Prove di inciucio.

di Alessandro Sallusti. Sono le ore dei tatticismi, degli abboccamenti e dei tranelli. In teoria questa legislatura ha la possibilità di sopravvivere alla caduta del governo Conte.

Ognuno pensa per sé, a non rimanere invischiato nella ragnatela stesa dagli avversari e dai regolamenti parlamentari che se ben utilizzati possono spostare l’ago della bilancia – voto subito o nuovo governo di solidarietà nazionale – da una parte o dall’altra, attraverso alleanze anomale in base al vecchio principio che «il nemico del mio nemico è mio amico».

Serve al più presto un punto fermo di chiarezza da cui far discendere atti conseguenti. Per quello che interessa a noi il punto non può che essere il seguente: Matteo Salvini vuole andare alle elezioni da solo, come capo della Lega, oppure alla testa di una coalizione che comprende Forza Italia e Fratelli d’Italia? In altri termini: in caso di vittoria elettorale (cosa molto probabile) intende governare con il vecchio centrodestra o avventurarsi in qualche nuovo «contratto» a suo assoluto piacimento?

Ad oggi, interpellato sul tema, Salvini non risponde chiaramente, il che è un problema non da poco. Perché se la risposta fosse: «Sì, blindo i miei vecchi alleati» è ovvio che da questi riceverebbe nelle prossime ore tutto l’aiuto che serve in Parlamento (e nelle consultazioni con Mattarella) per mettere velocemente fine, e senza alcuna esitazione, alla legislatura. Ma se viceversa la risposta dovesse continuare a essere vaga, o addirittura diventare un no, non si capisce perché Berlusconi e la Meloni dovrebbero prestarsi gratuitamente a togliergli le castagne dal fuoco, per poi essere abbandonati al loro destino.

Quando si arriva a una «questione di vita o di morte» la vita di ognuno vale come quella di tutti e nessuno è disposto a sacrificarsi per quella degli altri. Addirittura dal redivivo Beppe Grillo, oltre che dal ringalluzzito Matteo Renzi, arrivano strani appelli a formare un governo con tutti dentro meno che la Lega. Appelli che, se accolti ed elaborati da altre forze politiche, potrebbero – pur sfidando la rabbia popolare – cambiare il corso della crisi e fare continuare in modo assai bizzarro la legislatura. È qualcosa di simile al canto delle sirene che tentavano di sedurre (e ingannare) Ulisse.

Difficile, per chi le ascolta, resistere se, come Ulisse nell’Odissea, non ti leghi a qualcosa di solido.

Perché allora, caro Salvini, correre questi rischi quando, dicendo due sole parole chiare e definitive, si spalancherebbe subito una autostrada verso Palazzo Chigi in compagnia di amici fidati? (E così la facciamo finita una volta per tutte con i «piani B»).

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