In tema di pensioni non serve l’ennesima grande riforma del sistema previdenziale, né l’ennesima modifica fatta di finestre, penalizzazioni e formule complicate. Servono pochi principi chiari e soprattutto una regola fondamentale: rispettare chi ha già lavorato e versato contributi per una parte consistente della propria vita.
Per i lavoratori più anziani, quelli che hanno alle spalle oltre 30 anni di contributi, l’età pensionabile dovrebbe essere fissata a 65 anni, senza penalizzazioni. Non è una concessione, ma il riconoscimento di una vita lavorativa trascorsa a versare contributi nelle casse dell’INPS.
Per i neoassunti, invece, che godono da subito di settimana corta, smart working e permessi retribuiti, si può prevedere un sistema diverso e più flessibile: pensione a 67 anni, ma svincolata dal meccanismo automatico dell’aumento legato alla speranza di vita, accompagnata da una vera previdenza complementare e da maggiore flessibilità nell’organizzazione dell’orario di lavoro.
Il punto, però, è soprattutto un altro. Quando si parla di pensioni si ripete spesso che “i soldi non ci sono”. Ma il lavoratore non sta chiedendo un regalo allo Stato: chiede di poter beneficiare di una prestazione previdenziale dopo aver versato contributi per decenni.
Il lavoro non può diventare una condanna a tempo indeterminato. Se una persona ha lavorato e versato contributi per oltre trent’anni, lo Stato deve garantire regole certe, comprensibili e rispettose del patto previdenziale.
La vera riforma, allora, potrebbe essere molto più semplice di quanto si voglia far credere:

- separare la previdenza dall’assistenza;
- 65 anni per chi ha già dato una parte importante della propria vita al lavoro;
- 67 anni per le nuove generazioni, senza continuare a spostare l’asticella ogni volta che aumenta la speranza di vita.
