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Riscatto della laurea ai fini pensionistici.

Gli anni del corso di laurea possono diventare anni di lavoro ai fini pensionistici. Basta pagare per vedere conteggiati gli anni di studi accademici con l’obiettivo di ottenere migliori condizioni pensionistiche. È lo spirito che spinge chi sta valutando se procedere al riscatto degli anni universitari. Il risultato finale dipende da una serie di fattori, che vanno analizzati a fondo per arrivare alla decisione finale. Il riscatto è uno strumento che permette di conteggiare ai fini pensionistici l’intera durata regolare del corso di studi: tre anni per le lauree brevi o i diplomi universitari, quattro o cinque per gli altri, l’intera durata dei dottorati di ricerca e quella prevista dai diplomi rilasciati dagli Istituti di alta formazione artistica e musicale. Restano, invece, esclusi gli anni eventualmente fuori corso. Il riscatto è ammesso a patto che questi periodi non risultino coperti da contribuzione obbligatoria nell’ambito di una gestione previdenziale. Può essere utilizzato da tutti i lavoratori dipendenti. In caso di morte del dipendente, possono farlo i superstiti che hanno diritto alla pensione indiretta. I contributi da versare dipendono dall’ultima dichiarazione dei redditi (per chi non ha reddito si considera un valore fisso, che attualmente prevede un costo di 4.800 euro all’anno). Per tutti gli altri, il calcolo sarà proporzionale alla fascia di reddito, con possibilità di dedurre interamente i contributi versati dall’imponibile fiscale. In sostanza, è più conveniente per chi guadagna meno e ha meno anni di contribuzione alle spalle (infatti lo strumento è stato pensato in primis per i giovani ai primi anni di carriera). L’obiettivo principale previsto dalla legge è di accorciare la vita lavorativa, consentendo in sostanza di andare in pensione prima. Alla luce dell’ultima riforma pensionistica, tuttavia, questo vantaggio si è attenuato, considerato che ha preso il via un percorso che porterà alla progressiva eliminazione delle pensioni di anzianità. Mentre resta la possibilità di ottenere pensioni più sostanziose: un fattore, quest’ultimo, che diventerà sempre più importante, a fronte di pensioni che tenderanno a coprire una parte sempre meno consistente dell’ultima retribuzione. La somma da versare si può pagare in un’unica soluzione oppure a rate, fino a dieci anni (120 rate). La cosa migliore da fare a questo punto è contattare il proprio ente previdenziale – l’Inps o altre strutture – per ottenere un prospetto della prima situazione, con il calcolo delle somme previste. Solo a quel punto sarà possibile conoscere con precisione cosa ci aspetta e valutare la convenienza a effettuare l’esborso. Magari confrontandolo con altre opportunità di investimento o di risparmio ai fini previdenziali, come i fondi pensione.

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