di Mario Barbato. La Lega di Matteo Salvini è passata dal sogno del 34% di consensi al reale incubo del prefisso telefonico, trasformando la “Bestia” della comunicazione in un gattino bagnato. Il partito che dominava i palinsesti televisivi e le spiagge del Papeete ha visto evaporare milioni di voti, cannibalizzati senza troppi complimenti dagli alleati di governo, Vannacci in primis. Oggi il movimento si ritrova a fare i conti con una crisi d’identità talmente profonda che persino i militanti della prima ora faticano a capire quale sia l’obiettivo, oltre alla sopravvivenza politica del Capitano.
Il capolavoro strategico del declino porta il nome di “Lega Nazionale”, il bizzarro esperimento di esportare il brand padano tra le coste del Meridione. Nel tentativo di raccogliere voti a Sud a colpi di felpe personalizzate, la segreteria ha spento il Sacro Fuoco del Nord, archiviando il federalismo in soffitta. Il risultato di questo trapianto d’identità è stato fallimentare: i votanti meridionali hanno preferito l’originale sovranista di Fratelli d’Italia, mentre gli imprenditori del Nord, stanchi di slogan sui migranti e post social con piatti di pasta, hanno spento i motori del consenso.
A banchettare sulle macerie del Carroccio ci ha pensato Giorgia Meloni, che ha sfilato le chiavi del Nord a Salvini mentre quest’ultimo era impegnato a inaugurare cantieri e ponti immaginari. Come se non bastasse la concorrenza degli alleati, la Lega è riuscita a farsi soffiare voti preziosi persino da Roberto Vannacci. Candidato da Salvini per rianimare i sondaggi, il generale ha prima incassato le preferenze leghiste e poi ha “disertato” per lanciare la sua creatura politica, Futuro Nazionale. Un perfetto esempio di “cavallo di Troia” che ha sorpassato nei sondaggi lo stesso Carroccio, lasciando la segreteria con un pugno di mosche e un alleato in meno.
Nel frattempo, dietro le quinte del palcoscenico salviniano, la vecchia guardia bossiana e i governatori del Nord assistono allo spettacolo con i pop-corn in mano, pronti a presentare il conto. I nostalgici della “Padania libera” e amministratori concreti come Luca Zaia guardano con imbarazzo alle alleanze europee con l’estrema destra e ai deliri dei nuovi candidati di punta. La leadership interna, un tempo difesa da una disciplina militare, oggi assomiglia a un condominio in rivolta dove nessuno paga più le spese e il capo condomino fa finta di non sentire le proteste.
Per evitare l’estinzione, il partito si lancia ora nell’ultima disperata recita: sventolare la bandiera dell’Autonomia Differenziata come l’ultima spiaggia per riconquistare la base. Resta da capire se gli elettori del Nord crederanno ancora alla favola del “prima il Nord” raccontata da chi ha passato gli ultimi anni a fare il giro d’Italia in cerca di un palcoscenico. La parabola della Lega dimostra che a forza di cambiare nemico (da Roma ladrona ai migranti, dall’Europa alle nuove tecnologie) alla fine l’unico vero avversario rimasto si nasconde nello specchio della propria segreteria.

