La poesia di T. S. Eliot, tra visioni di un Occidente al tramonto e spiritualità.

di Giovanni Graziano Manca. Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 1888 – Londra, 1965), fu poeta, drammaturgo e critico con una spiccata attitudine all’approfondimento filosofico; la circostanza emerge chiaramente dalla lettura di opere come “La terra desolata”, “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”, “Gli uomini vuoti”, e altre.

La sua idea di un Occidente in declino, peraltro, appare sempre di bruciante attualità. Scrive il poeta in “Gli uomini vuoti”: “Questa è la terra morta/ Questa è terra di cactus/ Qui le immagini di pietra/ Sono innalzate, qui ricevono/ La supplica della mano di un morto/ Sotto il palpitare di una stella che si spegne.”

L’opera di Eliot è complessa in quanto frutto di molteplici influenze, da Dante a Shakespeare ai simbolisti francesi (Laforgue in particolare) e cosi via, e denota originalità e capacità poetiche impareggiabili accompagnate da una non comune curiosità circa le relazioni esistenti tra poesia e teatro, specialmente tra poesia e teatro in versi.

Pare che il poeta portasse sempre con sé una copia della Divina Commedia sulla cui prima pagina aveva annotato l’anno di acquisto (il 1915) e apposto la sua firma, “Quasi un modo”, scrive Marzio Breda, “per affermarne un possesso pieno, rintracciabile del resto nell’impalcatura, nelle simmetrie e nelle analogie (per qualche aspetto anche religiose) che associano il suo corpus poetico allo schema Inferno-Purgatorio-Paradiso.”

Eliot è stato definito poeta d’ampio respiro, capace di esprimere, con il suo teatro e i suoi versi, i patimenti e le angosce di un’intera società che filtrano anche attraverso gli stretti passaggi del clima sinistro di questi primi celeberrimi versi del “Canto d’amore di J. Alfred Prufrock”, dove le  descrizioni cupe inseguono immagini che non lasciano spazio a sprazzi di luminosità: “Andiamo dunque, tu ed io,/ quando la sera è stesa contro il cielo/ come un paziente anestetizzato disteso sul tavolo;/ andiamo, per certe strade semideserte,/ rifugi borbottanti/di notti inquiete in locande da una notte/ e ristoranti con segatura e gusci d’ostrica;/ Strade che seguono come una discussione noiosa/dall’intenzione insidiosa/per condurti a una domanda ineluttabile…/No, non chiedermi qual è/ Andiamo piuttosto, facciamo la nostra visita.”

Si conoscono, d’altro canto, gli stretti rapporti del poeta con la spiritualità. Di essi danno testimonianza i versi conclusivi di “Mercoledì delle Ceneri” (tenerissimi e di inarrivabile maestria nel loro ondivago muoversi tra luci e ombre) dedicati alla Madonna: “Donna di silenzi/ Calma e turbata/ Intera e straziata/Rosa della memoria/ Rosa della dimenticanza/ Esausta e apportatrice di vita/ Inquieta riposante/ L’unica Rosa/ È ora il Giardino/ Dove tutti gli amori finiscono/ Tormento a termine/ Dell’amore insoddisfatto/ Tormento maggiore/ Dell’amore soddisfatto/ Fine dell’infinito/ Viaggio senza fine/ Conclusione di tutto quanto/ È per sempre inconcluso/ Discorso senza parola e/ Parola senza discorso/ Grazia alla Madre/ Per il Giardino/ Dove ogni amore finisce.” 

Eliot riceve il premio Nobel per la letteratura nel 1948.

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