La partita a destra è ufficialmente aperta. E quella a sinistra, in realtà, non è mai stata chiusa.
Dopo il risultato delle recenti elezioni suppletive nel collegio di Reggio Calabria-Locri, il centrodestra ha mantenuto saldamente le proprie posizioni, resistendo alla sfida di Roberto Vannacci e del suo Futuro Nazionale. Il candidato del centrodestra Fabio Roscioli ha ottenuto il 51,02% dei voti, mentre il candidato del campo largo, Francesco Antonio Benedetto, si è fermato al 36,59%. Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale, ha raccolto il 10,94%.
Un risultato che rappresenta il primo vero banco di prova elettorale per la formazione di Vannacci e che va letto anche alla luce di un’affluenza molto bassa: appena il 22,34%, poco più di un elettore su cinque.
Ma sarebbe un errore pensare che la questione sia chiusa. Anzi. Adesso comincia la partita vera.
Perché Vannacci può rallentare, può perdere terreno in una competizione elettorale, ma il malessere che alimenta la domanda di cambiamento non scompare con una percentuale. E quel malessere ha un nome molto semplice: potere d’acquisto.
Gli italiani non vivono di sondaggi, di dichiarazioni televisive o di guerre interne ai partiti. Vivono di stipendio. Di pensione. Di bollette. Di affitto. Di mutuo. Di spesa al supermercato.
E soprattutto fanno una cosa che la politica dovrebbe ricordare ogni giorno: guardano quanto resta in tasca alla fine del mese.
E allora, se il Governo Meloni vuole consolidare il proprio consenso e rendere più difficile la crescita di nuove formazioni alla sua destra, la strada non può essere soltanto quella degli slogan. Deve passare dal portafoglio degli italiani.
Meno tasse sul lavoro, più soldi in busta paga.
La priorità dovrebbe essere evidente: ridare ossigeno agli stipendi.
Non aumenti nominali destinati a essere divorati dal costo della vita. Non misure talmente complicate da richiedere dieci conferenze stampa per essere spiegate. Il lavoratore vuole una cosa molto più semplice: aprire la busta paga e vedere qualche euro in più.
È lì che la politica diventa concreta. È lì che una riforma fiscale smette di essere una promessa e diventa realtà. Ed è lì che un Governo può essere giudicato dai cittadini.
E poi c’è la pensione: un appuntamento che continua ad allontanarsi.
Sul fronte previdenziale, il quadro attuale va nella direzione opposta rispetto alla proposta di riportare l’età pensionabile a 65 anni. L’INPS ha confermato che la pensione di vecchiaia passa a 67 anni e un mese nel 2027, 67 anni e tre mesi nel 2028, 67 anni e sei mesi nel 2029 e così via fino a 70 anni, in applicazione dell’adeguamento alla speranza di vita. Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più sentite dal Paese.
Perché un lavoratore dovrebbe essere costretto a vedersi allontanare sempre più il traguardo della pensione dopo una vita trascorsa a lavorare e a versare contributi?
La proposta di stabilizzare l’età pensionabile a “65 anni senza penalizzazioni” è una scelta politica che riporterebbe sui binari dell’equità e della giustizia sociale un sistema previdenziale cha ha deragliato drammaticamente sotto la guida dei governi tecnici! E non è vero che per realizzarla non ci sono i soldi. I soldi ci sono per tutto e per tutti, quindi ci devono essere anche per garantire un diritto sacrosanto e inviolabile come la pensione!
Il Governo ha davanti una scelta politica.
Il Governo può continuare a giocare la partita politica sul terreno delle alleanze, degli equilibri interni e della competizione tra sigle. Oppure può spostare il confronto su un terreno molto più concreto: lavoro, stipendi, pensioni e potere d’acquisto.
Perché se una famiglia recupera realmente potere d’acquisto, se un lavoratore vede crescere il proprio stipendio netto e se un pensionato riesce finalmente a vivere con maggiore tranquillità, cambia anche il rapporto tra cittadino e politica.
Non servono sondaggi per capirlo. Basta guardare il carrello della spesa.
La sfida a Vannacci e, più in generale, al campo largo, allora, non si vince a colpi di bonus e di decreti legge. Si affronta con una politica economica capace di dare risposte concrete a chi lavora, a chi ha versato i contributi per una vita per arrivare a una pensione giusta e dignitosa e a chi, ogni mese, deve fare i conti con un reddito che sembra diventare sempre più magro.
Il vero colpo di grazia? Non contro Vannacci e il centro sinistra: contro il carovita.
Ed è qui che il Governo potrebbe giocarsi una partita decisiva. Non per “dare il colpo di grazia” a Futuro Nazionale o al Campo largo, ma per ridurre lo spazio politico lasciato al malcontento e al crescente astensionismo.
Perché gli italiani chiedono alla politica di poter vivere meglio con uno stipendio e una pensione che consenta di arrivare serenamente alla fine del mese, senza essere costretti a lavorare sempre più a lungo per poter finalmente smettere.
La vera sfida, dunque, non è soltanto quella tra partiti, leader e schieramenti. È quella che si gioca ogni giorno nelle case degli italiani: tra redditi che non bastano, costo della vita e capacità dello Stato di restituire potere d’acquisto a famiglie, lavoratori e pensionati.
È da qui che passerà una parte importante della prossima partita del consenso, in vista delle elezioni politiche del 2027.
