Renzi se n’è andato dal PD. Evviva! di Enzo Sanna

di Enzo Sanna. Renzi se n’è andato dal PD. Evviva! Finalmente! Era ora! Meglio tardi che mai! Queste (e tante altre) espressioni di giubilo avrebbero dovuto occupare nei giorni scorsi le pagine dei giornali e gli spazi delle trasmissioni TV di approfondimento politico. Invece, a sentire le dichiarazioni dei dirigenti PD, sembra di cogliere solo amarezza e fastidio. Nemmeno un’abbozzata espressione di gioia.

Eppure Renzi meriterebbe un plauso seguito da sconfinata gratitudine, condita di infinita riconoscenza, per aver abbandonato “sua sponte” un partito che lui ha provato a utilizzare tentando di piegarlo alle sue personali velleità, coercendone l’elettorato prima con notevole successo, poi, dopo essere stato in parte smascherato, provando a distruggerlo, quasi riuscendovi. L’attuale segretario del PD dovrebbe assoldare una decina di orchestrine romagnole per rallegrare le direzioni di partito successive all’abbandono renziano.

Zingaretti, se vorrà dimostrare di essere un vero leader, coglierà l’occasione per rivolgersi alle “milionate” di elettori persi da Renzi e dal renzismo convincendo loro che ora il partito potrà cambiare rotta e si accingerà a somigliare a qualcosa di sinistra, almeno alla lontana. Dovrà spiegare, però, lo stesso Zingaretti, quali ragioni lo inducono a mantenere nel partito parecchie scorie tossiche renziane che per ora restano con un piede lì dentro chissà con quale scopo recondito, non difficile da immaginare. Parlare di “cavalli di Troia” indotti a restare tra le mura del partito forse è eccessivo, ma di ronzini lasciati di proposito a pascolare tra le fila PD si può insinuare, eccome.

Dunque, i vari Franceschini la smettano, al netto del segretario, di piangere sul latte versato, anche perché di latte non si tratta, ma di yogurt andato a male. Renzi ha finalmente gettato la maschera, con buona pace di quanti dentro quel partito si comportavano nei suoi confronti come le classiche tre scimmiette del “Non vedo, non sento, non parlo”. Ora si ritengano liberati dall’incantesimo. Il “Meraviglioso mago di Oz” si è rivelato essere, invece, la “Malvagia strega dell’Ovest” del romanzo di Lyman Frank Baum.

A corredo di quanto appena sostenuto, gioverebbe ora l’elencazione delle innumerevoli evidenze della fanfaronaggine del soggetto in questione, ma nulla potrà eguagliare la performance dell’uno e trino Crozza-Renzi-Joker, mirabile sintesi alla quale si rimanda, della contorta, ma poi non troppo, psiche del Matteo nazionale.

Il PD derenzizzato di Zingaretti rappresenta una opportunità unica per imbucare la sola strada percorribile per evitare di scomparire unendo il proprio destino a quello dei decotti grillini: recuperare i solidi basamenti della sinistra: umanesimo, libertà, uguaglianza, solidarietà. Ops. Stiamo forse proponendo di rispolverare “vecchi” concetti datati a circa due secoli e mezzo? Sarà, ma qualcuno tra coloro che si definiscono di sinistra può prescindere da quei concetti e dalla loro trasposizione nell’attività di governo?

Solo gli inutili grillini, che continuano a definirsi “non di destra, non di sinistra” ora scopiazzati, anzi, plagiati dall’antico novello centrista Renzi, possono bearsi di restare nel limbo dell’astratto, del nebuloso, del presunto comodo “sono e non sono; esisto ma non ne sono certo”. Non scomodate, per carità, il massimo drammaturgo inglese che fece esprimere all’incirca a quel modo un suo personaggio. Siamo lontani mille miglia e mille anni luce da un Di Maio e compagnia cantando. Sta di fatto che le teorie grilline sulla “democrazia diretta” da realizzarsi per giunta attraverso piattaforme digitali di assodata manipolazione non è lontana dal pericolo populista del neofascismo leghista.

Forse è il caso che qualcuno consigli Zingaretti di dotarsi di una sorta di apparato cyborg per poter reggere il peso di quanto gli è calato addosso. L’uomo reggerà? Staremo a vedere. Intanto dovrà darsi da fare tra l’Homo insipiens grillino e il retrogrado Australopithecus leghistas, Hominide renzianus permettendo.

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