Scissione PD, adesso o mai più. Chi si sente democristiano e chi comunista, torni ad esserlo!

di Redazione. La fusione a freddo che doveva portare il vecchio Partito Comunista Italiano a fondersi con la Democrazia Cristiana nell’attuale Partito Democratico, era e rimane un progetto talmente ambizioso, talmente utopico, da rivelarsi irrealizzabile e irrealizzato, tanto è vero che non ha funzionato.

Il grande contenitore che doveva raccogliere milioni e milioni di elettori a destra e manca e pure al centro, rischia di restare completamente vuoto se non si corre immediatamente ai ripari.

Insistere sulla strada dei DS, dell’Ulivo e del PD è puro autolesionismo, dal momento che quella era ed è una strada sbagliata. Le due anime del Pd e l’accozzaglia di personaggi che lo affollano – più nelle segrete stanze che nelle vecchie sezioni e tanto meno nel consenso popolare dell’urna elettorale – non hanno saputo nè voluto diventare un corpo e un’anima.

La mini-scissione che c’è stata dei dalemiani e dei bersaniani dai renziani, non ha avuto l’effetto trascinamento auspicato. I due ex Pci non hanno saputo portare dalla loro parte gli ex compagni che hanno preferito vivacchiare all’ombra del Nazareno, per cui si è rivelata una mini-mini-scissioncina.

Ma oggi serve roba tosta. Oggi più che mai si rende necessario un cambio di passo e di linea politica, che non può più essere quella del ‘fare il pesce in barile’.

Occorre tracciare una linea netta tra chi è dalla parte dei lavoratori, del ceto medio, dei pensionati, del lavoro, della legalità, dell’onestà, del rispetto delle regole, dei diritti sociali, dei diritti civili, dell’accoglienza fino allo jus soli, insomma tra chi è comunista e chi invece è democristiano.

Tale solco dovrà essere netto, ‘senza se e senza ma’: o si sta da una parte oppure dall’altra, o con il nuovo PCI o con la nuova DC.

4 commenti su “Scissione PD, adesso o mai più. Chi si sente democristiano e chi comunista, torni ad esserlo!

  1. Se il Pd fa l’accordo con M5S, lascio il partito! Sarò coerente, dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con i 5 stelle. Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con i 5 stelle che nasce male. Quando il Pd avrà di nuovo voglia di combattere spero di ritrovare alcune persone sulla strada.
    Per favore @nzingaretti @PaoloGentiloni ! dopo tutte le umiliazioni che ci siamo fatti infliggere. Dopo Conte, dopo Di Maio ora anche Rousseau! #basta non potete consentire la distruzione di ogni residua reputazione del @pdnetwork

  2. Un accordo Pd-M5S oggi sarebbe una sciagura, una iattura. Sarebbe in farsa la ripetizione dello sciagurato accordo D’Alema – Cossiga di vent’anni fa, che regalò a Berlusconi una maggioranza assoluta nelle elezioni del 2001. Invece di stare alla finestra a guardare lungo il fiume che passasse il cadavere del nemico, il Pd doveva lavorare politicamente. Quando ha fatto le primarie, Zingaretti lo ha detto e poi non ha fatto nulla.
    Evviva, evviva, evviva, evviva per la scissione che si sta prospettando all’interno del Pd.! Sono sei anni che vado avanti a dire che in Italia c’è il divorzio e non è necessario andare avanti fino all’uxoricidio. Certo è che adesso è una scissione tra poveracci. Se ci fosse stata cinque anni fa, Renzi avrebbe potuto lavorare efficacemente nell’area berlusconiana, ancora esistente, e gli altri avrebbero ottenuto nei confronti dei Cinque Stelle… e adesso invece del 20% avrebbero il 35. Le forze politiche devono presentarsi seriamente, non come il Pd di adesso, sennò fanno ridere i polli, sennò veramente una persona può dire ‘preferisco Salvini, ca**o.

  3. Dopo aver seguito la puntata domenicale di “Mezz’ora in più”, condotta da Lucia Annunziata, con la solita elegante parzialità nelle domande, mi sono vieppiù convinto del suicidio in atto da parte del Pd. C’è stato un lungo intervento del padre nobile del centrosinistra, Romano Prodi, che ha ripetutamente sottolineato come la gente comune vuole sicurezza, cioè, almeno mi pare, anzitutto stabilità di governo, dimenticandosi che la sua coalizione sotto l’ombra dell’Ulivo per ben due volte gli è franata sotto i piedi, in largo anticipo rispetto alla scadenza della legislatura. E, in debita sequenza, ha largamente insistito sulla necessità di un’alleanza del Pd con qualche altro soggetto non ben identificato, dimenticandosi anche qui che la patologica involuzione dell’Ulivo è stata quella di assorbire la Margherita, inglobandone la componente radicale di Rutelli e democristiana di sinistra di Gentiloni, Franceschini eccetera, e l’ex Pci, così da arrestarne la graduale evoluzione verso una partito socialdemocratico aperta da Enrico Berlinguer.

    Questo è solo l’antipasto, perché poi è seguito un intervento strappa-lagrime del buon Delrio, ripreso da ogni angolo mentre ascendeva la scaletta della Sea Watch in surplace navigatoria, cui, peraltro, è doveroso riconoscere l’estrema coerenza, perché era stato un aperto e forte oppositore della politica restrittiva di Minniti. E, a stretto giro di scena, un confronto fra l’ex sindaco di Lampedusa, eletto al soglio di deputato europeo come simbolo di un buonismo incondizionato, e il governatore leghista del Friuli-Venezia Giulia. Quest’ultimo ha detto, come elemento nuovo rilevante, di essere del tutto d’accordo col Trattato di Dublino, perché eleva le frontiere degli stati esterni a frontiere europee, da controllare con attenzione; ma più interessante è stato l’ex sindaco, che riecheggiando un motivo ricorrente a sinistra, ha detto che sì la Lega ha vinto, ma con un forte astensionismo, rivelatore di una opposizione silenziosa al Governo. Niente da dire, solo che l’argomento potrebbe essere rovesciato proprio con riguardo alla pupilla del Pd, l’Emilia Romagna, dove, alle elezioni regionali l’astensionismo è stato tanto massiccio da sfiorare i due terzi, sì da potersi concludere una solenne bocciatura del buon Bonaccini: un cattivo presagio per la sua ricandidatura alle prossime consultazioni, alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo.

    Perché ho parlato di suicidio? Perché il Pd, invece di guardare al dissidio fra 5Stelle e la Lega, dovrebbe preoccuparsi del suo conflitto interno fra due anime che Zingaretti non può conciliare, se non a costo di un immobilismo paralizzante, che lo costringe a rinchiudersi in un ossessivo attacco a qualsiasi intervento del Governo, rendendo quest’ultimo assoluto protagonista. Ciò senza riempire di niente il suo continuo rivendicare non solo di essere la sola opposizione credibile, ma anche la sola democratica, come una specie di dogma ex cathedra, senza rendersi conto che così condanna tre quarti dell’elettorato a doversi considerare anti-democratico, se non fascista, pre- o para-fascista.

    Le due anime si rivelano apertamente e pubblicamente, senza alcun previo benestare del segretario. Così, a destra, Calenda parla apertamente di costruire da una costola del Pd un nuovo partito, senza che si capisca quali siano le vere intenzioni di Renzi; ma certo entrambi condividono la politica immigratoria selettiva di Minniti; e, a sinistra, in un abbraccio assai stretto, Delrio e Fratoianni condizionano, con un ampio richiamo pubblicitario, il totale assenso non solo a porti, ma anche a frontiere marittime spalancate rispetto a tutti i punti cardinali. Beh, se si lasciano entrare i barchini, perché non lo si dovrebbe fare per le navi, fra l’altro delle molto meritevoli ong; ma dicendo così, non si tiene assolutamente conto che i barchini sono solo l’ultima sofisticata contro-misura dei mercanti di carni umane. Contro-misura che consiste nel mettere in mare una nave madre, che poi, ad una distanza di sicurezza da Lampedusa, comunque fuori delle acque territoriali italiane, li scarica fuori bordo, affidandoli alla buona fortuna in mare e alla umana solidarietà in terra italiana. La cosa è tanto evidente che nell’intervista agli isolani, fatta vedere nel corso di quella puntata televisiva, la consapevolezza della “frode” è unanime, tanto da vedere una totale concordanza pro-Salvini di uno che si è dichiarato fascista e di uno che si è detto ancora comunista.

    Sarà – come dice la vulgata guidata da quella mosca cocchiera che è Repubblica, la cui sola preoccupazione è quella di fidelizzare alcune centinaia di migliaia di lettori, ma non certo di farsi carico di quei milioni di elettori che sarebbero necessari per una alternanza – che la politica anti-immigrazionista di Salvini serva solo a distrarre l’attenzione dalla situazione drammatica del Paese. Ma fosse anche vero, non è serio aspettarsi continuamente un qualche risveglio dall’incantesimo salviniano, per poi rinviarlo sempre al prossimo futuro. L’isolamento internazionale dell’Italia non riesce confermato dall’ottenimento a larga maggioranza delle Olimpiadi invernali del 2026, ma ancor più dal credito goduto da Salvini presso Putin e Trump, che non potendo più essere liquidato col dire che è servo dell’uno o dell’altro, viene etichettato come frutto di una politica convergente del duo russo-americano diretta a distruggere l’Europa. Così il collasso del Governo entro la data del 20 luglio, per permettere le elezioni politiche a settembre, senza minimamente tener conto di un chiaro intento anti-scioglimento di Mattarella; e, così ancora, il semaforo verde alla procedura di debito eccessivo auspicata a tamburo battente. Entrambe le previsioni alla Cassandra sembrano sfumare in lontananza, anche se non è detta l’ultima parola.

    Adesso si aspetta, anzi si tifa apertamente per una Europa vigile e occhiuta, che ci bocci inesorabilmente la manovra finanziaria di fine d’anno. Può essere, ma non mi pare una saggia politica attaccare un Governo che continua a godere di un largo consenso popolare, chiamando in causa un diritto del mare o internazionale non ben definito contro una legge dello Stato, con a conforto questo o quel giurista amico, ma senza alcun supporto giurisprudenziale, anzi tutto il contrario, a giudicare dalla bocciatura del ricorso presentato dai migranti ospitati sulla Sea Watch da parte della CEDU. E neppure mi sembra una saggia politica salvare in blocco la politica dell’austerity comunitaria, già fallita con la Grecia e comunque rimessa in discussione dalle stessa recente consultazione europea, che ha visto perdere la maggioranza al tandem popolare-socialista che ne aveva fatto un toccasana idoneo per ogni congiuntura.

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