Le affannose giravolte di Giorgia.

di Mario Barbato. Ci sono episodi che dicono molto sul valore di un premier. Ed è quando tale premier, intercettando gli umori dei cittadini e temendo di perdere consensi, comincia a cambiare rotta, rinnegando tutto ciò che aveva fatto fino a quel momento.

Giorgia Meloni è una di questi. Per tre anni ha incarnato la figura dello statista che raccontava i successi immaginifici del suo governo, grazie all’appoggio dei media servili. Danzava sui palchi elettorali, difendeva i suoi ministri, stringeva le mani ai capi di Stato durante filate in cui esibiva i suoi completini, si vantava delle prime pagine delle riviste internazionali che la paragonavano addirittura a Margaret Thatcher, si dilettava a prendere in giro l’opposizione con la testa sotto la giacca.

Poi la realtà ha presentato il conto. Ed è un conto salato. Uno di quelli che ti sveglia dal mondo dei sogni. I dati Istat che parlano di una nazione che cresce poco o non cresce affatto. La debacle referendaria sulla giustizia. Le grane giudiziarie di ministri e sottosegretari, da Santanché a Delmastro, indagati o condannati per truffa, appropriazione indebita, connivenza mafiosa. Il genocidio contro i palestinesi del suo alleato Benjamin Netanyahu, la politica demenziale del suo “padrone” Donald Trump che attacca il Venezuela, dichiara guerra all’Iran, si scaglia contro papa Leone.

Ed ecco che Giorgia Meloni inizia a cambiare atteggiamento nel disperato tentativo di ritrovare una connessione con il popolo che comincia a rumoreggiare, come testimonia il calo dei consensi per Fratelli d’Italia che si registra ogni giorno. Fa dimettere ministri e sottosegretari. Rompe con Netanyahu. Critica Trump che la definisce “codarda”. Chiede all’Europa di interrompere il patto di stabilità che lei stessa ha firmato, nel nome di una crisi italiana che lei ha sempre smentito e negato.

Tutto questo non è frutto di un ravvedimento politico, ma è il tentativo di accattivarsi di nuovo le simpatie di un elettorato che mormora e bisbiglia. E’ il desiderio di tornare a lusingare gli elettori pur di rimanere lì dove si trova. Una mossa che a volte riesce, ma quasi sempre fallisce. Ne sanno qualcosa i vari Berlusconi o Renzi.

Ma quando insegui gli elettori anziché guidare gli elettori, quando la realtà dice che le cose vanno nella direzione opposta a quella che vanti sui social, allora la corsa a rimediare mettendo in soffitta la coerenza di solito non paga, di solito punisce.

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