Il vicolo cieco del ‘Palazzo’: perché la politica italiana ha perso la rotta.

di Mario Barbato. La paralisi della classe politica italiana si consuma tra le aule parlamentari e i Ministeri, dove l’attività legislativa è ridotta a una sequenza di decreti d’urgenza e veti incrociati. Non si tratta di una crisi passeggera, ma di un deficit strutturale causato da due nodi irrisolti: l’assenza di visione strategica e il crollo della selezione meritocratica. Sono questi i fattori che condannano le istituzioni a una perenne e affannosa gestione dell’emergenza, incapace di produrre riforme organiche.

Il primo limite macroscopico coincide con la dittatura del consenso. La frammentazione dei partiti e l’instabilità degli esecutivi costringono i leader a un costante tatticismo. Oggi l’orizzonte si misura sui sondaggi, non su piani industriali o demografici. Questa rincorsa al voto genera riforme frammentate, puntualmente smantellate dal governo successivo. Si assiste così a un abuso sistematico dello strumento del decreto-legge, che scavalca il dibattito parlamentare ordinario per rincorrere il titolo di giornale. Manca la continuità amministrativa indispensabile per aggredire un debito pubblico strutturale che viaggia ormai oltre la soglia critica dei 3.000 miliardi di euro, gravato dal continuo rialzo della spesa per interessi.

A monte di questa miopia si colloca una crisi dei rappresentanti pubblici. Il tramonto dei partiti della Prima Repubblica e la chiusura delle scuole di formazione hanno cancellato la competenza e il radicamento sul territorio. Al loro posto dominano dinamiche di fedeltà personale. Le riforme elettorali basate su liste bloccate hanno inasprito le logiche di cooptazione dall’alto, esautorando la base. Il taglio del numero dei parlamentari ha ristretto la base decisionale ai soli cerchi magici dei leader. Il risultato è una rappresentanza spesso impreparata ad affrontare problemi complessi.

Questo deficit di competenze scava un solco profondo tra il palazzo e la società civile. Chiusa in un linguaggio autoreferenziale, la politica adotta un codice astratto. Non riesce più a intercettare le urgenze del Paese reale: dal declino demografico (che vede l’Italia scendere sotto la soglia critica delle 380mila nascite all’anno) fino al drammatico impoverimento del ceto medio a causa dell’inflazione cumulativa degli ultimi anni. Anche la gestione della gigantesca architettura del PNRR ha mostrato i limiti di una macchina politica locale e centrale incapace di spendere con progetti di qualità. Questa incapacità strutturale amplifica la sfiducia dei cittadini. I dati demoscopici dell’Ipsos parlano chiaro: oltre i tre quarti della popolazione ritiene ormai che gli eletti agiscano unicamente per proteggere i propri privilegi di casta.

Il quadro si completa con l’incapacità di generare compromessi sulle grandi riforme di sistema. Questo limite sta producendo la più grave crisi democratica dal dopoguerra: l’esplosione dell’astensionismo. La polarizzazione estrema, alimentata dai social network, trasforma ogni confronto in uno scontro ideologico tra fazioni. Si bloccano così interventi necessari su lavoro, giustizia civile, fisco e digitalizzazione della macchina statale. Lo stallo prolungato ha eletto il non-voto a primo partito d’Italia. L’affluenza è precipitata a minimi storici sotto il 50% persino nelle storiche roccaforti regionali. È il segno che la classe politica sta erodendo la sua stessa legittimità, governando un Paese che in maggioranza ha smesso di sceglierla.

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