La Legge di Bilancio 2027 riporta ancora una volta le pensioni al centro del dibattito. Da una parte l’età pensionabile continua a salire, arrivando a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028. Dall’altra si studiano nuove possibilità di uscita anticipata, tra cui quella sostenuta dalla Lega e illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che consentirebbe ad alcuni lavoratori del sistema misto di andare in pensione intorno ai 64 anni, accettando però il ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo.
Una soluzione che promette maggiore flessibilità, ma che può tradursi in un assegno più basso. Per Freeskipper Italia il problema, però, è molto più grande dell’ennesima modifica dei requisiti: è il modello previdenziale nel suo complesso a dover essere ripensato.
Ne parliamo con il Dottor Gregorio Scribano, content editor ed esperto di comunicazione e politiche sociali, tra i pionieri del giornalismo partecipativo in Italia.
Dottor Scribano, diciamolo senza giri di parole: che cosa non funziona nel sistema pensionistico italiano?
«Non funziona innanzitutto l’idea che si possa continuare a governare la previdenza a colpi di interventi temporanei. Da anni assistiamo alla stessa scena: cambia il Governo, cambia la formula, arriva una nuova quota, una nuova finestra, una nuova deroga. Poi tutto ricomincia.
Nel frattempo, però, c’è una generazione di lavoratori che continua a chiedersi quando potrà andare in pensione.
Nel 2027 il requisito ordinario salirà a 67 anni e un mese e nel 2028 a 67 anni e tre mesi. Possiamo davvero pensare di risolvere il problema semplicemente spostando ancora più avanti il traguardo? Io credo di no.
E c’è un altro problema: la certezza delle regole. Un lavoratore che ha iniziato a versare contributi trent’anni fa non può vivere tutta la propria carriera con il traguardo che viene continuamente spostato. La previdenza ha bisogno di stabilità, perché dietro ogni contributo versato c’è una scelta di vita.»
Eppure la possibilità di uscire a 64 anni potrebbe sembrare una svolta.
«Potrebbe esserlo, se fosse una vera libertà di scelta. Ma bisogna guardare cosa c’è scritto in piccolo.
L’ipotesi è quella di estendere ai lavoratori del sistema misto la possibilità di pensionarsi intorno ai 64 anni, ma accettando il ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo. Il problema è evidente: uscire prima significa prendere meno per tutta la vita.
Una simulazione su un lavoratore con 40 anni di contributi e 35 mila euro di retribuzione annua ha stimato una riduzione dell’assegno da circa 1.726 a 1.543 euro mensili. Parliamo di oltre il 10% in meno.
Allora la domanda è inevitabile: siamo davanti a una libera scelta o a una scelta obbligata tra lavorare più a lungo e diventare più poveri?»
Quindi il vero problema non è soltanto quando si va in pensione?
«Assolutamente no. Il vero problema è anche come si vive dopo. Discutere soltanto dell’età pensionabile significa guardare metà del problema. Un lavoratore che ha versato contributi per 35, 40 o più anni deve sapere non soltanto quando potrà smettere di lavorare, ma anche quale reddito avrà a disposizione dopo.
Se l’unica possibilità di uscire prima consiste nell’accettare una pensione significativamente più bassa, non possiamo raccontare questa soluzione come se fosse una conquista. La pensione deve garantire dignità, non soltanto sopravvivenza.
E soprattutto deve esserci certezza del rapporto tra contributi versati e prestazione futura. Chi ha lavorato e contribuito per decenni deve poter sapere quale sarà il risultato di quella lunga storia contributiva.»
Lei sostiene che occorra separare nettamente previdenza e assistenza. Perché?
«Perché non possiamo continuare a mettere tutto nello stesso calderone. Una cosa sono i contributi previdenziali versati dai lavoratori durante la loro vita professionale. Un’altra sono le prestazioni assistenziali che lo Stato deve garantire a chi si trova in condizioni di bisogno.
Pensioni sociali, invalidità, ammortizzatori sociali e altre forme di sostegno sono strumenti indispensabili di protezione sociale. Ma devono essere riconducibili con chiarezza alla fiscalità generale.
Il lavoratore deve sapere quanto versa, dove finiscono i suoi contributi e quale pensione può ragionevolmente aspettarsi. Se previdenza e assistenza vengono confuse continuamente, diventa molto più difficile capire quanto costa realmente il sistema previdenziale e quali siano le risorse necessarie per sostenerlo.»
Ma la risposta della politica è sempre la stessa: non ci sono abbastanza risorse.
«È un argomento che va affrontato con serietà, ma non può diventare un alibi. Prima di dire ai lavoratori che non ci sono risorse, bisognerebbe avere il coraggio di guardare agli sprechi, alle inefficienze, all’evasione e all’elusione fiscale, oltre che alle tante forme di spesa pubblica che nel corso degli anni hanno prodotto costi enormi senza risultati altrettanto significativi.
Il problema non è soltanto quanto lo Stato spende. Il problema è come e per cosa decide di spendere.
E se una società trova risorse per tante cose, deve anche trovare il modo di garantire certezza e dignità a chi ha lavorato e versato contributi per una vita.
Naturalmente una riforma previdenziale deve avere una copertura finanziaria stabile e trasparente. Ma questo è il compito della politica: costruire un modello sostenibile e trovare le risorse necessarie, non limitarsi a spostare continuamente in avanti l’età pensionabile.»
Qual è allora la proposta che lei metterebbe sul tavolo?
«Una proposta molto semplice, almeno nei suoi principi: 65 anni come limite massimo dell’età pensionabile, 35 anni di contributi e nessuna penalizzazione sull’assegno maturato. E soprattutto la fine dell’automatismo che lega l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita.
Non possiamo trasformare l’allungamento della vita in una condanna a lavorare sempre più a lungo. Viviamo più a lungo? È certamente una conquista della società. Ma non può diventare automaticamente una ragione per dire a un lavoratore: devi lavorare ancora.
La pensione deve essere il punto di arrivo di una vita professionale, non un traguardo continuamente spostato più avanti.»
C’è chi dirà che una simile riforma sarebbe troppo costosa.
«Io rispondo che la sostenibilità deve certamente essere considerata, ma non può essere l’unico metro. Una riforma previdenziale seria deve partire da una domanda diversa: che società vogliamo costruire?
Vogliamo una società nella quale una persona lavori fino a 70 anni perché non può permettersi di perdere una parte significativa della pensione? Oppure vogliamo una società nella quale chi ha lavorato e contribuito per decenni sappia che esiste un momento certo in cui può lasciare il lavoro e vivere dignitosamente gli anni che ancora gli restano in buona salute?
Questa è una scelta politica, economica e soprattutto sociale.»
Dunque, che cosa dovrebbe fare il Governo con la Legge di Bilancio 2027?
«Dovrebbe smettere di spostare il problema in avanti. Ogni quota, ogni finestra, ogni deroga è soltanto un’altra toppa su un sistema che ha bisogno di una riforma vera.
Il punto è semplice: chi ha lavorato e versato contributi per 35, 40 anni non può essere costretto a scegliere tra lavorare ancora o prendere una pensione più bassa. La previdenza non è un regalo dello Stato e il lavoratore non è un costo da tagliare. È il lavoratore ad aver finanziato quel sistema, mese dopo mese, per tutta la vita.
Perciò basta con i rinvii, basta con le promesse e basta con le toppe. La pensione non si elemosina: la si è già pagata lavorando. Adesso è tempo di riscuoterla.»

