C’è un dato, negli Stati Uniti, che dovrebbe far riflettere anche noi: l’1% dei contribuenti con i redditi più elevati versa da solo circa il 38,4% dell’imposta federale sul reddito. La metà dei contribuenti, quella con redditi inferiori a 53.801 dollari l’anno, contribuisce invece per appena il 3%.
Non è, sia chiaro, la fotografia di un paradiso fiscale per i poveri né di un inferno tributario per i ricchi. È qualcosa di più interessante: la dimostrazione che un sistema fiscale può concentrare una quota molto rilevante del gettito sulle fasce di reddito più alte e mantenere, almeno formalmente e sostanzialmente, un carattere progressivo.
I dati dell’Internal Revenue Service, analizzati da FiscoOggi, raccontano infatti che circa 50 milioni di contribuenti, pari a quasi il 30% del totale di coloro che hanno presentato la dichiarazione, non hanno pagato l’imposta federale sul reddito. Contemporaneamente, l’1% più ricco ha sostenuto quasi quattro decimi dell’intero gettito, pari complessivamente a circa 2.140 miliardi di dollari.
La differenza emerge anche guardando alle aliquote effettive: mediamente, il primo 1% ha pagato il 26,3% del proprio reddito in imposta federale, contro il 3,7% della metà dei contribuenti con redditi medio-bassi o bassi.
E in Italia? Da noi il problema non è semplicemente stabilire se i ricchi debbano pagare più tasse. Il principio della progressività è scritto nella Costituzione. Il problema è capire chi, concretamente, finisce per sostenere il peso maggiore del nostro sistema fiscale. E la risposta, da anni, è fin troppo prevedibile: lavoratori dipendenti e pensionati.
Sono loro ad avere redditi tracciati, sostituti d’imposta, buste paga e pensioni sulle quali il fisco può intervenire alla fonte. Sono loro che difficilmente possono sottrarre una parte del proprio reddito al radar dell’amministrazione finanziaria. E sono loro che, in larga misura, finanziano attraverso l’Irpef il funzionamento dello Stato.
Non è una colpa avere un lavoro dipendente o ricevere una pensione. La colpa, semmai, è di un sistema che rischia di trasformare la trasparenza del reddito in una penalizzazione. Il lavoratore dipendente non può decidere di spostare il proprio stipendio in una giurisdizione più conveniente, trasformare una parte della propria remunerazione in una diversa forma di reddito o semplicemente non dichiarare ciò che percepisce. Il pensionato ancora meno: la sua pensione arriva già tassata.
E così si crea una situazione paradossale: chi vive prevalentemente di lavoro viene tassato sul reddito prodotto; chi dispone di grandi patrimoni può contare anche sulla natura del reddito che percepisce.
È proprio quest’ultimo punto che impedisce di trasformare il dato americano in una favola semplicistica.
Anche negli Stati Uniti, infatti, i super-ricchi non pagano necessariamente aliquote elevatissime su ogni dollaro che entra nelle loro tasche. Il loro patrimonio può produrre dividendi, plusvalenze e altri redditi finanziari sottoposti a regole differenti rispetto al reddito da lavoro. Un milionario che realizza una grande parte della propria ricchezza attraverso l’apprezzamento degli asset non si trova nella stessa situazione fiscale di un dipendente che percepisce esclusivamente uno stipendio.
Dunque, la vera questione non è soltanto quanto si tassa. È che cosa si tassa e come lo si tassa.
Ed è qui che il dibattito italiano dovrebbe uscire dalla solita guerra ideologica tra «tasse alte» e «tasse basse».
Perché un sistema può avere aliquote formalmente progressive e, nello stesso tempo, distribuire in maniera molto diversa il peso effettivo della fiscalità a seconda della fonte del reddito. Il lavoro può essere facilmente individuabile e tassabile; la ricchezza può essere più articolata, diversificata e, in determinati casi, fiscalmente più efficiente.
Il risultato è che il cittadino medio percepisce una contraddizione difficilmente spiegabile: più il reddito è visibile, più è semplice tassarlo.
E intanto il lavoratore italiano deve fare i conti con un altro macigno: salari che, in termini reali e nel confronto internazionale, hanno avuto una dinamica deludente, mentre l’età pensionabile tende a spostarsi in avanti e il rapporto tra contributi versati e prestazioni future diventa, per le nuove generazioni, sempre più difficile da prevedere.
Qui la questione fiscale si intreccia inevitabilmente con quella previdenziale. Non si può chiedere a un venticinquenne di lavorare fino a settant’anni, versare contributi per una vita intera e, contemporaneamente, accettare l’idea che la sua pensione futura sarà modesta, mentre una quota significativa della ricchezza nazionale resta concentrata al di fuori del reddito da lavoro.
La progressività fiscale non può essere soltanto una formula matematica. Deve essere anche una percezione di equità.
Se due persone hanno redditi molto diversi, è ragionevole che contribuiscano in misura diversa. Ma se una parte crescente della ricchezza viene prodotta o detenuta attraverso canali che il sistema fiscale tratta diversamente dal lavoro, la semplice progressività dell’Irpef rischia di non raccontare più tutta la storia.
Ecco perché il dato americano dovrebbe essere utilizzato con cautela, ma anche senza complessi. Non dimostra che negli Stati Uniti i ricchi siano tassati «troppo». Dimostra, piuttosto, che una quota enorme del gettito può essere sostenuta dai contribuenti che dispongono dei redditi più elevati, mentre milioni di cittadini con redditi bassi o medio-bassi possono non essere soggetti all’imposta federale sul reddito.
La domanda per l’Italia, allora, dovrebbe essere molto semplice: il nostro sistema sta chiedendo un contributo proporzionato alla reale capacità contributiva dei cittadini, oppure sta chiedendo soprattutto a chi non può nascondere il proprio reddito di tenere in piedi la baracca?
Perché il punto non è fare la guerra ai ricchi. E nemmeno pretendere che chi ha successo debba essere punito fiscalmente. Il punto è molto più elementare: chi ha di più deve contribuire di più, ma chi ha di meno non può essere chiamato a pagare sempre e comunque il conto degli altri.
E soprattutto, un Paese che tassa pesantemente il lavoro mentre non riesce a far crescere adeguatamente i salari rischia di entrare in un circolo vizioso: meno reddito disponibile, meno consumi, meno capacità di risparmio, meno contributi previdenziali e, alla fine, pensioni più difficili da finanziare.

