di Gerardo Lisco
La vera questione politica delle prossime elezioni potrebbe non essere chi vincerà, ma chi abbia interesse a impedire che emerga una maggioranza autonoma. La mia ipotesi è che, mentre Giorgia Meloni ha bisogno di una vittoria capace di consolidarne la leadership ed Elly Schlein deve affermarsi alla guida del Partito Democratico e del campo largo, alcune componenti del PD potrebbero considerare più conveniente un Parlamento nel quale nessuno dei due schieramenti sia in grado di governare da solo.
Non si tratta di immaginare accordi segreti, ma di interrogarsi su una contraddizione politica: gli interessi dei leader non coincidono necessariamente con quelli di tutti i gruppi dirigenti che li sostengono.
Questa divergenza non nasce soltanto dalle ambizioni personali. Può essere alimentata dal modo stesso in cui vengono costruite le coalizioni. Se un’alleanza nasce principalmente dalla trattativa tra apparati, senza una sintesi politica e sociale capace di vincolare le diverse componenti a un progetto comune, ciascun gruppo conserva la possibilità di rinegoziare il proprio ruolo dopo il voto. La coalizione può allora servire a raccogliere consensi senza diventare necessariamente il soggetto politico che dovrà governare.
È questa la contraddizione che vedo nell’impostazione del campo largo, di cui Goffredo Bettini è uno dei principali ispiratori. Solo per inciso, per non parlare delle simulazioni elettorali elaborate da Antonio Floridia su il Manifesto. Veri e propri magheggi degni di qualche personaggio della Rowling.
Bettini sostiene da anni l’incontro tra PD, Movimento 5 Stelle e altre forze del centrosinistra. Ma il punto non è l’opportunità di favorire quell’incontro: a quel lavoro politico ho contribuito anch’io, con il Comitato Comunità e Sviluppo Basilicata in ambito lucano, immaginando però qualcosa di diverso da un’intesa tra gruppi dirigenti.
La mia prospettiva era costruire un progetto capace di coinvolgere forze sociali, territori, associazioni, movimenti e cittadini attorno a scelte programmatiche riconoscibili. Nella proposta che attribuisco a Bettini vedo invece prevalere la mediazione tra apparati, con il rischio che l’accordo elettorale preceda e sostituisca la costruzione di una reale unità politica.
Questa differenza di metodo ha conseguenze dirette sulla questione del governo. Un’alleanza fondata su un programma condiviso obbliga le sue componenti a misurarsi con obiettivi e responsabilità comuni; un’aggregazione costruita soprattutto attraverso equilibri tra gruppi dirigenti lascia aperta la possibilità che, dopo le elezioni, alcuni di quei gruppi considerino più conveniente una diversa combinazione parlamentare.
Il campo largo potrebbe così contenere, fin dalla sua formazione, una contraddizione tra l’obiettivo dichiarato di vincere e l’interesse di alcune componenti a conservare libertà di manovra.
Non attribuisco a Bettini un progetto di indebolimento di Schlein, né sostengo che egli lavori per un risultato senza vincitori. Il problema è più strutturale: una concezione dell’alleanza centrata sulla ricomposizione dei ceti politici può produrre conseguenze diverse dalle intenzioni dei suoi promotori.
Questa ipotesi acquista un significato più profondo se viene collocata nella trasformazione del sistema politico italiano avviata negli anni Novanta. Da allora la governabilità è diventata uno degli obiettivi ricorrenti delle riforme elettorali, nel tentativo di superare l’instabilità dei governi e rendere più riconoscibile la responsabilità politica delle maggioranze.
Non considero questa esigenza un male in sé. Un sistema democratico deve poter esprimere governi capaci di decidere e rispondere delle proprie decisioni. Il problema nasce quando la ricerca della stabilità viene identificata con la progressiva riduzione della rappresentanza e con l’eliminazione delle componenti considerate incompatibili con gli equilibri dei partiti maggiori.
La governabilità, infatti, non dipende soltanto dalla distribuzione dei seggi, ma dalla capacità di una maggioranza di mantenere un rapporto politico con la società.
Le manifestazioni di questi ultimi mesi rendono difficile ignorare tale rapporto. Le mobilitazioni contro la guerra e il riarmo, insieme alle proteste per salari, precarietà, sanità, scuola e costo della vita, esprimono domande differenti, non sempre riconducibili a un unico orientamento politico, ma segnalano la distanza tra una parte della società e le priorità dei gruppi dirigenti.
La questione delle spese militari è particolarmente significativa. La disponibilità a cercare nuovi margini finanziari, anche attraverso il debito, per sostenere gli impegni di difesa si confronta con la scarsità di risorse denunciata quando si discutono servizi pubblici, politiche sociali e condizioni materiali di vita.
Non ogni aumento della spesa militare comporta automaticamente un taglio equivalente alla spesa sociale, ma la scelta delle priorità rimane politica e richiede una giustificazione pubblica. Se si considera possibile ampliare lo spazio di bilancio per determinate esigenze strategiche, diventa inevitabile chiedersi perché altre emergenze siano affrontate prevalentemente attraverso vincoli e rinunce.
È su questo terreno che la convergenza tra settori importanti del centrodestra e del centrosinistra assume un significato concreto. Fratelli d’Italia e Partito Democratico esprimono alcune differenze reali, anche se collocabili tutte nell’alveo neoliberale, su lavoro, fisco, diritti e politiche sociali, ma condividono, pur con accenti differenti, la collocazione dell’Italia nell’Unione europea e nella NATO, il rapporto strategico con gli Stati Uniti e la continuità di determinati impegni internazionali.
Queste scelte possono influenzare la politica industriale, la distribuzione delle risorse pubbliche e le decisioni sulla difesa. La contrapposizione elettorale non cancella dunque l’esistenza di un perimetro strategico comune, all’interno del quale potrebbero essere costruiti accordi parlamentari anche tra forze formalmente avversarie.
In questo contesto la legge elettorale assume un ruolo importante, ma non va trasformata nel bersaglio assoluto della critica. Soglie di sbarramento e meccanismi premiali possono favorire la formazione di maggioranze e rendere più chiara la responsabilità di governo. Possono però anche rafforzare i partiti maggiori, incentivare l’assorbimento delle formazioni minori e restringere lo spazio delle opposizioni autonome.
Il problema non è soltanto quanti seggi ottenga ciascun partito, ma quali domande politiche riescano a entrare nelle istituzioni e quali ne restino escluse.
Centrodestra e centrosinistra potrebbero commettere un errore grave se cercassero di rendere più omogenee le proprie coalizioni tagliandone sistematicamente le ali. Le componenti più critiche possono rendere più difficile il compromesso, ma possono anche intercettare conflitti sociali che i partiti maggiori non riescono più a rappresentare.
Espellerle o marginalizzarle non significa necessariamente conquistare moderazione e stabilità: può significare perdere voti, indebolire il radicamento sociale e spingere una parte del dissenso fuori dal confronto parlamentare. Una maggioranza più omogenea sulla carta potrebbe così trovarsi a governare un Paese politicamente più distante.
È dentro questa contraddizione che vanno esaminati gli interessi delle leadership.
Meloni deve vincere per continuare a governare da una posizione di forza. Senza una maggioranza autosufficiente dovrebbe cercare nuovi sostegni parlamentari oppure lasciare spazio a una soluzione diversa, con un aumento del potere negoziale degli alleati.
Per Schlein la situazione è più complessa. Una vittoria del campo largo rafforzerebbe la segretaria, ma obbligherebbe il PD a governare con il Movimento 5 Stelle e con altre forze portatrici di orientamenti differenti sulla politica economica, sulla spesa pubblica e su alcune questioni internazionali.
Le contraddizioni emergerebbero nella preparazione della legge di bilancio, nelle scelte sulla spesa militare, nella politica industriale e nella distribuzione delle responsabilità ministeriali. Una coalizione elettorale può rinviare tali divergenze; un governo dovrebbe affrontarle attraverso decisioni concrete.
Perché, allora, presumere che tutte le componenti del PD preferiscano una vittoria di Schlein a una soluzione nella quale possano recuperare centralità attraverso una diversa maggioranza parlamentare?
Una parte del partito potrebbe considerare più conveniente impedire a Meloni di governare autonomamente senza consegnare Palazzo Chigi a Schlein e senza rendere determinante il Movimento 5 Stelle.
In uno scenario del genere la segretaria potrebbe essere chiamata a rispondere del risultato elettorale, mentre gruppi parlamentari e componenti interne acquisterebbero maggiore autonomia nella trattativa per il nuovo esecutivo.
La scelta del presidente del Consiglio potrebbe ricadere su una figura diversa dai leader che hanno guidato la campagna elettorale, sostenuta da una maggioranza costruita attorno a un programma limitato e a convergenze strategiche già esistenti.
Non è la prova di un disegno organizzato, ma una possibile divergenza di interessi che merita di essere esaminata.
Il Movimento 5 Stelle rappresenta un elemento essenziale di questo quadro. In un governo del campo largo sarebbe un alleato necessario, capace di negoziare il programma, la composizione dell’esecutivo e l’approvazione dei provvedimenti più importanti.
In un governo sostenuto da un’intesa trasversale potrebbe invece essere escluso dalla maggioranza e perdere la possibilità di condizionare direttamente le scelte di bilancio e gli indirizzi economici. Giuseppe Conte vedrebbe così ridursi il proprio peso nella formazione del governo.
La questione non riguarda soltanto le sue aspirazioni personali, compresa l’eventualità di un ritorno alla Presidenza del Consiglio, ma il rischio che il Movimento si ritrovi all’opposizione pur avendo contribuito a impedire una vittoria autonoma del centrodestra.
Un simile esito non richiederebbe necessariamente un accordo preventivo tra gli attuali avversari. Potrebbe emergere dalla convergenza successiva di interessi differenti.
In concreto, una maggioranza trasversale potrebbe cercare un presidente del Consiglio di mediazione, distribuire i ministeri tra più aree parlamentari e concentrare il programma sulle questioni considerate prioritarie dai partiti che garantiscono la fiducia.
Gli Esteri, la Difesa, l’Economia e i rapporti con le istituzioni europee assumerebbero un ruolo centrale, mentre le questioni sociali più divisive potrebbero essere rinviate o affidate a compromessi limitati.
Il rischio sarebbe quello di produrre un governo parlamentariamente sostenibile ma politicamente distante dalle domande espresse durante la campagna elettorale e nelle mobilitazioni sociali.
La legge elettorale potrebbe allora contribuire a un paradosso: concentrare la rappresentanza nei partiti maggiori senza garantire che il governo nasca dalle alternative presentate agli elettori.
Il problema diventerebbe ancora più evidente qualora i meccanismi premiali non assicurassero una maggioranza autosufficiente o fossero modificati da un eventuale intervento della Corte costituzionale.
Una coalizione numericamente fragile dovrebbe negoziare i provvedimenti più controversi con le proprie componenti, esponendosi al rischio di crisi su bilancio, politica estera e riforme.
Le esperienze dell’Ulivo e dell’Unione, in particolare quella del secondo governo Prodi, mostrano quanto possa incidere la fragilità parlamentare sulla continuità dell’azione di governo.
Ma sarebbe sbagliato trarne la conclusione che le componenti più radicali costituiscano necessariamente un ostacolo da eliminare. Anche le formazioni autonome della sinistra radicale, comprese quelle riconducibili a Maurizio Acerbo, possono esprimere istanze che non trovano rappresentanza nel campo largo.
I loro voti non appartengono automaticamente al PD, né possono essere considerati semplicemente un problema aritmetico per la coalizione.
Se queste forze venissero escluse dal Parlamento, le domande sociali che rappresentano non scomparirebbero. Continuerebbero a manifestarsi nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nei territori, ma con minori possibilità di incidere sulle decisioni istituzionali.
È qui che il progetto di ridurre le ali degli schieramenti mostra il proprio limite. La ricerca della governabilità può trasformarsi in una selezione delle sole posizioni compatibili con gli orientamenti dei gruppi dirigenti, proprio mentre cresce il bisogno di rappresentare conflitti che non rientrano in quel perimetro.
Non si tratta di sostenere che ogni protesta esprima una proposta di governo o che tutte le rivendicazioni siano conciliabili. Si tratta di riconoscere che una democrazia non diventa più stabile semplicemente rendendo meno visibili le proprie contraddizioni.
La stabilità istituzionale può essere compromessa anche dalla perdita di legittimazione sociale delle decisioni.
È su questo terreno che la mia interpretazione dovrà essere verificata: osservando quali componenti del PD sosterranno realmente un programma comune con il Movimento 5 Stelle, quali compromessi saranno disposte ad accettare e quali soluzioni proporranno qualora nessuna coalizione disponga dei numeri necessari per governare.
Se una parte del partito dovesse ostacolare una soluzione guidata da Schlein e favorire un’intesa trasversale, la divergenza tra gli interessi della leadership e quelli di tali gruppi diventerebbe evidente.
Se invece il PD sostenesse unitariamente la propria segretaria nella costruzione di una maggioranza coerente con il programma elettorale, questa interpretazione ne uscirebbe indebolita.
In una democrazia parlamentare la formazione di maggioranze successive alle elezioni è legittima, ma resta politicamente decisivo capire quali programmi vengano abbandonati, quali interessi acquistino centralità e quali forze siano escluse dalle decisioni.
Meloni deve vincere per governare da una posizione di forza, Schlein per consolidare la propria leadership, Conte deve mantenere un peso determinante per condizionare il futuro esecutivo. Ma alcune componenti politiche potrebbero trovare conveniente proprio il mancato raggiungimento di questi obiettivi.
Se così fosse, l’assenza di un vincitore diventerebbe l’occasione per scegliere un presidente del Consiglio diverso dai leader in competizione, costruire una maggioranza trasversale e garantire continuità agli indirizzi strategici condivisi.
Il nodo politico, tuttavia, non sarebbe soltanto chi decide dopo le elezioni, ma quali interessi sociali trovano spazio nelle decisioni.
Dopo oltre trent’anni di riforme ispirate alla governabilità, la domanda da porre non è se sia necessario avere governi stabili, ma quale rapporto debbano mantenere con il pluralismo politico e con una società attraversata da conflitti profondi.
Perché un sistema capace di produrre maggioranze, ma incapace di rappresentare una parte crescente del Paese, rischia di risolvere il problema della stabilità parlamentare aggravando quello della legittimazione democratica.
