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Il popolo oppresso del Kashmir. di Salvatore Falzone

di Salvatore Falzone. L’11 febbraio, in Kashmir sarà un giorno particolare in quanto si ricorderà l’eroe nazionale Maqbool Butt condannato da un tribunale indiano nel 1984 mediante impiccagione. Un uomo che veniva considerato assai pericoloso sia da Islamabad che da Nuova Delhi per via del suo pensiero: l’indipendenza del proprio popolo in Kashmir.

I riflettori dei media occidentali continuano ad essere puntati su alcuni conflitti come quello in Siria o  in Libia. Poche volte, invece,  parlano o danno notizie su quello che succede in Kashmir, eppure in questa regione “benedetta da Dio e paradiso in terra”, come veniva chiamata un tempo, da oltre 70 anni i venti di scontro soffiano periodicamente in una guerra per procura giocata dal Pakistan e dall’India.

La questione del Kashmir affonda le sue radici nell’età coloniale, durante la quale lo Jammu e Kashmir rientrava tra i 565 Stati principeschi semi-indipendenti che facevano parte dell’Impero britannico. Quando il 15 agosto 1947, l’Unione Indiana e il Pakistan sorsero dalle ceneri del colonialismo inglese, lo Jammu e Kashmir si trovò davanti alla scelta di optare tra i due Stati limitrofi o imboccare la via della propria indipendenza, ma il territorio era segnato da quello che possiamo definire “linea di faglia” ovvero essere il “cuscinetto” tra due entità statali differenti.

Sotto la dominazione inglese il principato era retto dal Maharaja Hari Singh, che era di religione indù, il quale governava su una popolazione a maggioranza musulmana e con uno status sociale medio–basso, e la minoranza costituita dagli indù che apparteneva alla classe più agiata. Sia il Maharaja che il leader del Partito Nazionale, Sheikh Abdullah, propendevano per l’indipendenza, ma le incursioni da parte del Pakistan, che trasformarono le tensioni socio-economiche in politiche, sfociarono in una rivolta popolare contro il regime. Da notare come sino a quel momento sia la popolazione di religione musulmana che indù avevano convissuto senza problemi. Da parte pachistana vennero inviati alcune tribù a partecipare alla rivolta.

Il Maharaja si rivolse all’India per un intervento immediato, gli indiani avevano concordato di riconoscere al Kashmir un’autonomia particolare – cosa sancita dall’art. costituzionale 370 e promisero di adoperarsi per l’autodeterminazione del paese mediante un referendum (Accordo Nehru-Abdullah) – e decisero di inviare il proprio esercito. A quel punto il Pakistan mandò i propri militari trasformando la rivolta in guerra aperta.

Il conflitto, prima guerra indo-pachistana, terminò con l’intervento dell’Onu per un cessate il fuoco. La posizione in cui si trovavano gli eserciti venne cristallizzata nella cosiddetta “Linea di Controllo”, confine sostanziale seppur non formale in quanto nessuno delle due parti lo riconosce. La Linea di Controllo non solo divide il territorio ma anche le famiglie.

Nasce così il Jammu e Kashmir annesso all’India e l’Azad Kashmir o Kashmir libero nella parte controllata dal Pakistan.

Gli altri due conflitti scoppieranno nel 1965 e nel 1971. Tre guerre classificate come “conflitti ad alta intensità”, mentre negli anni successivi -fino ad oggi- ci sono stati dei “conflitti a bassa intensità”. Inoltre occorre ricordare che nel 1962 la Cina occupò una porzione di territorio nel Kashmir settentrionale Aksai Chin strategicamente importante per Pechino per via della questione del Tibet.

Per l’India la questione è “interna” e riguarda la propria “sicurezza”, la salvaguardia del proprio territorio e della sovranità statale centrale, svuotando di fatto la promessa referendaria. Per il Pakistan, invece, si tratta di “territorio conteso” poiché l’annessione venne firmata dopo l’invio dell’esercito da parte indiana. Sull’indipendenza del Kashmir Islamabad mantiene la posizione di foraggiare i gruppi estremisti in chiave “annessione al Pakistan” e non indipendenza del Kashmir.

La militarizzazione del Kashmir ha determinato tra la popolazione locale un senso di alienazione la cui origine va ricondotta allo stretto controllo degli apparati di sicurezza e della presenza degli eserciti, che ciclicamente tornano ad attaccarsi. C’è anche l’emergere del terrorismo jihadista, di gruppi legati ai vari movimenti estremisti che dal Pakistan si infiltrano in tutto il Kashmir, sia nella parte pachistana che indiana, ad esacerbare le tensioni.

Ad oggi, i tentativi di negoziato tra i due governi (India e Pakistan) hanno riguardato non l’assetto definitivo del territorio ma solo delle parziali aperture economiche o ricongiungimenti familiari. Misure che hanno avuto sulla popolazione un impatto molto leggero. Mentre i due Paesi, che sono delle potenze atomiche, hanno firmato accordi nel 1988 sulla mutua rassicurazione di non attacco alle installazioni nucleari, a quello del 1991 sulla reciproca notifica delle esercitazioni militari, a quello del 1992 sul divieto di utilizzo di armi chimiche. Tutto ciò si fondava sul concetto di deterrenza attraverso il bilanciamento del terrore, ovvero la minaccia attraverso la capacità di possedere e sviluppare armi atomiche. Purtroppo dopo la crisi dello scorso anno,  con tanto di confronto sia per via terra che per via aerea tra India e Pakistan sul territorio del Kashmir, si registra un cambio di strategia, i rispettivi eserciti parlano di un nuovo concetto di deterrenza che passi attraverso l’impiego di armi nucleari anche in via preventiva, smarcandosi dalla dottrina “No first use”.

In un momento assai delicato tutto sembra delineare un futuro per il Kashmir poggiato su un vulcano silente, pronto ad infiammare l’intera regione.

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