriva l’occasione per conquistare le terre irredente, cioè quelle regioni (come il Trentino-Alto Adige) che erano ancora in mano all’Austria, completando così l’unità nazionale (una sorta di quarta guerra d’indipendenza).3I giovani italiani al fronte però svilupparono ben presto un sordo rancore nei confronti di chi li aveva mandati allo sbaraglio, inadeguatamente addestrati, mal equipaggiati, con armi insufficienti ed obsolete, con pochi viveri, guidati male (e con troppa severità) dal capo di stato maggiore L. Cadorna, per una guerra – tutt’altro che eroica – che sarà considerata ben presto una inutile strage, come la ribattezzò l’allora Pontefice Benedetto XV. Una belligeranza – combattuta principalmente dalla fanteria (quasi sempre mandata letteralmente al massacro) – che era resa ancor più micidiale dalle nuove (seppur rudimentali) armi tecnologiche, come mitragliatrici, cannoni ultra potenti (che poco o nulla avevano a che fare con quelli delle campagne napoleoniche…), carri armati (il cui utilizzo in verità non sarebbe stato così primario per le sorti del conflitto, come si sarebbe invece verificato in occasione della Seconda Guerra Mondiale), aerei da combattimento (che avrebbero fatto la loro comparsa specialmente sul finire della Guerra), sommergibili armati, persino gas chimici…Col trascorrere dei mesi uno stato generale d’insofferenza verso la guerra iniziò a propagarsi fra i soldati dei paesi belligeranti: si diffusero ovunque, nonostante le minacce del plotone di esecuzione, la diserzione o addirittura l’autolesionismo (consistente nell’infliggersi volontariamente ferite e mutilazioni per essere dispensati dal servizio al fronte). In altre occasioni ci furono casi di ribellione collettiva, scioperi militari o ammutinamenti, che avvennero un po’ dappertutto. Nel 1917 in quasi tutta Europa anche fra i civili inizia a serpeggiare il malcontento, che esploderà con scioperi e manifestazioni di piazza, che verranno repressi con la forza. Intanto le donne rimaste da sole, senza il supporto economico dei mariti, sono costrette a sostituirsi agli stessi nelle varie attività lavorative (per molti storici fu il principio dell’emancipazione femminile).Frattanto la rivoluzione bolscevica scoppiata in Russia (sempre nel ’17: vi dedicheremo ampio spazio più avanti) indebolisce le forze dell’Intesa, che trovano però negli USA – che decisero di correre alle armi a causa della guerra sottomarina indiscriminata da parte della Germania (che aveva lo scopo di impedire agli inglesi di ricevere rifornimenti via mare), che aveva affondato anche navi civili americane e che ledeva gli interessi commerciali americani, visto che questi rifornivano di merci gli stati dell’Intesa – un nuovo potente alleato (gli statunitensi però non avranno obiettivi d’annessione), che alla lunga si rivelerà decisivo per le sorti della Prima Guerra Mondiale (facendo valere, fra l’altro, tutto il peso della sua enorme potenza industriale).Il 24 ottobre dello stesso anno – dopo un biennio di battaglie inutili ma molto sanguinose che non avevano consentito alcun avanzamento sul fronte italo-austriaco – le nostre truppe rimediarono una cocente sconfitta a Caporetto (nell’attuale Slovenia): in pochi giorni persero 100 km di fronte (arretrando in Italia) e 400 mila uomini fra morti e feriti, mentre migliaia di cannoni caddero in mano nemica. Alla fine i nostri comunque resistettero eroicamente fino al fiume Piave, scongiurando la capitolazione definitiva. Il comando da quel momento sarà affidato al generale A. Diaz. Le ripercussioni della sconfitta di Caporetto non si fecero attendere: l’invasione del territorio nazionale trasformò improvvisamente il volto della guerra, che assunse l’aspetto d’una lotta per la salvezza del Paese, ed ebbe il potere di suscitare una somma di energie sino allora assopite. La propaganda governativa (V. E. Orlando era diventato nel frattempo – precisamente il 30 ottobre, succedendo a P. Boselli, che a sua volta era subentrato a Salandra il 18 giugno del ’16 – il nuovo capo del Governo), frattanto, per aiutare psicologicamente i soldati, promise loro laute ricompense una volta finita la guerra. Sugli altri fronti di guerra, intanto, nessuno schieramento riusciva a prevalere sugli altri, per una situazione di sostanziale stallo da cui si sembrava non poter uscire, e che non aveva prodotto altro che un numero spropositato di perdite umane.

  • L’epilogo

Fra l’8 e l’11 agosto 1918, nella grande battaglia di Amiens (Francia), la Germania subì una grave sconfitta sul fronte occidentale ad opera degli anglo-franco-americani. Da quel momento i tedeschi cominciarono ad arretrare lentamente, mentre fra le loro truppe si facevano più evidenti i segni di stanchezza. Frattanto i suoi alleati crollavano militarmente o si disgregavano dall’interno. La prima a cedere fu la la Bulgaria alla fine di settembre. Un mese dopo era l’Impero Ottomano a chiedere l’armistizio. Sempre alla fine di ottobre si consumò la crisi finale dell’Austria-Ungheria ormai minata da vari movimenti indipendentisti (l’Impero, infatti, abbracciava diverse etnie). Di conseguenza anche sul fronte italico si registravano i primi successi: il culmine si toccò a Vittorio Veneto, riportando un trionfo leggendario sull’Austria, anche grazie all’arruolamento forzato dei ragazzi della classe ’99, forze fresche che rivitalizzarono l’esercito. A fine 1918 Austria e Germania (il Kaiser tedesco Guglielmo II era stato costretto ad abdicare, quindi era nata la Repubblica) firmarono l’armistizio (una resa senza condizioni) con le forze dell’Intesa che, in virtù dell’appoggio USA, avevano preso finalmente il sopravvento dopo mesi e mesi di inutili e drammatiche battaglie di logoramento: la Grande guerra – dopo oltre 9 milioni di morti – era conclusa. Con la fine della guerra i vecchi imperi multinazionali – come quello Austro-ungarico (poco dopo la Prima Guerra Mondiale Carlo I – che era succeduto a Francesco Giuseppe, morto nel 1916 – verrà esiliato e nascerà la Repubblica austriaca) e quello Ottomano4 (in proposito, è doveroso ricordare il genocidio del popolo armeno compiuto durante la guerra proprio dagli ottomani) – lasciavano la scena a nuovi Stati (come Polonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Estonia – prima appartenenti all’Impero Russo -, Cecoslovacchia e Jugoslavia5) e nuove forme di governo. La Germania fu oltremodo penalizzata dal Trattato di Versailles: le furono tolte tutte le colonie e alcune ricche regioni, dovette accollarsi i debiti di guerra di proporzioni inaudite (che estinguerà soltanto nel 2010), le fu sequestrata la flotta ed impedito il riarmo. Con questo trattato furono gettate le basi per il desiderio di rivalsa tedesco, che aprirà un giorno la strada al Nazismo ed alla Seconda Guerra Mondiale. L’Italia ottenne Trentino, Alto Adige, Trieste ed Istria, completando, in un certo senso, l’unità d’Italia.

1 La Serbia non temeva il conflitto in quanto contava sull’aiuto dell’Impero Russo, che si era proclamato amico dei popoli slavi.
2 Le trincee furono rese necessarie per ripararsi dalle micidiali armi nemiche, che non permettevano – a differenza di quanto accadeva nell’Ottocento – di avanzare senza essere sommersi da raffiche di proiettili.
3 Il fronte interventista comprendeva in primis i Nazionalisti ed i liberali di destra. A ruota vi erano i repubblicani ed i sindacalisti rivoluzionari (che intendevano trasformare un eventuale successo militare in una vittoria proletaria). Fra i contrari all’entrata in guerra vi era Giolitti, che un giorno nelle sue memorie scriverà: “Io avevo la convinzione che la guerra sarebbe stata lunghissima. A chi mi parlava di una guerra di 3 mesi rispondevo che sarebbe durata almeno 3 anni. La guerra avrebbe richiesto colossali sacrifici finanziari, gravi e rovinosi per un paese come il nostro, ancora scarso di capitali.”. Contro la guerra si schierarono anche i socialisti: “La guerra era un lusso sperperatore che avrebbe profuso energie e ricchezze che sarebbero potute servire a sanare le grandi piaghe sociali dalle quali la Penisola era afflitta”.
4 L’Impero ottomano si ridusse alla Penisola Anatolica (Istanbul compresa). Di conseguenza l’Armenia sarebbe diventata indipendente, mentre l’Egitto, il Sudan, la Libia, la penisola arabica e la Mezzaluna fertile sarebbero finiti sotto il protettorato di Gran Bretagna e Francia. La successiva guerra d’indipendenza turca contro gli alleati occupanti porterà nel 1922 all’emergere della Repubblica di Turchia nel cuore dell’Anatolia e all’abolizione del sultanato ottomano.
5 Con l’unione di Serbia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro, prima appartenenti all’Impero Austro-ungarico.

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33 Risposte

  1. Alberto Sigona ha detto:

    Il Regno delle due Sicilie fu il risultato della fusione fra Regno di Napoli e Regno di Sicilia.

  2. LoZio ha detto:

    NOOOOOOOOOOOOO Albe’ te prego, FERMATEEEEE abbi pietà di noi!

  3. Alberto Sigona ha detto:

    E con il Risorgimento (un argomento molto complesso che ho cercato di semplificare il più possibile) si conclude la Storia Moderna. Dalla prossima puntata (17^), a Dio piacendo, c’immergeremo nella STORIA CONTEMPORANEA. Ci sarà da “divertirsi”. Per info: [email protected]

  4. Anonimo ha detto:

    La verità? …du palleeeeeee

  5. Giacomo-TO ha detto:

    Sincerità? Sicuramente ti leggo più volentieri quando sei meno…. palloso con le tue interminabili storie! E poi chiedi a noi lettori un giudizio…. basta che guardi la tua pagella!!!!

  6. Leo-GE ha detto:

    Competenza. Conoscenza. Scrittura.

  7. Bea'80 ha detto:

    …ma per curiosità quante puntate mancano alla fine?

  8. Piva Mario ha detto:

    …francamente? la pallosità, ma io sono un povero contadino… poco istruito, anzi per niente e cerco di saperne di più leggendi le tue stroire

  9. Alberto Sigona ha detto:

    Cari lettori, nei prossimi giorni vedrete la 16^puntata… Spero che possa riscuotere il vostro consenso entusiasta…A proposito, posso chiedervi qual è la cosa che più apprrezzate della mia storia?

  10. Alberto Sigona ha detto:

    Cari lettori, mi fa piacere ricevere tutti questi complimenti. a proposito di storia, non perdetevi la mia intervista al prof E. Ferretti https://freeskipper.altervista.org/intervista-di-a-sigona-al-divulgatore-storico-prof-ermanno-ferretti/

  11. Ivana T. ha detto:

    Eccezionale testimonianza del sapere umano. Stampo questa dissertazione e la propongo al mio Prof per la tesi di laurea!

  12. Vale'80 ha detto:

    NOOOO ti prego, ti scongiuro, non fermarti… continua con la tua storia!

  13. Ernesto SP ha detto:

    Una storia infinita: confido nell’estro dell’Autore affinchè continui la sua pregevole narrazione non fermandosi al 2021, ma andando oltre…. sento già che mi mancheranno i suoi travolgenti racconti. Complimenti caldissimi!

  14. Giusy BO ha detto:

    Stupefacente! Spero che ci siano ancora altre puntate e che continui la tua storia raccontandoci il futuro!

  15. Elena S. ha detto:

    …la tua storia è talmente affascinante che spero seguano altre ed altre ed altre puntate ancora!

  16. Alberto Sigona ha detto:

    Cari Lettori,
    siamo giunti a buon punto della “nostra” storia. Per qualsiasi dubbio o se avete bisogno di qualche lezione privata on line o per telefono, io sono disponibile GRATIS. Per me sarà un vero piacere! Potrete contattarmi anche su what’s app.

  17. Alberto Sigona ha detto:

    Durante i giorni convulsi della Rivoluzione, quando ci si apprestava a decidere le sorti del Re, mi sono preso la briga d’intervistare Robespierre. Ecco quanto ci dichiarò.

    Cittadino Robespierre: Voi affermate in uno dei vostri innumerevoli discorsi pubblici come la bilancia della giustizia dovrebbe pendere in favore dei cittadini meno agiati anziché dei ricchi. Come mai?

    Io sono del parere che le leggi abbiano il “compito” primario di proteggere la debolezza contro l’ingiustizia e l’oppressione. Riporle nelle mani dei ricchi è contravvenire tutti i più elementari princìpi sociali. Il popolo chiede solo il necessario, vuole giustizia e tranquillità; i ricchi, invece, vogliono tutto, dominare tutto. Gli abusi sono l’opera ed il dominio dei ricchi, e sono il flagello dei popoli: l’interesse del popolo è l’interesse generale, quello dei ricchi è l’interesse particolare.

    Voi vi siete dichiarati assolutamente contrari all’inviolabilità regale. Ma come giustificate la vostra idea?

    Io chiedo a voi: se un Re sgozzasse i vostri figli sotto i vostri occhi, se oltraggiasse vostra moglie, gli direste forse: <> Il Re è inviolabile! Ma non lo sono forse anche i popoli? Il Re è inviolabile grazie ad una finzione, mentre i popoli lo sono per diritto sacro della natura. L’uguaglianza assoluta presuppone che anche il Re debba rispettare la legge, a maggior ragione se è stato lui stesso ad emanarla. Altrimenti mi spiegate che società potrebbe mai essere quella in cui al Re è permesso tutto? Proprio lui, che dovrebbe essere il garante per eccellenza? Se il Re infrange la legge dovrà essere punito come tutti, anzi, dovrà essere punito con maggior severità. Nella migliore delle ipotesi perderebbe il diritto a governare.

    Voi citate la legge, ma nel contempo auspicate la morte della Monarchia in favore della Repubblica. E chi legiferà?

    Vi è solo un tribuno del popolo in cui io possa confidare ed è il popolo stesso. Non vi dovrà più essere una sola persona a legiferare, ma un’assemblea di rappresentanti del popolo, che a sua volta dovrà essere sotto il diretto controllo dei deleganti. Dovrà essere scongiurata ogni forma d’indipendenza dei legislatori. Tanto un’assemblea sarà indipendente, tanto si allontanerà dai propri doveri. Ed inoltre sarà fondamentale la divisione di ogni forma di potere, da quello esecutivo a quello giudiziario. Mai più più poteri dovranno essere concentrati in unico organismo. Soltanto così prenderà forma la democrazia, la pura democrazia.

    Cos’è per Voi la democrazia?

    Oh, la democrazia, che magnifica invenzione. La democrazia è uno Stato in cui il popolo sovrano, guidato da leggi che sono il frutto della sua opera, fa da se stesso tutto ciò che può far bene, e per mezzo dei suoi delegati tutto ciò che non può fare da se stesso.

    Capisco. E del Re cosa si dovrà farne? Verrà processato immagino…

    No di certo. Proporre di fare il processo a Luigi significa mettere in contraddizione la stessa rivoluzione. E infatti, se Luigi può essere ancora ancora l’oggetto di un processo, egli può essere anche assolto. Ma in tal caso tutti i difensori della libertà diverrebbero calunniatori. La stessa detenzione che Luigi ha subìto sino ad oggi sarebbe una vessazione ingiusta. Egli avrebbe il diritto di chiedere la scarcerazione, i danni e gli interessi. Ci manca che tutti corriamo da lui ad invocare la sua clemenza! Luigi non può dunque venire giudicato poiché è già condannato, oppure la Repubblica non è ancora assolta. Luigi deve morire, perchè occorre che la Patria viva!

    Capisco. E che mi dice della guerra?

    Ci sarebbe tanto da dire, ma poiché abbiamo poco tempo mi limiterò a enunciare quanto segue. La guerra è sempre il principale desiderio di un governo potente che vuole divenire potente. È proprio durante la guerra che il governo sfinisce completamente il popolo dissipando le sue finanze, è proprio durante la guerra che egli copre con un velo impenetrabile i suoi ladrocini ed i suoi errori. È durante la guerra che il popolo dimentica le deliberazioni che riguardano essenzialmente i suoi diritti civili e politici, per occuparsi di altro. A Roma, quando il popolo, stanco della tirannia e della superbia dei patrizi, reclamava i suoi diritti, il senato dichiarava la guerra. Ed il popolo si dimenticava dei suoi diritti per accorrere sotto gli stendardi dei patrizi e preparare pompe trionfali ai suoi tiranni.

    In molti vi accusano di esagerare con le esecuzioni dei cosìddetti cospiratori della Rivoluzione.

    Chi afferma questo è in mala fede oppure non ha capito il vero scopo della ghigliottina. A mali estremi si devono adottare estremi rimedi. Senza il Terrore la Rivoluzione sarebbe già morta. Soltanto col il Terrore, purchè sia accompagnato dalla Virtù, si potrà purificare la società dalle persone infide e tenere in piedi la Rivoluzione. Siamo alle prese con un momento storico particolarmente importante, che esige decisioni che a volte possono sembrare esagerate. Con la clemenza si darebbe un grande vantaggio ai controrivoluzionari. Tuttavia le assicuro che un solo uomo che non sia stato ritenuto colpevole sia mai salito al patibolo.

    Ma così il popolo rischia di diventare esso stesso un tiranno.

    No di certo. Bisogna avere del sangue freddo per ascoltare il resoconto degli orrori commessi dai tiranni contro i difensori della libertà. Le nostre donne orribilmente mutilate; i nostri figli massacrati sul seno delle loro madri; i nostri prigionieri costretti ad espiare in orribili tormenti il loro eroismo commovente e sublime. E si osa denominare orribile macello la punizione di alcuni mostri che si sono ingrassati con il sangue più puro della nostra Patria!? Le dirò di più. Il governo rivoluzionario ha bisogno di un’attività straordinaria, perchè si trova in stato di guerra. Esso è sottomesso a regole meno uniformi e rigorose, perchè le circostanze in cui si viene a trovare sono tempestose e mobili, e soprattutto perché esso è costretto ad impiegare incessantemente risorse nuove e rapide, per pericoli nuovi e pressanti. Il governo rivoluzionario deve dare ai buoni cittadini tutta la protezione nazionale, ma ai nemici del popolo deve dare soltanto la morte. Inoltre…

    Mi scusi ma la devo stoppare, il tempo è tiranno (tanto per restare in tema) e dobbiamo proseguire con l’ultima domanda. Vi chiedo: non temete che un giorno tanta inflessibilità vi si potrà ritorcere contro? Teme mai per la sua vita?

    Oh, la vita! L’abbandonerò senza rimpianto! Quale amico della Patria potrà mai sopravvivere nel momento in cui non gli è più permesso di servirla né di difendere l’innocenza oppressa? Perchè mai vivere in un ordine di cose in cui l’intrigo trionfa continuamente sulla verità?

  18. Amintore'52 ha detto:

    A gente come Sandro FI rispondo che scrivere di storia è cultura! Ma per taluni è come dare le perle ai porci.
    Con il massimo rispetto per i “porci”, naturalmente, le cui carni sono preziose e viepiù gustosissime!

  19. Sandro FI ha detto:

    …un polpettone senza fine: che pesantezza infinita! CHE PALLLE!!!
    E prima con gli dei dello sport e poi con la storia dell’arte e adesso pure quest’altro pippone.
    Mi rivolgo alla Redazione: abbiate pietà di noi poveri “lettori”…… nun se ne pò piùùùùù

  20. Alberto Sigona ha detto:

    Grazie a tutti!!! In particolare Grazie Micra.Quando finirà, se lo vorrai, ti potrò inviare per e-mail la versione originale con cartine annesse. Nel frattempo se hai bisogno di ulteriori chiarimenti non esitare a contattarmi E lo stesso ovviamente vale per tutti i lettori. La mia e-mail è: [email protected] Facebook: https://www.facebook.com/alberto.sigona.9/

  21. Caterina GE ha detto:

    Trattasi di un evento complessissimo e parecchio articolato nelle sue varie fasi, le conseguenze principali e più immediate sul contesto socioeconomico e politico furono l’abolizione della monarchia assoluta capetingia con la subitanea proclamazione della repubblica, l’eliminazione delle basi economiche e sociali dell’Ancien Régime, ovvero del sistema politico e sociale precedente, ritenuto responsabile dello stato di disuguaglianza e povertà della popolazione subalterna, e l’emanazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, futuro fondamento delle costituzioni moderne.[

  22. Micra Helcan ha detto:

    Complimenti per l’ottimo lavoro: aspetto la fine per stamparlo e farci la mia tesi di laure in storia moderna.
    Grazie, infinite.

  23. Alfred H. ha detto:

    La Rivoluzione francese (chiamata anche Prima rivoluzione francese o Grande rivoluzione francese, per distinguerla dalla Rivoluzione di luglio del 1830 e dai moti rivoluzionari francesi – episodio locale in seno al ben più ampio contesto di rivolte e insurrezioni sociali europee passate alla storia come la Primavera dei popoli – del 1848, chiamate rispettivamente Seconda e Terza rivoluzione francese) fu un periodo di radicale e a tratti violento sconvolgimento sociale, politico e culturale occorso in Francia tra il 1789 e il 1799, assunto dalla storiografia come lo spartiacque temporale tra l’età moderna e l’età contemporanea.[

  24. Alberto Sigona ha detto:

    Grazie Giusy 🙂

  25. Giusy BO ha detto:

    Stroia interessantissima, non vedo l’ora di leggere come andrà a finire: speriamo solo che sia una storia a “lieto fine”!

  26. Alberto Sigona ha detto:

    Vedo che la mia storia sta suscitando l’interesse degli appassionati 🙂

  27. Giusy BO ha detto:

    Cari amici miei, di fronte al disastro che il Cattolicesimo stava subendo in tutta Europa a causa dell’avanzata del movimento protestante, la gerarchia romana cominciò a preparare una controffensiva.

    Papa Clemente VII, memore del conciliarismo affermatosi a Costanza e a Basilea nel secolo precedente, preferì non convocare alcun concilio ecumenico, timoroso che questo potesse mettere in discussione il primato petrino.

    La situazione cambiò con Paolo III (1534-1549), il quale affidò ai cardinali Contarini e Pole di mettersi d’accordo con l’imperatore Carlo V per trovare una città dove i luterani e i cattolici potessero confrontarsi.

    Si scelse Trento per due motivi: apparteneva all’Impero ed era geograficamente vicina alla Germania luterana.

    Il percorso fu lungo e travagliato: convocato prima per il 1542, fu poi definitivamente convocato dal pontefice per il 1545 con la bolla Laetare Jerusalem.

    I lavori furono interrotti a seguito di contrasti con l’Imperatore e ripresero con Giulio III (1550-1555), mentre l’intransigente Paolo IV (1555-1559) non volle che si continuasse in quanto riteneva che spettasse solo alla sede romana il compito della Riforma.

    Ripreso sotto Pio IV (1562), si concluse soltanto nel 1563.

  28. Valeria Ventura ha detto:

    Per riforma cattolica, o controriforma, si intende quell’insieme di misure di rinnovamento spirituale, teologico, liturgico con le quali la Chiesa cattolica riformò le proprie istituzioni dopo il Concilio di Trento.
    Già durante il Concilio di Costanza i padri conciliari avevano auspicato una riforma «nel capo e nelle membra»; ma fu solo in seguito alla Riforma protestante iniziata da Martin Lutero, un monaco agostiniano, che tale esigenza si fece urgente, concretizzandosi nell’applicazione delle disposizioni conciliari tridentine.

  29. Andrea C. ha detto:

    Il concilio di Trento o concilio Tridentino fu il XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, convocato per reagire alla diffusione della riforma protestante in Europa. L’opera svolta dalla Chiesa per porre argine al dilagare della diffusione della dottrina di Martin Lutero produsse la controriforma.

    Il concilio di Trento si svolse in tre momenti separati dal 1545 al 1563 e durante le sue sessioni a Roma si succedettero cinque papi (Paolo III, Giulio III, Marcello II, Paolo IV e Pio IV). Produsse una serie di affermazioni a sostegno della dottrina cattolica che Lutero contestava. Con questo concilio la Chiesa cattolica rispose alle dottrine del calvinismo e del luteranesimo.

    L’aggettivo tridentino viene ancora usato per definire alcuni aspetti caratteristici del cattolicesimo ereditati da questo concilio e mantenuti nei secoli successivi sino al concilio Vaticano I ed al concilio Vaticano II.

  30. Alberto Sigona ha detto:

    Carissimi Lettori: nel paragrafo la “Chiesa occidentale si divide fra cattolica e protestante” io cito il concilio di Trento e poi parlo di Controriforma. Attenzione a non confonderVi le idee. Non sono due cose differenti. La Controriforma della Chiesa Cattolica fu attuata mediante il Concilio di Trento.
    Comunicazione di servizio (rivolta a FREESKIPPER): per scongiurare la confusione, potreste cancellare la frase ” con la Controriforma (1550 circa)” e lasciare “Inoltre si volle porre un freno”. Scusate, ma quando si tratta di redarre un’opera ciclopica come LA STORIA DELL’UOMO è facile incorrere in qualche refuso o piccole imprecisioni. Specie quando si è da soli…Certo della comprensione, dei lettori e della redazione, vi auguro buona lettura. E per dubbi e curiosità non esitate a contattarmi. Grazie

  31. l'autore ha detto:

    Per quanto concerne la Bibbia, ho scritto che è ritenuto il primo libro stampato con la nuova tecnica. Intendevo, il primo libro EUROPEO.

  32. carletto-rm ha detto:

    Non è mio costume offendere nessuno, ma questo signore non sa che hanno inventato Wikipedia prima di lui!?

  33. Dany'70 ha detto:

    Che noioso…

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