Cambiano i Ct, non cambia l’Italia. Il vero problema è un calcio italiano con troppi giocatori stranieri.

Alla fine ha vinto la linea della continuità. O, se si preferisce, quella della restaurazione. Giovanni Malagò ha riportato Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale e affidato a Claudio Ranieri il ruolo di direttore tecnico, chiudendo nel giro di poche settimane quella che sembrava poter diventare una svolta epocale per il calcio italiano. L’ipotesi di una governance nuova – con Paolo Maldini e Leonardo ai vertici dell’area tecnica e il tentativo, per quanto bizzarro, di Pep Guardiola – si è dissolta rapidamente, lasciando spazio al ritorno di uomini già conosciuti e considerati affidabili.

È una scelta che può essere discussa sotto il profilo politico e manageriale. Malagò aveva accarezzato l’idea di passare alla storia come il presidente della rivoluzione, salvo poi rifugiarsi nella soluzione più rassicurante quando quella strada si è rivelata impraticabile. Più che un nuovo corso, una marcia indietro. Più che una rifondazione, un ritorno all’ordine costituito. Il richiamo al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa viene naturale: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Eppure il dibattito rischia di fermarsi alla superficie.

Perché la vera emergenza del calcio italiano non si chiama Mancini, Spalletti, Gattuso o Ranieri. Non riguarda il commissario tecnico né il direttore tecnico. Riguarda, molto più semplicemente, la qualità dei calciatori italiani.

Da anni la serie A e la serie B sono diventati campionati in cui i club costruiscono le proprie rose facendo ricorso in maniera massiccia al mercato internazionale. Ormai è divenuta consuetudine il vedere squadre schierare ventidue giocatori stranieri tra titolari e cambi, con gli italiani relegati a comprimari o esclusi del tutto. È una conseguenza della globalizzazione del calcio, certamente, ma anche di una precisa scelta tecnica ed economica.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il serbatoio dal quale il commissario tecnico può attingere si è progressivamente impoverito.

Un allenatore può migliorare un gruppo, organizzarlo, motivarlo, trasmettergli un’identità. Non può però creare dal nulla quei calciatori che il sistema non produce più. L’Europeo vinto nel 2021 da Mancini fu un capolavoro tattico e psicologico, ma anche un’eccezione difficilmente ripetibile. Quella squadra seppe andare oltre i propri limiti, non cancellarli.

Da allora il problema strutturale è rimasto intatto.

Si continua a discutere dei nomi in panchina come se bastasse cambiare il direttore d’orchestra per trasformare un organico che, semplicemente, offre meno talento rispetto alle grandi rivali europee. Francia, Spagna e Germania possono contare su decine di giovani che giocano stabilmente ad alto livello. L’Italia fatica persino a trovare attaccanti, registi e difensori centrali di livello internazionale.

La responsabilità, allora, è collettiva.

È dei club che privilegiano l’acquisto di giocatori già pronti rispetto alla crescita dei propri vivai. È di un sistema che non incentiva realmente l’utilizzo dei giovani italiani. È di una Federazione che da troppo tempo rincorre le emergenze senza affrontare le cause profonde della crisi.

Per questo la scelta di Mancini e Ranieri rischia di essere, ancora una volta, una soluzione che interviene sugli effetti e non sulle cause. Potrà anche funzionare nel breve periodo, restituendo serenità all’ambiente e qualche risultato positivo. Ma senza una profonda revisione del modello di sviluppo del calcio italiano, ogni commissario tecnico sarà destinato a scontrarsi con gli stessi limiti.

La domanda finale, dunque, non è se Malagò abbia scelto gli uomini giusti. È se il calcio italiano abbia finalmente deciso di affrontare il problema vero.

Perché nessun commissario tecnico, neppure il migliore al mondo, può convocare quei calciatori che il nostro sistema non è più capace di formare. E finché le società continueranno a preferire il mercato estero alla valorizzazione dei talenti italiani, la Nazionale resterà prigioniera di una crisi che nessun cambio in panchina potrà davvero risolvere.

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