Pensioni: da ‘quota 100’ a ‘quota 92’! Ma dove sta la fregatura?

di Redazione. Dal governo gialloVerde a quello gialloRosso, ogni giorno se ne “spara” una nuova. Dalla tassa sulle merendine ai crocefissi nelle scuole. Dalla tassa su badanti e colf al bonus per chi non paga in contanti. L’ultima “sparata” non poteva risparmiare le pensione ed è quella che da “quota 100” (38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni) si starebbe pensando di passare a “quota 92” (30 anni di contributi con un’età anagrafica di 62 anni).

L’ipotesi di “Quota 92” nasce dal disegno di legge n. 1010 relativo a “Misure urgenti per la flessibilità e per l’equità intergenerazionale del sistema previdenziale”, che porta la firma di Tommaso Nannicini del Pd,  nel quale si fa riferimento ai lavoratori svantaggiati e ai contribuenti che, in generale, non riescano a raggiungere il numero di anni di versamenti richiesti per l’uscita da lavoro. Ma si prende in esame anche la situazione delle generazioni più giovani e della loro futura pensione, in particolare per i lavoratori ricadenti nel sistema contributivo, ovvero che abbiano iniziato a lavorare a partire dal 1° gennaio 1996.

La riforma delle pensioni anticipate con abolizione di “quota 100” punterebbe a quella che Nannicini chiama la “quota 92”, con uscita all’età minima di 62 anni e con trenta (e non più 38) anni di contributi. La platea, rispetto a quella delimitata dell’Ape social del 2017 e alle successive proroghe della misura, risulterebbe potenziata: vi rientrerebbero tutti i disoccupati, i contribuenti che assistano disabili e i disabili stessi, i lavoratori impiegati nelle attività gravose o usuranti.

Una riforma pensionistica, dunque, capace di evitare lo “scalone” previdenziale che si manifesterà dal 1° gennaio 2022, giorno a partire dal quale i lavoratori che compiano 62 anni e con 38 di contributi non potranno più beneficiare della quota 100. Nel pacchetto della riforma delle pensioni di Nannicini rientra anche la proroga dell’opzione donna, misura che consente alle lavoratrici di poter andare in pensione anticipata in presenza di 35 anni di contributi.

Insomma, con 30 anni di contributi e 62 anni di età si sarebbe liberi di staccare la spina e di godersi la meritata pensione! Ma dove sta la fregatura? Molto probabilmente nelle penalizzazioni, e poi prima si va in pensione e più magro sarà l’assegno!

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