L’opposizione che sa dire soltanto NO alla Meloni, ma non sa ancora dire un Sì agli italiani!
C’è una domanda semplice, quasi banale, che prima o poi il cosiddetto campo largo dovrà affrontare: che cosa propone al Paese?
Perché criticare il governo è legittimo, anzi necessario in una democrazia. Contestare le scelte della maggioranza, denunciarne gli errori, indicare ciò che non funziona: questo dovrebbe essere il mestiere quotidiano di un’opposizione seria. Ma un’opposizione non può ridursi all’elenco delle cose che non le piacciono.
Da troppo tempo, invece, il dibattito sembra ruotare quasi esclusivamente intorno a una parola: Meloni. Il governo viene accusato di tutto, spesso anche prima che una misura venga concretamente valutata. Ma quando si passa dalla critica alla proposta, dal giudizio alla soluzione, il campo largo sembra improvvisamente diventare molto più stretto.
Dove sono le idee? Dove sono le ricette condivise su salari, costo della vita, sanità, stipendi, pensioni, sicurezza, immigrazione, riarmo, scuola, crescita economica, lavoro e futuro dei giovani? Qual è la visione dell’Italia che dovrebbe sostituire quella della maggioranza? Quali sono le priorità? E soprattutto: quali sacrifici sarebbe disposto a chiedere agli italiani per realizzarle?
Sono domande che non trovano ancora una risposta convincente.
E c’è un’altra curiosa contraddizione. Gli stessi partiti che compongono l’opposizione amano sottolineare ogni divergenza all’interno del centrodestra, trasformando ogni discussione in una presunta prova di crisi della maggioranza. Ma se la pluralità delle posizioni è un problema quando riguarda gli avversari, perché dovrebbe diventare improvvisamente una ricchezza quando riguarda il proprio schieramento?
Il centrodestra, almeno, governa. Ha una maggioranza parlamentare, un presidente del Consiglio che ‘rischia’ di rimanere in carica per l’intera legislatura. Può essere giudicato per quello che fa, per quello che non fa e per come governa.
Il campo largo, invece, deve ancora dimostrare di essere qualcosa di più di una somma aritmetica di opposizioni.
Perché mettere insieme forze politiche diverse non significa automaticamente costruire un’alternativa. Un’alternativa nasce quando esiste una direzione comune. Serve un programma, una leadership, una gerarchia di priorità e, soprattutto, un’idea di Paese capace di andare oltre l’obiettivo di battere l’avversario.
Altrimenti il rischio è che l’unico collante resti soltanto quello di abbattere chi governa.
E qui arriviamo al punto più delicato: la politica non può essere soltanto una questione di potere. Gli elettori non votano un’alleanza perché desidera tornare a Palazzo Chigi; la votano se ritengono che quella coalizione sappia governare meglio il Paese.
La voglia di mandare a casa un governo può essere una motivazione elettorale. Ma non è una strategia politica. E soprattutto non è un progetto per l’Italia.
Il paradosso è che l’opposizione potrebbe avere davanti a sé un’occasione enorme: trasformare ogni difficoltà del governo in una proposta alternativa, ogni errore in una soluzione, ogni problema irrisolto in un capitolo di un programma. Invece, troppo spesso, preferisce il commento alla proposta e lo slogan alla progettualità.
Criticare è facile. Governare è un’altra cosa. E proprio per questo gli italiani hanno diritto a qualcosa di più di una coalizione costruita contro qualcuno. Hanno diritto a sapere per che cosa il campo largo dovrebbe andare al governo del Paese, non soltanto contro chi.
Prima o poi, dunque, arriverà il momento in cui non basterà più ripetere che Meloni sbaglia. Bisognerà spiegare agli italiani che cosa farebbe il campo largo al suo posto. E lì, finalmente, comincerà la vera partita politica.

