di Mario Barbato. La dipendenza dai social network è un’emergenza che colpisce sia gli adulti sia i ragazzi. Negli ultimi anni, l’uso degli smartphone ha trasformato queste piattaforme (come Facebook, Instagram, TikTok e similari) in una presenza fissa nella quotidianità degli utenti. Recenti indagini hanno sottolineato come la quasi totalità degli italiani utilizzi i social network per parecchie ore a settimana, una consuetudine che – secondo la psicologia – danneggia la concentrazione e i rapporti sociali.
Tale dipendenza sta trasformando strumenti nati per unire le persone in fattori di isolamento dal mondo reale. Stando alla scienza, le piattaforme sono progettate proprio per catturare l’attenzione attraverso il meccanismo della gratificazione istantanea. Ogni notifica o commento stimola il cervello a produrre dopamina, l’ormone del piacere, attivando un circuito della ricompensa simile a quello delle sostanze stupefacenti. Questo processo spinge l’utente a controllare lo smartphone in modo compulsivo, fino a preferire la dimensione virtuale a quella reale.
I giovani sono coloro che corrono i rischi maggiori a causa di uno sviluppo emotivo ancora in corso, tanto che l’Istituto Superiore di Sanità stima in centinaia di migliaia gli adolescenti italiani a forte rischio. L’uso prolungato dei social espone i ragazzi alla FOMO, ovvero la paura di essere esclusi dalle esperienze gratificanti dei coetanei; il confronto costante con vite e corpi idealizzati genera ansia, tristezza e insicurezza. Di conseguenza, molti giovani scelgono il ritiro sociale chiudendosi nella propria camera, compromettendo sia il rendimento scolastico sia le relazioni dal vivo.
La dipendenza dagli schermi non risparmia il mondo degli adulti, in teoria più immuni a questo disturbo, spingendoli a isolarsi dal contesto circostante persino in casa o nei luoghi pubblici. Basta entrare in una sala d’attesa o viaggiare in treno per vedere decine di persone con la testa china sullo smartphone e le dita sullo schermo. È il fenomeno che la scienza definisce “phubbing”, ovvero l’abitudine di ignorare l’interlocutore a favore del display: un comportamento deleterio che logora profondamente le relazioni interpersonali e la capacità di concentrazione.
Non esiste una ricetta magica capace di contrastare l’uso smodato dei social network. L’unica soluzione, secondo gli psicologi, è istituire zone e momenti liberi dalla tecnologia, vietando lo smartphone a tavola durante i pasti e in camera da letto durante la notte. Diventa inoltre fondamentale attivare i sistemi di monitoraggio del tempo d’uso inseriti nei cellulari e riscoprire le attività all’aria aperta per abituarsi a guardare di nuovo il mondo reale: la vita, infatti, è quella che scorre davanti agli occhi mentre si è impegnati a guardare l’ennesimo video futile e diseducativo.

