Dal blocco agrario-industriale al blocco territoriale-finanziario.

Il presente lavoro non si propone di ricostruire in modo esaustivo la storia economica e politica dell’Italia contemporanea, bensì di utilizzare dati storici, economici e istituzionali come strumenti di verifica dell’ipotesi centrale della ricerca: la persistenza, pur in forme mutate, delle strutture di potere e dei meccanismi di accumulazione individuati dalla tradizione meridionalista e dall’analisi gramsciana dello Stato unitario.

L’obiettivo è analizzare il ruolo svolto dal blocco agrario-industriale nella formazione dello Stato nazionale e verificare in quale misura le categorie interpretative elaborate da Antonio Gramsci, Guido Dorso, Emilio Sereni e Rosario Romeo consentano ancora oggi di comprendere le dinamiche dello sviluppo locale nel Mezzogiorno. La ricerca assume come punto di osservazione privilegiato il rapporto tra rendita, classi dirigenti e istituzioni, nella convinzione che i processi di modernizzazione intervenuti nel secondo dopoguerra non abbiano eliminato tali elementi, ma ne abbiano progressivamente modificato le forme di manifestazione economica e politica.

In questa prospettiva, il Mezzogiorno non viene considerato come una semplice area arretrata rispetto ai livelli di sviluppo del Centro-Nord, bensì come un osservatorio privilegiato attraverso cui analizzare le modalità di costruzione del consenso, la formazione delle élite territoriali e la capacità di adattamento delle strutture di potere ai mutamenti intervenuti nel capitalismo italiano ed europeo.

I. “ La rivoluzione Meridionale “ la prospettiva Democratica.
Scrive Guido Dorso ne La rivoluzione meridionale a proposito della nascita dello Stato unitario:
«La caratteristica essenziale del nostro Risorgimento è costituita dal dissolvimento di tutte le correnti ideali, che si disputarono la direttiva della rivoluzione, nel grigio incedere della conquista piemontese. Lo Stato non si formò negli animi dei cittadini, per poi affiorare, ma si estese dal Piemonte alle altre regioni italiane, attraverso una serie di aggiramenti, di compromessi, di accorgimenti, che appiattirono la conquistata indipendenza, e scoprirono l’assenza del concetto di libertà come principio rivoluzionario».
In queste righe è contenuta una delle più efficaci chiavi di lettura del processo di unificazione nazionale. Per Dorso, l’Unità d’Italia non rappresentò il compimento delle aspirazioni democratiche, repubblicane e popolari che avevano animato larga parte del Risorgimento, ma il risultato di una complessa operazione politica guidata dalla monarchia sabauda e dalle classi dirigenti moderate. Lo Stato unitario nacque dunque come estensione territoriale del Regno di Sardegna più che come espressione di una volontà nazionale maturata attraverso la partecipazione politica dei cittadini.
Questa interpretazione consente di comprendere anche il significato storico e politico di quello che Antonio Gramsci definirà successivamente il “blocco agrario-industriale”, ossia l’alleanza tra la borghesia industriale settentrionale e i grandi proprietari terrieri meridionali che avrebbe caratterizzato la vita economica e politica dell’Italia unita per molti decenni. Tale alleanza, pur adattandosi ai mutamenti storici e alle trasformazioni economiche intervenute nel tempo, ha costituito uno degli elementi fondamentali della costruzione dello Stato nazionale e del suo sviluppo.
La nascita dell’Italia unita avvenne in un contesto internazionale particolarmente complesso. Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-1849 e la caduta della Repubblica Romana, le prospettive di un Risorgimento democratico e sociale lasciarono progressivamente spazio a un processo di unificazione guidato dalle élite monarchiche, liberali e conservatrici. L’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III, gli equilibri geopolitici del Mediterraneo e la necessità delle grandi potenze europee di mantenere la stabilità internazionale contribuirono a creare le condizioni favorevoli all’unificazione sotto la guida piemontese.
Anche la spedizione dei Mille, pur rivestita di una forte carica simbolica e patriottica, mostrò chiaramente i limiti sociali del processo unitario. Gli avvenimenti di Bronte, dove l’intervento di Nino Bixio represse duramente le occupazioni contadine delle terre, evidenziarono la volontà delle classi dirigenti risorgimentali di impedire che la questione nazionale si trasformasse in una questione sociale. La priorità era realizzare l’unità politica senza mettere in discussione gli assetti proprietari e i rapporti di forza esistenti.
L’assetto istituzionale del nuovo Stato contribuì a consolidare questa impostazione. Il suffragio censitario limitava il diritto di voto a una ristrettissima minoranza della popolazione, mentre il forte centralismo amministrativo, modellato sull’esperienza francese, riduceva gli spazi di autonomia locale. Parallelamente, le leggi sull’eversione della feudalità, la soppressione degli usi civici e l’alienazione dei beni ecclesiastici finirono spesso per rafforzare la grande proprietà fondiaria, soprattutto nel Mezzogiorno.
In questo contesto prese forma quell’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e la borghesia agraria del Sud che avrebbe costituito uno dei pilastri dello Stato liberale. Con l’avvento della Sinistra Storica e la pratica del trasformismo inaugurata da Agostino Depretis, il sistema politico italiano consolidò ulteriormente questo equilibrio. La mediazione continua tra gruppi dirigenti regionali, interessi economici e potere centrale divenne una caratteristica permanente della vita politica nazionale.
Guido Dorso interpretò tale processo non tanto come il dominio di una classe sociale su un’altra, quanto come il risultato dell’incapacità del Mezzogiorno di esprimere una propria classe dirigente moderna e autonoma. Nella sua analisi la borghesia rurale meridionale, una volta integrata nei meccanismi dello Stato unitario, sviluppò una cultura politica fondata sul particolarismo, sul clientelismo e sulla dipendenza dal potere centrale. I conflitti politici locali si ridussero spesso a lotte tra gruppi notabilari interessati al controllo delle amministrazioni comunali e delle risorse pubbliche.

II. L’alleanza tra contadini e operai come fondamento della lotta di classe.
Diversa ma complementare è l’interpretazione proposta da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere. Per il pensatore sardo il Risorgimento rappresentò una “rivoluzione passiva”: un processo di trasformazione guidato dall’alto che evitò il coinvolgimento diretto delle masse popolari e lasciò irrisolti i grandi nodi sociali del Paese. Nel Quaderno 13, dedicato alle Note sul Mezzogiorno, Gramsci descrive la formazione di un blocco storico fondato sull’alleanza tra industria settentrionale e grande proprietà terriera meridionale. L’industria del Nord beneficiava della protezione doganale e delle commesse statali, mentre i latifondisti del Sud ottenevano tutela economica e sostegno politico. Questo blocco costituì, secondo Gramsci, il fondamento dell’egemonia della borghesia italiana e della subordinazione del Mezzogiorno.
Emilio Sereni sviluppò ulteriormente questa impostazione sul piano economico. Nei suoi studi sul capitalismo agrario dimostrò come l’arretratezza del Mezzogiorno non derivasse dalla sopravvivenza di rapporti feudali, ma dall’affermazione di una forma particolare di capitalismo fondiario basata sulla rendita e scarsamente orientata agli investimenti produttivi. Lo Stato unitario, attraverso la politica fiscale, la vendita dei demani e il sistema dei dazi, contribuì a consolidare tale modello. La riforma agraria del secondo dopoguerra, pur modificando profondamente la struttura della proprietà, non riuscì tuttavia a trasformare radicalmente il sistema economico meridionale, poiché spesso mancavano credito, infrastrutture e adeguati strumenti di modernizzazione.

III. La tesi liberale di Rosario Romeo.
A queste interpretazioni si contrappose la lettura di Rosario Romeo. Nel suo Risorgimento e capitalismo lo storico siciliano sostenne che l’unificazione nazionale fosse stata una condizione indispensabile per lo sviluppo economico dell’Italia. Secondo Romeo, il Sud non era stato impoverito dall’Unità, ma presentava già prima del 1861 profonde debolezze strutturali: scarsità di infrastrutture, limitata presenza di una borghesia imprenditoriale, insufficiente sviluppo finanziario. L’alleanza tra gruppi dirigenti moderati, pur con tutti i suoi limiti, rese possibile la costruzione dello Stato nazionale, la formazione di un mercato unico e la successiva industrializzazione del Paese. Gli squilibri territoriali rappresentavano quindi il costo storico di un processo di modernizzazione che, nelle condizioni dell’epoca, appariva difficilmente evitabile.
A distanza di oltre un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia, appare evidente come tutte queste interpretazioni colgano aspetti reali del processo storico senza riuscire, singolarmente considerate, a esaurirne la complessità. Dorso, Gramsci, Sereni e Romeo descrivono correttamente dinamiche effettivamente esistite, ma ciascuno lo fa a partire da un proprio progetto politico.
Dorso immaginava una “rivoluzione meridionale” fondata sulla formazione di una nuova classe dirigente locale e sul rafforzamento delle autonomie territoriali. Tuttavia, l’istituzione delle Regioni e i processi di decentramento amministrativo avviati nel secondo dopoguerra non hanno prodotto i risultati sperati. In molti casi, le strutture clientelari e i meccanismi di dipendenza dal potere centrale si sono riprodotti anche a livello locale, limitando la capacità delle autonomie territoriali di diventare strumenti effettivi di sviluppo.
Gramsci e Sereni, dal canto loro, individuarono nell’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud il soggetto capace di superare il blocco agrario-industriale. Sebbene tale prospettiva abbia influenzato profondamente la cultura politica italiana del Novecento e abbia contribuito a importanti conquiste sociali, non riuscì mai a tradursi in una nuova egemonia capace di sostituire stabilmente quella delle classi dirigenti tradizionali.
Anche la visione di Romeo, che attribuiva al mercato e allo sviluppo capitalistico il compito di colmare progressivamente il divario territoriale, si è confrontata con limiti significativi. Nonostante la crescita economica del secondo dopoguerra, le differenze tra Nord e Sud non sono scomparse e continuano a rappresentare una delle principali questioni irrisolte della storia italiana.
Proprio per questo la domanda più interessante riguarda il presente. Se il blocco agrario-industriale descritto da Gramsci, Dorso e Sereni ha rappresentato il fondamento sociale dello Stato liberale e di una parte consistente dello sviluppo economico italiano, è legittimo chiedersi quale sia oggi il blocco sociale dominante.

IV. Il nuovo contesto: globalizzazione e integrazione europea.
La globalizzazione, l’integrazione europea, la finanziarizzazione dell’economia e la rivoluzione digitale hanno profondamente modificato i soggetti economici e politici protagonisti della vita nazionale. Al posto dell’antica alleanza tra industriali settentrionali e proprietari terrieri meridionali sembrano emergere nuove forme di integrazione tra grandi gruppi finanziari, multinazionali, apparati burocratici nazionali ed europei, piattaforme digitali e segmenti delle classi professionali altamente qualificate. I soggetti sono cambiati, ma resta aperta la questione fondamentale individuata da Dorso e Gramsci: il rapporto tra potere economico, rappresentanza politica e partecipazione democratica.
La vera eredità del dibattito sul blocco agrario-industriale non consiste dunque soltanto nella ricostruzione di una fase della storia italiana, ma nella capacità di fornire strumenti interpretativi per comprendere le trasformazioni del presente. La domanda che attraversa tutta la vicenda nazionale, dal Risorgimento alla globalizzazione, rimane sostanzialmente la stessa: quali gruppi sociali esercitano effettivamente il potere, attraverso quali forme di alleanza e con quali conseguenze per la democrazia, lo sviluppo e la coesione del Paese?
Se si osserva il Mezzogiorno del 2026 attraverso le categorie interpretative di Dorso, Gramsci, Sereni e Romeo, emerge immediatamente un elemento fondamentale: il blocco agrario-industriale nato dopo l’Unità d’Italia non esiste più nella forma storica che essi descrissero. Sono scomparsi il latifondo tradizionale, l’economia prevalentemente agricola e gran parte delle strutture sociali che avevano caratterizzato il Mezzogiorno tra Otto e Novecento. Tuttavia, la scomparsa di quel blocco non ha comportato la nascita di una struttura economica capace di colmare definitivamente il divario con il Centro-Nord.
I settori trainanti dell’economia meridionale sono oggi profondamente diversi da quelli dell’epoca della Cassa per il Mezzogiorno. L’agroalimentare di qualità rappresenta uno dei principali motori di sviluppo. Puglia, Campania e Sicilia hanno costruito filiere competitive fondate sulle produzioni DOP e IGP, sull’export e sulla valorizzazione del marchio Made in Italy. Accanto a questo settore si è affermato il turismo, sostenuto dal patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale del Sud. Le coste campane, pugliesi, siciliane e sarde registrano flussi turistici crescenti e rappresentano una quota rilevante dell’offerta ricettiva nazionale.
Un ruolo crescente è assunto inoltre dalla logistica e dai porti, favoriti dalla posizione strategica del Mezzogiorno nel Mediterraneo. Gioia Tauro, Taranto, Napoli, Bari e Augusta costituiscono nodi essenziali delle reti commerciali internazionali, mentre la ZES Unica per il Mezzogiorno ha attirato nuovi investimenti. A questi settori si aggiungono comparti ad alta tecnologia come l’aerospazio, l’automotive e la farmaceutica, particolarmente sviluppati in Campania, Abruzzo e Puglia, dove operano imprese capaci di competere sui mercati internazionali.
A prima vista sembrerebbe quindi che le tesi di Dorso e Gramsci siano state superate dalla modernizzazione economica. Tuttavia, l’analisi dei dati sulla ricchezza e sull’occupazione suggerisce una conclusione diversa. Nonostante i progressi compiuti, il PIL pro capite del Mezzogiorno continua a collocarsi attorno al 60% di quello del Centro-Nord; il tasso di occupazione resta nettamente inferiore alla media nazionale; la disoccupazione giovanile e femminile permane tra le più elevate d’Europa; l’emigrazione dei laureati continua a privare il Sud di una parte consistente del proprio capitale umano.
Questi elementi inducono a interrogarsi sulla natura dello sviluppo meridionale contemporaneo. In molti casi la crescita economica non si traduce in una corrispondente espansione dell’occupazione stabile e della capacità produttiva locale. Ciò appare particolarmente evidente nel settore delle energie rinnovabili. Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna sono diventate il cuore della produzione eolica e fotovoltaica italiana, attirando ingenti investimenti e generando importanti flussi finanziari. Tuttavia, una quota significativa dei profitti viene assorbita da grandi gruppi energetici nazionali, fondi di investimento internazionali e società con sede fuori dal Mezzogiorno. Ai territori restano soprattutto i canoni concessori, le rendite fondiarie e una quota relativamente limitata di occupazione diretta.

V. Il Sud nel Sud: la Basilicata.
La Basilicata costituisce un caso emblematico. Pur producendo quantità di energia largamente superiori ai propri consumi e registrando una delle più alte concentrazioni di impianti eolici e fotovoltaici d’Europa, continua a presentare livelli occupazionali modesti e una forte emigrazione giovanile. Una parte significativa della ricchezza generata dagli impianti si concentra infatti nella rendita fondiaria, nei profitti delle società proprietarie e nei bilanci comunali alimentati dai canoni. Si tratta di risorse che migliorano le condizioni finanziarie degli enti locali e dei proprietari dei terreni, ma che raramente danno origine a una filiera industriale autonoma o a un sistema diffuso di piccole e medie imprese innovative.
Da questo punto di vista emerge una sorprendente attualità delle intuizioni di Dorso. Il problema non è più il latifondo ottocentesco né l’alleanza tra agrari e industriali descritta da Gramsci. Il problema diventa la capacità dei territori di trattenere e reinvestire localmente il valore prodotto. In assenza di una classe imprenditoriale sufficientemente ampia e radicata, il rischio è che anche le nuove economie dell’energia, del turismo e dei servizi avanzati assumano caratteristiche prevalentemente rentier, producendo redditi e rendite senza generare un corrispondente sviluppo produttivo.
Si potrebbe allora parlare di un “blocco territoriale-finanziario” che ha sostituito il vecchio blocco agrario-industriale. Non più fondato sull’alleanza tra latifondisti meridionali e industriali settentrionali, ma sull’interazione tra grandi gruppi finanziari, imprese multinazionali, proprietari fondiari, amministrazioni locali e apparati pubblici. Come nel passato, il problema non consiste nell’assenza di ricchezza, ma nella sua distribuzione e nella sua capacità di trasformarsi in occupazione stabile, innovazione e sviluppo autonomo.
Da questa prospettiva il Mezzogiorno contemporaneo appare attraversato da una contraddizione profonda. Da un lato possiede risorse strategiche – energia, logistica, turismo, agroalimentare, capitale umano qualificato – che nessuna precedente generazione aveva avuto in misura così rilevante. Dall’altro continua a registrare livelli di occupazione, produttività e accumulazione imprenditoriale insufficienti a colmare il divario con il resto del Paese. È in questa contraddizione che la riflessione di Dorso conserva ancora oggi una sorprendente capacità interpretativa: il nodo decisivo non è soltanto economico, ma riguarda la formazione di una classe dirigente e imprenditoriale capace di trasformare la ricchezza disponibile in sviluppo duraturo.
Osservando Potenza e la Basilicata interna da una prospettiva insieme sociologica ed economica emerge una domanda semplice ma cruciale: perché in una regione dove circolano risorse, entrano trasferimenti pubblici, si producono energia e reddito fondiario, continua a mancare un tessuto produttivo capace di trattenere giovani, competenze e investimenti?
La questione non è la povertà in senso tradizionale. La Basilicata non è una regione priva di risorse. Possiede un’università, un grande ospedale regionale, una pubblica amministrazione importante, produzioni agricole di qualità, un polo industriale strategico a Melfi e una delle più alte concentrazioni di impianti da fonti rinnovabili del Paese. Eppure continua a registrare emigrazione giovanile, invecchiamento demografico e una limitata capacità di generare nuove imprese di dimensioni medio-grandi.
Il punto centrale sembra essere la differenza tra reddito e sviluppo. Una regione può generare reddito senza costruire una struttura economica capace di auto sostenersi e crescere. Nel caso lucano, una parte significativa della domanda interna è sostenuta da pubblica amministrazione, sanità, università, pensioni, trasferimenti pubblici, rendite immobiliari e canoni energetici. Si tratta di flussi che garantiscono consumi, stabilità sociale e tenuta dei bilanci locali, ma che non necessariamente producono innovazione, esportazioni e accumulazione imprenditoriale.
Potenza rappresenta in modo emblematico questa dinamica. La città concentra funzioni amministrative, sanitarie e universitarie che la rendono relativamente più solida rispetto a molte altre realtà del Mezzogiorno. Senza la Regione Basilicata, l’Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo e l’Università degli Studi della Basilicata, il peso economico della città sarebbe notevolmente inferiore. Non si tratta di un limite di queste istituzioni, che anzi rappresentano risorse fondamentali, ma del fatto che il loro ruolo non viene accompagnato da una crescita parallela di attività produttive private orientate ai mercati esterni.
Da sociologo, ciò che colpisce non è soltanto l’emigrazione quantitativa, ma la qualità di chi parte. Non emigra solo chi non trova lavoro. Emigrano soprattutto laureati, tecnici, professionisti e giovani con competenze spendibili. Quando un ingegnere formato a Potenza trova a Milano o all’estero opportunità professionali e salariali nettamente superiori, il territorio perde non semplicemente un residente, ma una quota di capitale umano. Le statistiche registrano una diminuzione della popolazione; la realtà economica registra una perdita di capacità produttiva futura.
Questo fenomeno si intreccia con ciò che si potrebbe definire il consenso alla rendita. Il proprietario terriero che affitta un terreno a un impianto fotovoltaico o eolico compie una scelta economicamente razionale: ottiene un reddito sicuro e spesso superiore a quello derivante dalle coltivazioni tradizionali. Il sindaco che utilizza i canoni energetici per garantire servizi, coprire spese correnti o evitare aumenti fiscali compie anch’egli una scelta razionale. Il lavoratore che cerca la stabilità del pubblico impiego segue una logica altrettanto comprensibile. Il problema è che la somma di queste scelte individualmente razionali può produrre un equilibrio collettivo caratterizzato da bassa propensione al rischio imprenditoriale e scarsa crescita produttiva.
Le fonti rinnovabili rappresentano forse il caso più evidente di questo meccanismo. L’eolico e il fotovoltaico generano certamente reddito, entrate fiscali e occupazione qualificata. I comuni ricevono canoni e imposte, i proprietari fondiari percepiscono affitti rilevanti, alcuni tecnici trovano impiego nella gestione e manutenzione degli impianti. Tuttavia una parte consistente del valore aggiunto tende a concentrarsi altrove: nella progettazione, nella finanza, nella produzione dei componenti e nella gestione societaria. La Basilicata produce energia in misura largamente superiore ai propri consumi, ma controlla solo in parte le filiere che generano il maggior valore economico. Le energie rinnovabili possono quindi contribuire al PIL senza produrre un impatto occupazionale paragonabile a quello di una grande concentrazione manifatturiera.
Lo stesso ragionamento vale per il turismo rurale e gli agriturismi. Si tratta di attività importanti per valorizzare il territorio e integrare il reddito locale, ma che spesso operano su base stagionale e con limitata capacità di creare filiere produttive esportatrici. Un agriturismo può essere una buona impresa, ma difficilmente sostituisce un sistema composto da decine di aziende che vendono beni e servizi fuori regione. Il turismo genera prevalentemente domanda interna; l’industria esportatrice genera nuova ricchezza attraverso la domanda esterna.
Qui emerge un tema che richiama le riflessioni di Guido Dorso. Dorso sosteneva che il Mezzogiorno soffrisse dell’assenza di una borghesia produttiva capace di guidare la modernizzazione economica. Oggi il contesto è profondamente cambiato, ma il problema sembra presentarsi in forme nuove. Tra rendita e lavoro dipendente manca spesso quel tessuto di piccole e medie imprese che investono, innovano, esportano e crescono. Non mancano i professionisti, non manca il capitale umano e nemmeno le risorse finanziarie in senso assoluto. Manca piuttosto una sufficiente densità imprenditoriale orientata ai mercati esterni.
L’osservazione dei bilanci delle imprese locali conferma in parte questa impressione. Molte aziende operano in mercati limitati e dipendono in misura significativa da commesse pubbliche o da una domanda locale relativamente debole. In queste condizioni diventa difficile investire in ricerca, innovazione, internazionalizzazione e crescita dimensionale. La priorità spesso non è espandersi ma sopravvivere, mantenere i margini e garantire continuità aziendale.
Il confronto con Melfi aiuta a comprendere meglio la differenza tra reddito e sviluppo. Pur con tutte le incertezze che interessano il settore automobilistico, il polo industriale guidato da Stellantis ha generato per decenni occupazione stabile, competenze tecniche, salari relativamente elevati e una rete di fornitori. In altre parole ha contribuito alla formazione di una vera struttura produttiva. A pochi chilometri di distanza convivono quindi due modelli economici differenti: uno fondato prevalentemente sulla produzione e l’altro sostenuto soprattutto da funzioni amministrative e rendite territoriali.
Da questa prospettiva il problema della Basilicata non sembra essere la mancanza di denaro, ma la difficoltà di trasformare il denaro in rischio imprenditoriale. I canoni energetici, i trasferimenti pubblici e le altre forme di rendita garantiscono stabilità e reddito, ma raramente si trasformano in capitale produttivo. Il proprietario investe poco perché la rendita è sicura; il comune privilegia la gestione ordinaria; il giovane qualificato sceglie mercati del lavoro più dinamici. Tutti agiscono razionalmente, ma il risultato complessivo è un equilibrio che tende a riprodursi nel tempo.
Per questo motivo la soluzione non sembra risiedere semplicemente in ulteriori incentivi o nuovi bandi. La Basilicata è già una delle regioni che più hanno beneficiato di strumenti straordinari di sostegno.
La vera sfida consiste nel convertire una parte della rendita in capacità produttiva. Ciò significa utilizzare una quota delle entrate energetiche per sostenere capitale di rischio destinato alle imprese locali, rafforzare il collegamento tra università e sistema produttivo attraverso spin-off e trasferimento tecnologico, favorire la crescita dimensionale delle PMI e costruire filiere regionali in pochi settori ad alto potenziale: agroalimentare di qualità, trasformazione industriale, servizi tecnologici, componentistica, gestione avanzata dell’energia e attività collegate alle competenze già presenti sul territorio.
In definitiva, il caso di Potenza e della Basilicata interna può essere letto come il passaggio storico da una società segnata dalla scarsità di risorse a una società che dispone di reddito ma fatica a trasformarlo in sviluppo. Non siamo di fronte a un deserto economico. Siamo di fronte a un sistema che genera reddito, distribuisce rendite e garantisce una certa stabilità sociale, ma che incontra difficoltà nel costruire quel tessuto di imprese innovative e competitive capace di trattenere capitale umano e creare crescita duratura. La questione centrale, oggi come ai tempi di Dorso, non sembra essere dove trovare le risorse, ma come trasformarle in una nuova classe produttiva capace di investire, innovare e competere sui mercati esterni.

VI. Il trasformismo come costante della storia politica italiana
Una chiave interpretativa utile è quella del trasformismo, inteso non semplicemente come pratica parlamentare dell’età crispina e giolittiana, ma come modalità strutturale di costruzione del consenso delle classi dirigenti italiane. Come hanno evidenziato Gramsci, Dorso, Rogari e Carocci, il trasformismo rappresenta la capacità delle élite di assorbire conflitti e opposizioni attraverso la cooptazione dei gruppi dirigenti emergenti, evitando che le tensioni sociali si traducano in una reale alternanza di potere.
Dall’Italia liberale alla Prima Repubblica, fino alle più recenti trasformazioni del sistema politico, la funzione del trasformismo è rimasta sostanzialmente invariata: garantire la stabilità degli assetti economici dominanti e impedire che le fratture territoriali e sociali producano mutamenti strutturali. In questa prospettiva, il blocco agrario-industriale descritto da Gramsci non scompare, ma si adatta ai cambiamenti istituzionali e produttivi, conservando la propria capacità di orientare le scelte pubbliche attraverso reti di mediazione politica e amministrativa.
La continuità trasformistica spiega dunque perché molte riforme presentate come innovazioni abbiano spesso prodotto effetti limitati sugli assetti profondi della distribuzione del potere economico e territoriale.

VII. L’economia del Mezzogiorno del XXI secolo appare profondamente diversa da quella analizzata dalla tradizione meridionalista classica.
L’agricoltura non rappresenta più il settore dominante, il peso dell’industrializzazione pubblica è diminuito e nuove attività economiche, quali il turismo, la logistica, le energie rinnovabili e alcuni comparti manifatturieri ad alta tecnologia, hanno assunto un ruolo crescente. Tuttavia, l’analisi dei principali indicatori economici e occupazionali suggerisce che, nonostante tali trasformazioni, persistano alcuni elementi strutturali che richiamano le interpretazioni di Guido Dorso, Francesco Saverio Nitti e Rosario Romeo sul rapporto tra rendita, dipendenza esterna e sviluppo incompiuto.
Nel 2024 il Mezzogiorno produce circa il 26% del PIL nazionale pur ospitando circa il 34% della popolazione italiana. Il PIL pro capite si attesta intorno a 22.400 euro contro i 37.800 euro del Centro-Nord, mentre il reddito disponibile delle famiglie raggiunge circa il 64% di quello delle regioni centro-settentrionali. Il divario non si è ridotto negli ultimi decenni; al contrario, secondo le elaborazioni SVIMEZ, il rapporto tra PIL pro capite meridionale e settentrionale è peggiorato rispetto agli anni precedenti alla crisi del 2008. A ciò si aggiungono livelli di povertà significativamente più elevati e una dotazione patrimoniale familiare che risulta mediamente pari a circa la metà di quella osservabile nel Centro-Nord.
Anche il mercato del lavoro evidenzia la persistenza di una debolezza strutturale. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno rimane intorno al 48%, contro valori superiori al 69% nel Centro-Nord, mentre la disoccupazione risulta più che doppia rispetto alla media delle regioni settentrionali. Ancora più rilevante appare il dato relativo all’inattività, che coinvolge oltre il 44% della popolazione in età lavorativa. Tale fenomeno segnala non soltanto una carenza di posti di lavoro, ma anche una ridotta capacità del sistema economico di attrarre e trattenere forza lavoro. Le difficoltà risultano particolarmente accentuate per giovani e donne, categorie che continuano a presentare livelli occupazionali nettamente inferiori rispetto al resto del Paese.
La struttura produttiva meridionale conferma ulteriormente queste criticità. Oltre il 70% degli occupati è concentrato nei servizi, spesso caratterizzati da bassa produttività, forte stagionalità e limitata capacità di esportazione. L’agricoltura mantiene un peso occupazionale superiore alla media nazionale, ma continua a generare un valore aggiunto relativamente modesto. L’industria, invece, presenta un’incidenza significativamente inferiore rispetto al Centro-Nord. I poli manifatturieri più avanzati, pur esistenti, assumono frequentemente il carattere di enclave produttive territorialmente circoscritte e incapaci di generare una diffusione omogenea dello sviluppo.
Parallelamente, il Mezzogiorno ha conosciuto negli ultimi anni la crescita di nuovi comparti economici. L’agroalimentare di qualità ha rafforzato la propria presenza sui mercati internazionali; il turismo ha registrato un’espansione significativa; i porti meridionali hanno acquisito una crescente centralità nelle rotte mediterranee; alcune filiere dell’aerospazio, dell’automotive e della farmaceutica hanno consolidato la loro presenza. Questi settori contribuiscono effettivamente alla crescita economica e all’export, ma non sembrano ancora sufficienti a modificare la struttura complessiva dell’economia meridionale.
Particolarmente significativo appare il caso delle energie rinnovabili. Regioni come Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna ospitano una quota rilevante della capacità eolica e fotovoltaica nazionale. In Basilicata, ad esempio, la produzione energetica da fonti rinnovabili supera ampiamente il fabbisogno regionale e genera un flusso economico considerevole. Tuttavia, l’analisi della distribuzione del valore prodotto mostra che una parte consistente delle risorse viene assorbita dalla remunerazione del capitale investito, dagli affitti corrisposti ai proprietari fondiari e dalle imprese proprietarie degli impianti, spesso localizzate fuori regione. L’occupazione stabile generata dal settore risulta invece relativamente limitata rispetto alla dimensione economica complessiva dell’investimento.
Questo aspetto assume particolare rilevanza perché richiama uno dei temi centrali della riflessione meridionalista: la distinzione tra reddito prodotto e sviluppo territoriale. Le energie rinnovabili producono certamente reddito, migliorano i bilanci comunali e garantiscono entrate ai proprietari dei terreni, ma non determinano automaticamente la nascita di filiere industriali locali, di sistemi imprenditoriali diffusi o di una significativa domanda di lavoro qualificato. In questo senso, il meccanismo economico appare per certi aspetti assimilabile a una moderna forma di rendita territoriale.
La Basilicata costituisce un esempio particolarmente emblematico di tale dinamica. La regione presenta una delle più elevate concentrazioni italiane di impianti eolici e fotovoltaici e beneficia di rilevanti entrate derivanti da canoni, imposte e affitti fondiari. Tuttavia, continua a registrare livelli occupazionali inferiori alla media nazionale e consistenti flussi migratori in uscita, soprattutto tra i giovani laureati. In particolare, la presenza di importanti poli industriali, come quello automobilistico di Melfi, convive con vaste aree interne caratterizzate da spopolamento, invecchiamento demografico e forte dipendenza da trasferimenti pubblici.
In tale contesto assume particolare importanza il ruolo della spesa pubblica. Una quota significativa del reddito delle famiglie meridionali continua a derivare da pensioni, stipendi della pubblica amministrazione e trasferimenti. Questo elemento, già evidenziato dalla letteratura sul Mezzogiorno nel secondo dopoguerra, continua a rappresentare una componente fondamentale dell’equilibrio economico territoriale. La spesa pubblica svolge una funzione essenziale di sostegno sociale e di stabilizzazione dei redditi, ma contribuisce anche a mantenere una struttura economica fortemente dipendente da risorse generate all’esterno del sistema produttivo locale.
La persistenza dell’emigrazione qualificata rappresenta forse l’indicatore più significativo delle difficoltà strutturali del modello di sviluppo meridionale. Nonostante la presenza di università, investimenti pubblici e nuovi settori economici, una quota rilevante dei laureati continua a trasferirsi verso il Centro-Nord o all’estero. Tale fenomeno suggerisce che la crescita registrata da alcuni comparti non si traduce ancora in una sufficiente domanda di lavoro qualificato né nella formazione di un tessuto imprenditoriale capace di assorbire il capitale umano prodotto localmente.
Alla luce di questi elementi, il quadro che emerge non è quello di una semplice permanenza dell’antica struttura agraria, ma piuttosto di una sua trasformazione. Il tradizionale blocco fondato sulla grande proprietà fondiaria, sull’intermediazione politica e sull’intervento straordinario dello Stato sembra aver lasciato spazio a una configurazione differente, nella quale trasferimenti pubblici, rendita energetica, valorizzazione passiva delle risorse territoriali e limitata capacità di accumulazione produttiva continuano a svolgere un ruolo centrale. In tale prospettiva, il problema dello sviluppo meridionale non appare riconducibile all’assenza di risorse economiche, bensì alla difficoltà di convertire tali risorse in investimenti produttivi, innovazione, occupazione stabile e capacità di trattenere capitale umano. Il blocco della rendita non risulta quindi superato, ma ridefinito secondo modalità coerenti con le trasformazioni dell’economia contemporanea.

VIII. La trasformazione della questione meridionale: vincoli esterni, politica industriale e rapporti centro-periferia.
La questione meridionale può essere riletta mettendo insieme tre livelli di analisi che normalmente vengono trattati separatamente: Guido Dorso, Augusto Graziani e il fattore esogeno. Dorso individua il problema fondamentale del Mezzogiorno nell’assenza di una classe dirigente autonoma e produttiva capace di rompere il dominio delle élite locali; Graziani individua invece il nodo nella struttura economica e monetaria, sostenendo che senza imprese capaci di generare domanda di credito e produzione non può esistere uno sviluppo stabile. Entrambe le interpretazioni colgono aspetti essenziali della realtà meridionale ma tendono a sottovalutare una variabile decisiva: il mutamento del contesto nazionale e internazionale che modifica gli interessi del centro politico ed economico. Il rapporto tra centro e periferia non è infatti fisso ma cambia a seconda delle esigenze storiche del centro. Quando il centro italiano fu liberista, tra il 1861 e il 1945, il Sud svolse prevalentemente la funzione di periferia agricola e colonia interna. Il blocco agrario locale risultò vincente perché il sistema economico nazionale non aveva interesse a promuovere una profonda industrializzazione meridionale; il Mezzogiorno forniva materie prime, forza lavoro emigrante e un mercato di sbocco per i prodotti industriali del Nord. Nel secondo dopoguerra, tra il 1945 e il 1992, il quadro mutò radicalmente. La Guerra fredda, la ricostruzione europea, la necessità di ampliare il mercato interno e di contenere il conflitto sociale spinsero lo Stato italiano verso politiche di intervento diretto. Nacquero la Cassa per il Mezzogiorno, le partecipazioni statali e i grandi poli industriali pubblici. Il Sud non venne sostenuto soltanto per motivi solidaristici: esistevano ragioni strategiche legate alla stabilizzazione politica, all’integrazione del mercato nazionale e al contenimento del consenso comunista. Dal 1992 al 2022, con Maastricht, l’euro e la globalizzazione, cambiò nuovamente il paradigma. La politica industriale perse centralità e prevalse la logica del mercato globale. Il Mezzogiorno continuò a ricevere risorse attraverso fondi strutturali europei, trasferimenti pubblici e incentivi, ma tali strumenti spesso non costruirono filiere produttive autonome. Si consolidò così una nuova forma di dipendenza che può essere definita una rendita assistita 2.0. Dal 2022 il quadro geopolitico è nuovamente cambiato. Guerra in Ucraina, crisi energetica, deglobalizzazione e derisking delle catene produttive hanno modificato profondamente le priorità europee. Per oltre trent’anni l’Europa aveva dato per scontati energia a basso costo, commercio globale aperto e approvvigionamenti internazionali stabili; oggi questi presupposti sono venuti meno. Bruxelles, Berlino e i governi nazionali temono di dipendere eccessivamente dall’esterno per gas, semiconduttori, batterie e componenti strategici. Quando il centro percepisce una minaccia esistenziale tende a tornare all’intervento pubblico. Lo Stato smette di essere soltanto distributore di risorse e diventa nuovamente promotore di attività produttive. La storia italiana offre diversi esempi di questa dinamica. Nel 1936, dopo le sanzioni seguite alla guerra d’Etiopia, il regime fascista accelerò la politica autarchica e lo sviluppo dell’industria siderurgica nel Mezzogiorno non nacque da una particolare attenzione al Sud ma dall’esigenza strategica di rafforzare l’autosufficienza nazionale. Negli anni Cinquanta, la nascita della Comunità Economica Europea e la logica della Guerra fredda spinsero verso investimenti pubblici nel Mezzogiorno perché funzionali a obiettivi nazionali ed europei più ampi. Oggi il caso più significativo è rappresentato da RepowerEU, il piano europeo nato dopo l’invasione russa dell’Ucraina per ridurre drasticamente la dipendenza energetica dalla Russia. RepowerEU mobilita circa 300 miliardi di euro, di cui 225 miliardi provenienti da prestiti del PNRR non utilizzati e 75 miliardi derivanti da nuove risorse europee, quote ETS e contributi straordinari. L’obiettivo è eliminare progressivamente la dipendenza dal gas russo entro il 2030. La strategia si basa su tre pilastri: risparmio energetico, efficienza energetica e sviluppo delle rinnovabili. Sul primo fronte si punta a una riduzione dei consumi energetici europei fino a circa il 20% entro il 2030. Sul secondo si prevede la diffusione massiccia di pompe di calore, riqualificazione edilizia e tecnologie per il contenimento dei consumi, con l’obiettivo di installare circa 10 milioni di pompe di calore aggiuntive entro il 2027. Sul terzo fronte il target europeo per le energie rinnovabili viene elevato dal 32% al 45% del mix energetico entro il 2030, implicando una forte accelerazione nello sviluppo di fotovoltaico, eolico, accumuli energetici e reti elettriche. In questo contesto il Mezzogiorno assume una rilevanza strategica inedita grazie alla disponibilità di sole, vento, superfici utilizzabili, porti mediterranei e vicinanza alle future rotte energetiche. Il Sud può diventare hub energetico europeo, area di produzione dell’idrogeno verde e piattaforma logistica mediterranea. RepowerEU include inoltre la Solar Rooftops Initiative, che prevede l’obbligo progressivo di installazione di impianti fotovoltaici sugli edifici di nuova costruzione. Sul fronte dell’idrogeno, l’Unione Europea punta a produrre 10 milioni di tonnellate annue di idrogeno rinnovabile entro il 2030 e a importarne ulteriori 10 milioni. A questo punto emerge la questione centrale che collega Dorso e Graziani. Secondo Graziani la moneta moderna nasce principalmente dal credito bancario e la banca crea credito quando ritiene che esista una prospettiva di profitto. La domanda decisiva diventa quindi se RepowerEU stia creando domanda di credito per imprese produttive oppure soltanto per attività renditarie. Per molti anni il credito nel Mezzogiorno si è orientato prevalentemente verso edilizia, consumo, attività assistite e investimenti garantiti da incentivi pubblici. RepowerEU introduce invece la possibilità che imprese chiedano credito per costruire elettrolizzatori, batterie, componentistica energetica e infrastrutture industriali. In questo caso il credito non finanzia semplicemente una rendita ma una capacità produttiva. Dorso pone però una domanda diversa e complementare: anche se arrivano investimenti e credito, chi controlla il processo? Se le vecchie élite locali riescono a catturare le nuove risorse, il risultato sarà una modernizzazione apparente in cui la rendita cambia forma ma non sostanza. Da qui derivano due scenari alternativi. Nel primo scenario il blocco locale vince e il Sud diventa una gigantesca piattaforma energetica. Si moltiplicano affitti di terreni per impianti fotovoltaici ed eolici, attività EPC, manutenzione e gestione, mentre la tecnologia continua a essere prodotta altrove. In questo caso il Mezzogiorno esporta energia ma importa innovazione, diventando una nuova periferia energetica: vende chilowattora ma non vende tecnologia. Nel secondo scenario il fattore esogeno rompe gli equilibri consolidati e le risorse europee vengono condizionate alla creazione di filiere produttive. Nascono fabbriche di componenti, impianti per batterie, produzione di elettrolizzatori, centri di ricerca e nuove competenze industriali. Il Sud non si limita più a produrre energia ma produce anche tecnologia e valore aggiunto. In questo caso si forma quella classe imprenditoriale che Dorso riteneva indispensabile e si realizza quel circuito di credito produttivo che Graziani considerava il fondamento dello sviluppo. La differenza tra successo e fallimento non dipende quindi dalla quantità di denaro disponibile ma dalle condizioni imposte agli investimenti. Le risorse pubbliche producono trasformazione soltanto se sono legate a produzione industriale, ricerca e sviluppo, occupazione qualificata, integrazione nelle filiere europee e trasferimento tecnologico. In assenza di tali condizioni il rischio è la riproduzione di una rendita energetica simile alla vecchia rendita agraria. RepowerEU, il Chips Act e le nuove politiche industriali europee non garantiscono automaticamente lo sviluppo del Mezzogiorno, ma rappresentano qualcosa di nuovo rispetto agli ultimi trent’anni. Per la prima volta dopo molto tempo il centro europeo non guarda al Sud principalmente come area da assistere, ma come possibile soluzione a un problema strategico legato alla sicurezza energetica, all’autonomia industriale e alla resilienza delle filiere. In termini dorsiani il centro ha bisogno della periferia; in termini grazianiani si apre la possibilità di una nuova domanda di credito produttivo. La questione decisiva resta però aperta: il Sud sarà soltanto una grande centrale elettrica che produce energia per altri oppure diventerà un luogo dove si producono anche tecnologie, imprese e capacità industriali? Da questa risposta dipenderà se RepowerEU sarà ricordato come l’ennesimo ciclo di rendita oppure come il primo grande fattore esogeno capace di modificare realmente la struttura economica del Mezzogiorno nel XXI secolo. In ultima analisi il paradosso è che il Sud raramente si trasforma quando lo chiede il Sud; storicamente si trasforma quando il centro scopre di averne bisogno per risolvere un problema più grande. Oggi, per la prima volta dopo decenni, energia, filiere industriali e sicurezza economica potrebbero rendere il Mezzogiorno non più un problema da gestire ma una risorsa strategica da sviluppare. Resta da vedere se questa opportunità produrrà una nuova borghesia produttiva oppure una nuova rendita. Dorso e Graziani, da prospettive diverse, indicano che il risultato non dipenderà dai finanziamenti in sé, ma da chi controllerà il processo di trasformazione e da quale tipo di struttura produttiva verrà effettivamente costruita.

IX. Conclusione. La storia italiana non è caratterizzata dalla sopravvivenza materiale del blocco agrario-industriale ottocentesco, ma dalla persistenza delle sue funzioni storiche – rendita, mediazione politica, trasformismo e debolezza delle classi dirigenti nazionali – che continuano a riprodursi in forme diverse dall’Unità d’Italia fino all’integrazione europea. Il Lucano: popolo di assistiti e rentier?
La Basilicata non è un’anomalia. È il punto di arrivo di un modello che da decenni scambia sviluppo con distribuzione di rendite e futuro con gestione del consenso. Cambiano le risorse, non la logica. Ieri erano i trasferimenti pubblici, oggi sono le royalties energetiche. Domani sarà qualcos’altro. Ciò che resta immutato è la funzione: alimentare una rete di dipendenze che garantisce stabilità al sistema e immobilismo alla società.
Per questo la trasformazione della Basilicata in hub energetico nazionale rischia di essere l’ennesima occasione mancata. Più petrolio, più gas, più pale eoliche non significano automaticamente più sviluppo. Possono significare semplicemente più denaro da distribuire, più consenso da comprare, più rendite da difendere. In altre parole, più dello stesso.
Il problema non è l’energia. Il problema è una classe dirigente che da anni utilizza le risorse straordinarie per rinviare le scelte necessarie. Le royalties hanno finanziato la sopravvivenza del sistema, non la sua trasformazione. Hanno tenuto in piedi equilibri politici, burocratici e sociali che senza quella rendita sarebbero stati costretti a misurarsi con la realtà.
Ecco perché la vera domanda non è se la Basilicata debba produrre più energia. La vera domanda è chi beneficerà di quella ricchezza e per fare cosa. Se servirà ancora una volta a mantenere apparati, clientele e filiere del consenso, allora il destino è già scritto.
Una regione che vive di rendita finisce inevitabilmente per produrre rentier. Una regione che sostituisce le opportunità con l’assistenza finisce inevitabilmente per produrre assistiti. E una società che si abitua a ricevere più di quanto sia chiamata a costruire smette lentamente di immaginare il proprio futuro.
Forse è questa la vera eredità delle royalties lucane: non aver creato sviluppo, ma aver reso il declino più sopportabile.

Bibliografia
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Opere collettive di riferimento
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• Storia dell’economia italiana, L’età contemporanea un Paese nuovo. vol. III, Torino, Einaudi.
• Storia dell’Italia repubblicana, voll. III-IV, La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri, Torino, Einaudi.

Relazione tenuta a Tricarico per i 70 anni di Italia Nostra 27 giugno 2026

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