L’Europa tiene al guinzaglio il governo giallorosso.

di Daniele Capezzone. Stessa musica, su immigrazione e flessibilità. Il nuovo governo rosso-rosso pensava di poter godere di credito illimitato al tavolo di Bruxelles, forte della mega benemerenza di aver sbattuto all’opposizione il “perfido sovranista” Matteo Salvini.

E invece? E invece, a fronte di parole dolci, pacche sulle spalle, grandi incoraggiamenti verbali, la sostanza racconta di un’estrema avarizia dell’Ue rispetto alle richieste italiane, accompagnata da una nota umiliante: ogni (minima, ma proprio minima) concessione sarà discrezionale, non automatica, subordinata alla valutazione politica delle autorità europee. Guinzaglio cortissimo, insomma.

Prima prova, i conti pubblici e la mitica richiesta di flessibilità. Perfino il Capo dello Stato si era pubblicamente speso per una richiesta di revisione del Patto di stabilità. Risultato? Al primo Ecofin, la scorsa settimana ad Helsinki, l’argomento è stato appena sfiorato, con plastica assenza dei ministri dell’Economia di Francia e Germania. Come dire: non si tocca niente. Di più: nei giorni scorsi, i giornali più accomodanti verso il governo avevano dato per certo che all’Italia sarebbe stato concesso un rapporto deficit/Pil del 2,4-2,5%, lo stesso che l’anno scorso fu negato ai gialloverdi. E invece già si retrocede verso il 2, come un anno fa, né più né meno. L’unico piccolo margine sarà forse concesso sulla fuffa “green”, con la scorporabilità degli investimenti di quel tipo. Tutto il resto sarà sottoposto allo sguardo occhiuto del cerbero lettone Valdis Dombrovskis. Ora, posto che chi scrive preferisce tagli di tasse agli investimenti, l’Italia (se parliamo di investimenti) avrebbe bisogno di infrastrutture pesanti, altro che pale eoliche (peraltro devastanti per il paesaggio) e altre “gretinate” eco.

Seconda prova, l’immigrazione. Capiremo tutto nel vertice convocato a Malta il 23 settembre, ma la mitica richiesta di “redistribuzione” dei migranti avanzata dall’Italia rischia di fare la stessa fine poco brillante della flessibilità. La cosa sicura è che Francia e Germania sono disponibili a dare una mano solo per i profughi (circa il 10% di quelli che sbarcano). Su tutti gli altri, nessun automatismo, solo impegni verbali. Il passato insegna come vadano a finire queste cose: le disponibilità politiche e verbali, dopo qualche settimana, vengono disattese (passata la festa, gabbato lo santo).

Ergo, in mancanza di automatismo giuridicamente vincolante, l’unica cosa certa è la fregatura per l’Italia: che sarà ridotta a sicuro punto di approdo unico per i flussi di migranti, mentre tutto il resto (collaborazione degli altri paesi, redistribuzione, ecc) sarà per lo meno aleatorio.

Morale: quel poco (ma poco poco…) che sarà concesso, sull’uno e sull’altro fronte, dipenderà da quanto – in quel momento – Bruxelles, Parigi e Berlino avranno interesse a riconoscere a un governo già ritenuto vassallo. Ma sempre tenendo presente (loro possono farlo, a quanto pare) l’interesse nazionale di quei paesi: perché Francia e Germania (giova non dimenticarlo) sono attente agli umori dei propri elettori…

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