Marco Rizzo presenta il suo nuovo partito: ‘Italia Domani’.

Marco Rizzo, comunista per storia e formazione, prova a costruire qualcosa che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe stare oltre la destra e la sinistra. È qui che nasce Italia Domani, il suo nuovo progetto politico. Un nome che dice già molto: non il partito della nostalgia, ma quello del giorno dopo: il tentativo di intercettare ciò che potrebbe restare quando la vecchia guerra ideologica tra destra e sinistra avrà definitivamente esaurito la propria funzione.

La tesi di Rizzo è brutale nella sua semplicità: “Con questa sinistra le cose sono totalmente chiuse. Con la destra dobbiamo vedere”.

Italia domani – Marco Rizzo sarà la nuova proposta politica che metteremo in campo il 3 ottobre con un congresso, un’Assemblea nazionale all’Eur e da lì partiamo rapidamente per segnare un conflitto che non sarà tra destra e sinistra. Sono passati 80 anni dalla fine della guerra, le motivazioni storiche ci sono tutte ma 80 anni dopo non ha più senso combattere tra destra e sinistra. Dobbiamo unire il popolo come il ceto medio, la classe media, piccola impresa, artigiani, agricoltori, professionisti con la classe lavoratrice. Quindi il 90% della popolazione, quindi non più uno scontro orizzontale destra-sinistra ma uno scontro verticale popolo unito contro l’elite economica e finanziaria”, ha spiegato Rizzo.

Non è una conversione sulla via di Damasco. Rizzo non rinnega il proprio passato comunista. Anzi, lo utilizza come certificato di provenienza politica. Ricorda una sinistra che stava ai cancelli della Fiat, con Berlinguer accanto agli operai, e la contrappone a quella contemporanea, che individua simbolicamente nel Gay Pride e in Elly Schlein: “Io arrivo da una sinistra con Berlinguer ai cancelli della Fiat con gli operai. Oggi la sinistra sta sul carro del gay pride con Schlein” Al netto della provocazione, il punto politico è evidente: il lavoro.

È quello che, secondo Rizzo, la sinistra ha smarrito. Il popolo che ha lasciato per strada mentre inseguiva altre battaglie identitarie, culturali e civili. Un pezzo di società che nel frattempo ha cominciato a guardare dall’altra parte, non necessariamente perché sia diventato di destra, ma perché non si sente più rappresentato dalla sinistra. Ed è proprio su questo terreno che Italia Domani prova a giocare la propria partita.

La scommessa di Rizzo è superare una geografia politica che considera ormai anacronistica. Economia, sicurezza, sovranità nazionale, lavoro, pensioni, piccola impresa: questioni che una volta potevano essere facilmente catalogate dentro uno schieramento e che oggi attraversano trasversalmente l’elettorato.

Il ragionamento parte da una fotografia impietosa dell’Italia. Nel 1991, sostiene Rizzo, eravamo la quarta potenza industriale mondiale. Oggi siamo la nona e, nella sua previsione, tra dieci anni potremmo precipitare al ventiquattresimo posto.  Al di là della precisione delle proiezioni, il messaggio politico è chiaro: l’Italia ha smesso di avere una strategia industriale e nazionale di lungo periodo.

Il ceto medio arretra. La piccola impresa resiste con sempre maggiore difficoltà. Il lavoro perde potere d’acquisto e centralità. La pensione si allontana e diventa sempre più magra.  E mentre il Paese si impoverisce, la politica continua troppo spesso a discutere a vuoto, come se il problema principale fosse stabilire chi abbia il certificato di appartenenza ideologica più puro. Rizzo prova invece a mettere insieme pezzi apparentemente incompatibili: protezione sociale e sicurezza, diritti dei lavoratori e controllo dell’immigrazione, intervento pubblico e difesa della piccola impresa, sovranità nazionale e neutralità internazionale.

È una miscela politicamente insolita. Ed è proprio per questo che potrebbe avere un suo spazio. Non è casuale che economia e sicurezza siano risultati i due temi più sentiti nella consultazione promossa dal movimento, alla quale hanno partecipato circa 6.500 persone.

Sulla sicurezza Rizzo sceglie una linea senza ambiguità: chi delinque deve scontare effettivamente la pena. Da qui la proposta di abbassare da cinque a tre anni la soglia per la detenzione effettiva, costruire nuove carceri e introdurre il lavoro durante la pena: “Chi delinque in Italia deve andare in galera”.

Una frase che potrebbe tranquillamente comparire nel programma di un partito di destra. Ma pronunciata da un ex comunista assume un significato diverso: dimostra quanto siano saltati i vecchi recinti ideologici.

Lo stesso vale per l’immigrazione. Rizzo non sembra intenzionato a competere con la destra sul terreno dello slogan, ma insiste sulla necessità dello Stato di garantire ordine, controllo e certezza della pena. Ed è probabilmente proprio qui che si trova una delle contraddizioni più interessanti del progetto: un pezzo della vecchia sinistra potrebbe riscoprire temi che la sinistra contemporanea ha progressivamente consegnato alla destra.

Poi c’è la politica estera. Rizzo chiede pace e neutralità, contesta l’invio di armi all’Ucraina e considera eccessivo il coinvolgimento italiano nel conflitto. Una posizione che lo porta a incrociare, su questo specifico tema, settori della destra. Quando gli chiedono di Vannacci, non si nasconde: «Un generale che dice no alla guerra mi piace». Ma subito dopo mette il freno: nessuna alleanza, nessun cartello elettorale. Soltanto confronto programmatico.

È una distinzione importante. Perché il progetto di Rizzo, almeno nelle intenzioni, non vuole diventare l’ennesima costola di una coalizione esistente. Vuole verificare se esista uno spazio politico autonomo. Anche con Giorgia Meloni il rapporto è fatto di riconoscimenti e critiche. Rizzo le attribuisce capacità politica, ma la giudica “molto tattica, poco strategica”. E soprattutto contesta la distanza tra il racconto della sovranità nazionale e alcune scelte concrete del governo. Insomma: non è meloniano, non è schleiniano e non vuole esserlo.

Il bersaglio principale rimane comunque il Pd. E, più in generale, quel centrosinistra che Rizzo considera ormai incapace di recuperare il rapporto con il proprio blocco sociale originario. Ma la vera platea di Italia Domani non è necessariamente quella che oggi vota a destra. È quella che non vota più nessuno.

L’italiano che ha smesso di recarsi alle urne perché non trova più una proposta nella quale riconoscersi. Il lavoratore che non considera più il Pd casa propria, ma che non si sente necessariamente rappresentato nemmeno dalla destra. Il piccolo imprenditore che non vuole sentir parlare soltanto di mercato, ma nemmeno di ideologia. Il ceto medio che vede il proprio tenore di vita arretrare e non trova una forza politica capace di raccontarne la frustrazione.

È una prateria enorme. Ma è anche il cimitero di moltissimi movimenti politici nati promettendo di rappresentarla.

Il congresso del 3 ottobre, all’Eur di Roma, sarà dunque molto più di un appuntamento organizzativo. Sarà il primo vero test politico di Italia Domani.

Rizzo ha una storia politica lunga, ma proprio quella storia rappresenta contemporaneamente la sua forza e il suo limite. Può rivendicare una coerenza che gli consente di parlare di lavoro, sovranità e conflitto sociale senza sembrare un semplice opportunista. Ma deve anche dimostrare di essere capace di parlare a un Paese che nel frattempo è cambiato.

La domanda, alla fine, è una sola: esiste davvero un popolo politicamente orfano che aspetta il giorno dopo?

Rizzo scommette di sì. E forse il dato più interessante non è che un ex comunista guardi ad alcuni temi della destra. È che, mentre destra e sinistra continuano a combattersi per il controllo dei rispettivi recinti, qualcuno prova a parlare a chi quei recinti li ha già abbandonati. Se Italia Domani riuscirà a trasformare questa intuizione in consenso, allora il mondo politico italiano potrebbe davvero trovarsi davanti a qualcosa di nuovo. Se invece resterà soltanto l’ennesimo tentativo di mettere insieme pezzi incompatibili, sarà l’ennesima dimostrazione che in Italia il “dopo” arriva sempre un po’ più tardi del previsto.

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