I veri ignoranti? I politici ché ignorano i cittadini!

C’è una frase che, più di molte analisi politiche, racconta lo stato di salute della sinistra italiana: “Chi vota Meloni e Vannacci ha studiato poco”. Insomma, per il Pd, quando perde le elezioni, il problema sono sempre gli elettori. Se non scelgono la sinistra, infatti, non è perché l’offerta politica è debole, le alleanze e le promesse poco credibili o i dirigenti hanno perso qualsiasi contatto con il Paese reale. No: è perché hanno studiato poco.

La raffinata analisi arriva da Stefano Bonaccini, presidente del partito nonché europarlamentare:

È un discorso che riguarda tutto l’Occidente e l’Europa. Il voto al primo Trump, il voto alla Brexit, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni e prima a Salvini e ora, forse, a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città, chi sta peggio economicamente.

Il tema sollevato da Bonaccini – titoli di studio a parte, per non ricadere nel ridicolo – è tutt’altro che irrilevante. Perché operai, impiegati, ceto medio, periferie, aree interne e fasce economicamente più fragili hanno progressivamente smesso di essere una componente naturale dell’elettorato di sinistra? Perché una parte crescente di quel mondo guarda oggi a Giorgia Meloni, alla Lega, a formazioni più radicali o, in altri Paesi, a Donald Trump, Marine Le Pen e alla Brexit?

La sinistra dice di voler riconquistare il voto popolare e, nello stesso momento, rischia di descrivere proprio quel popolo come una massa di ‘ignoranti’, più povera, meno istruita, più facilmente suggestionabile. Quando votava a sinistra era la classe lavoratrice, il cuore del Paese, la coscienza sociale della Repubblica. Quando cambia orientamento diventa improvvisamente una categoria sociologica da spiegare: quelli con meno titoli di studio, quelli delle periferie, quelli delle campagne, quelli che stanno peggio.

Bonaccini ci ha poi messo una toppa, peggiore del buco, precisando il senso delle sue parole. Ha parlato di dati e analisi statistiche, ricordando che in numerosi Paesi occidentali il voto alla destra è stato proporzionalmente più forte tra le persone con livelli di istruzione più bassi, nelle aree periferiche e tra le fasce economicamente più deboli. E ha chiarito che non intendeva affatto sostenere che tutti gli elettori di destra siano ignoranti.

Ma il punto, che la sinistra farebbe bene ad analizzare, non è stabilire se un laureato voti PD o se uno con la terza media voti FdI. Il punto è capire perché milioni di persone che un tempo si riconoscevano nella sinistra oggi non la considerino più la propria casa politica. E soprattutto perché, quando si prova a rispondere a questa domanda, il rischio sia ancora quello di guardare gli elettori dall’alto verso il basso, con… la puzza sotto il naso.

La reazione di Giorgia Meloni è stata immediata e durissima:

In una illuminata lezione, Stefano Bonaccini, Presidente del Partito Democratico, ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco.
L’abbiamo già sentita. Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare.
Forse Bonaccini dovrebbe prendere in considerazione un’ipotesi più semplice: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra. Hanno visto città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare, e come devono pensare.
Quegli italiani votano a destra perché noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli.
Li rispettiamo.
Ed è forse proprio questo rispetto che Bonaccini e una certa sinistra, nonostante le molte sconfitte, non hanno ancora studiato abbastanza.

Una risposta politicamente impeccabile, perché intercetta esattamente il nervo scoperto della sinistra: la distanza percepita tra una parte del suo ceto dirigente e una parte del Paese che non si sente più rappresentata.

Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui e trasformare la polemica in una gara a chi insulta meglio l’avversario.

Perché anche la destra farebbe bene a evitare la tentazione opposta: quella di considerare automaticamente ogni elettore di centrodestra come un cittadino dimenticato dalla sinistra e, dunque, automaticamente conquistato dalla destra per merito proprio.

Gli elettori – orfani dell’ideologia – non sono proprietà privata di nessun partito. Cambiano idea, giudicano i governi, valutano i risultati, puniscono chi delude e premiano chi ritengono più credibile.

Il problema, dunque, non è il grado d’istruzione degli italiani, ma quello della politica che ‘ignora’ le reali esigenze e le legittime aspettative degli italiani: lavoro, pensioni, salari, sicurezza, casa, sanità, scuola, trasporti.

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