Le molteplici culture politiche del nuovo corso del M5S.

di Gerardo Lisco. In questa estate torrida hanno tenuto banco sui media due tipi di notizie: i miracoli compiuti da Draghi e cioè la vittoria della nazionale di calcio, le quaranta medaglie alle Olimpiadi di Tokio fino ad una presunta crescita del PIL che dovrebbe raggiungere, addirittura, il 6%, e le polemiche ad arte, come quella alimentata da Durigon, finalizzate ad occultare i temi economici e sociali che interessano la carne viva degli italiani.

Mi riferisco allo sblocco dei licenziamenti, alla riforma delle pensioni voluta dalla Fornero e da Monti, alla riforma degli ammortizzatori sociali con il passaggio dal welfare al workfare, al PNNR del Governo Draghi privo di una visione nazionale capace di tenere insieme i mezzogiorni d’Italia.

Insomma da mesi i media stanno costruendo una bolla mediatica che, più prima che poi, si sgonfierà e proprio come è successo all’indomani della fine del governo dell’altro taumaturgo Monti, lascerà sul terreno morti e feriti: nel senso che vedremo ancora una volta politiche economiche di privatizzazione dei diritti sociali, crescita del divario tra aree sviluppate del Paese e aree arretrate (che non sono solo a Sud); politiche di “austerità espansiva”, crescita della disuguaglianza sociale, precarizzazione del lavoro e, con esso, dell’esistenza.

Conte presenta il suo Movimento 5 Stelle: Potere agli iscritti, ma a me piena agibilità politicaAl netto della bolla mediatica qualcosa di interessante su cui riflettere, però, c’è stata: mi riferisco all’ufficializzazione di Giuseppe Conte a capo del M5S. Il Movimento ha rappresentato, pur con ovvii limiti e molte contraddizioni, una novità nel panorama politico italiano e potrebbe ancora esserlo. Con Conte leader del M5S e con la volontà di scegliere il centrosinistra come possibile alleato, il quadro politico sembra essersi chiarito: da una parte il centrosinistra più il M5S , dall’altra il centrodestra con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Premetto che non sono completamente convinto che questo possa essere lo scenario alle prossime elezioni politiche: di mezzo ci sono l’elezione del Presidente della Repubblica (e forse la rielezione di Mattarella); il peso politico che avrà Fratelli d’Italia; la leadership della Lega; il ruolo di Draghi; il sistema elettorale (continueremo ad avere un sistema parlamentare o invece, rieletto Mattarella, si avvierà una fase di riforme istituzionali che porterà cambiamenti in senso semipresidenziale con Draghi a passare da Presidente del Consiglio a Presidente di una Repubblica semipresidenziale).

I temi che ho richiamato rendono il quadro politico molto fluido aprendolo a scenari inediti. Ho letto il nuovo  Statuto del M5S per cercare di capire la possibile cultura politica che lo ispira. Nello specifico mi sono soffermato ad analizzare  l’art. 2 dal titolo Carta dei Principi e dei valori – Finalità. Ebbene il M5S a guida Conte riprende, con sfumature diverse, il programma iniziale rappresentato appunto dalle cinque stelle: beni comuni, ecologia integrale, giustizia sociale, innovazione tecnologicaed economia eco – sociale di mercato. Parlare di beni comuni significa per forza di cose uscire fuori dalle visioni per così dire tradizionali legate al diritto di proprietà privata e al diritto di  proprietà pubblica. E’ un passaggio importantissimo dal quale potrebbe scaturire un modello di società e di sistema economico profondamente cambiato anche se non necessariamente un superamento della logica capitalista e del mercato ossia Liberale.

Sulla questione la “Carta dei Principi” recita << La valorizzazione della categoria dei beni comuni si ascrive fortemente alla necessità di assumere la persona umana come centro dell’azione dello Stato. (…) Essi costituiscono una particolare tipologia di beni pubblici su cui nessuno può vantare pretese esclusive. Appartengono a tutti e a nessuno, il loro godimento è diffuso e la loro gestione richiama processi partecipativi e inclusivi delle comunità (…) >>.  In aggiunta ai tradizionali beni comuni viene aggiunta la conoscenza <<per sua natura globale e presupposto per la crescita della persona e per la sua piena partecipazione, in condizioni di eguaglianza, alla vita politica, economica e sociale del Paese. A tutti deve essere, garantito il diritto alla conoscenza, anche attraverso l’accesso libero e gratuito alla rete>>.Il tema dei c.d. “Beni comuni” tiene banco ormai da diversi anni. Il referendum di qualche anno fa relativo alla privatizzazione dell’acqua o meglio del sistema di gestione e distribuzione dell’acqua portò all’attenzione dell’opinione pubblica la questione. Alcuni degli esponenti del M5S, come il Presidente della Camera Fico, sono emersi nel corso della battaglia referendaria. Come dimostrerò nel corso dell’articolo non necessariamente i “beni comuni” coincidono con il bene pubblico. Il concetto di beni comuni è in corso di definizione e soprattutto non è detto che il porli al centro dell’azione politica porti al superamento delliberalcapitalismo. Il dibattito sui beni comuni ha interessato filosofi, sociologi, giuristi, politologi ed economisti come si evince dall’assegnazione del premio Nobel nel 2009  per l’economia a ElinorOstrom , – da notare che la Ostrom è anche una politologa. In Italia il primo ad aver introdotto il tema è stato il prof. Stefano Rodotà.  Nel 2007 con Decreto del Ministero della Giustizia Rodotà venne nominato presidente della “Commissione” incaricata di elaborare uno schema di legge delega per le modifiche da apportare al Codice Civile in materia di “beni pubblici”. La proposta di articolato è consultabile sul sito on line del Ministero della Giustizia . La proposta elaborata dalla Commissione che prese il nome dal prof. Rodotà non venne mai portata in discussione e quindi mai approvata. Dopo la morte di Rodotà, su iniziativa di cinque  dei componenti della Commissione venne  promossa una legge di iniziativa popolare per l’approvazione della proposta avanzata dalla Commissione Rodotà.

Come dicevo il tema è complesso e per quanto riguarda la definizione stessa di “Beni Comuni” la questione è dibattuta. Come scrive lo storico del diritto R. Ferrante  <<“Bene comune” è ormai termine entrato nell’uso comune, in una parlata che lo utilizza in sensi assai generici, e in Italia almeno a partire dalla vicenda, per molti versi importante ed esemplare, della “acqua bene comune”. Il suo sviluppo è stato prototìpico sotto diversi profili: la democrazia diretta e il suo tradimento, la nascita di movimenti che se ne sono fatti bandiera e l’hanno inserita nella loro costellazione di riferimento, il fallimento del sistema politico rappresentativo “tradizionale”. Eppure, i profili giuridici della categoria “bene comune” appaiono ancora assai incerti, nonostante l’ampia e autorevole letteratura che incomincia a essere già disponibile su questo tema. Ma appunto, come autorevolmente sostenuto, gli stessi singoli beni comuni sarebbero in via di definizione>>.

 Sul tema della definizione di “beni comuni” scrive U. Mattei, vice presidente della Commissione Rodotà, <<Non esiste una definizione giuridica riconosciuta dei beni comuni. Tuttavia, vi è un consenso di massima tra studiosi per non considerarli né privati né pubblici né merce né oggetto o parte dello spazio, materiale o immateriale, che un proprietario, pubblico o privato, può immettere sul mercato per ricavarne il cosiddetto valore di scambio. I beni comuni sono riconosciuti in quanto tali da una comunità che si impegna a gestirli e ne ha cura non solo nel proprio interesse, ma anche in quello delle generazioni future. Essi sono, infatti, per citare il noto studioso di diritto delle proprietà Stefano Rodotà, l’opposto della proprietà privata. Inoltre, nella filosofia giuridica oggi emergente, che è riflessa nelle esperienze di co-housing e nei vecchi assetti di villaggio, la cosiddetta proprietà privata rappresenta in effetti soltanto un’eccezione ai beni comuni ed è garantita a seconda dei bisogni variabili.>>.

In merito alla definizione concettuale di “beni comuni” scrive lo storico del diritto A. Dani  <<Il concetto di beni comuni, come lo troviamo oggi in una letteratura pluridisciplinare ormai copiosissima, è incerto, fluido, sfuggente, polisemico: quasi “un concetto in cerca di identità”, anche se sottostà ad esso un’istanza semplice di giustizia distributiva: l’esistenza di una specie di beni fondamentali che devono rimanere condivisi e che nessuno si può accaparrare per interesse personale. Come è stato osservato, sullo sfondo è implicita “l’idea che i beni comuni appartengano originariamente alla collettività”, perché custoditi di generazione in generazione, perché prodotto di creazione necessariamente collettiva, perché indispensabili alla vita dignitosa di tutti. Con la locuzione ‘beni comuni’ si indica una gamma eterogenea di situazioni collocabili oltre la tradizionale grande dicotomia della modernità tra pubblico-statale e privato-commerciale. Potremmo dire che si allude ad una direzione: sottrarre una serie di beni fondamentali per l’uomo alla loro mercificazione ovvero al mero soggiacere alle leggi del mercato, per ricondurli ad una funzione sociale ed ecologica. Non si tratta però soltanto di riportare tali beni nel potere dello Stato, ma di fare in modo che essi si colleghino a nuove forme di gestione partecipata e di tutela. Sicuramente il dibattito avrebbe assunto ben più scarso rilievo se negli ultimi decenni il sistema economico-finanziario non avesse impresso una brusca accelerazione verso la mercificazione di ogni risorsa naturale e di ogni aspetto della vita umana (rincorrendo una crescita illimitata insostenibile e squilibrata), e gli apparati pubblici non si fossero spesso rivelati luoghi di inefficienza, di malgoverno, di scandalosi arricchimenti privati, lontani dalle esigenze reali della collettività. Nella crisi di questi due cardini del nostro ordine sociale e del nostro sistema giuridico (mercato e Stato) è maturato l’interesse per la dimensione del ‘comune’ che, in molti casi, non rappresenta altro che una declinazione del ‘pubblico’ in forme meno alienate e burocratiche, più vicine a quel ‘popolo’ a cui etimologicamente si collega, che sta a suo fondamento costitutivo ed il cui interesse sempre dovrebbe garantire. Acqua bene comune, sanità bene comune, ambiente bene comune ed ancora la scuola, la cultura, il lavoro… molte rivendicazioni, spesso giustificatissime, si sono poggiate in questi ultimi anni al concetto di beni comuni, lasciando tuttavia intatta – anzi aumentando – l’incertezza su cosa si debba intendere con essi. Appare evidente inoltre come tali specie di beni e servizi non possano in alcun modo essere ricondotti ad una disciplina giuridica uniforme o ad uno ‘statuto giuridico’ generale (una cosa è una foresta, altra l’acqua potabile, altra Internet>>.

E’ con l’ascesa del Liberalismo e del sistema capitalista che, tra 600 e 800, i beni comuni finiscono con l’essere ridimensionati in funzione dell’acquisizione da parte dei privati secondo l’ideologia dominante dell’epoca. Basti pensare a ciò che sostenevano i fisiocratici  e ancora di più Locke, Hume e Smith. A fine 700, in Gran Bretagna con l’enclosure delle terre demaniali la proprietà delle terre era ormai concentrata per larga parte nelle mani della borghesia e dell’aristocrazia.

Scrive A. Dani  <<Nell’ottica riformatrice liberista i beni comuni furono visti come servitù, pesi dannosi gravanti sulla proprietà privata, necessariamente da abolire o come beni comunali improduttivi da alienare mediante un preciso programma di privatizzazioni imposto dallo Stato. Paolo Grossi ha definito questa linea politica “statalismo individualistico”, espressione solo apparentemente ossimorica, ma che coglie un nesso profondo, un connubio destinato a ripetersi sempre più spesso, fino ad oggi, tra Stato liberale e interessi privati, con benefici ben indirizzati che la ‘mano invisibile’ del mercato avrebbe dovuto far ricadere su tutta la collettività>>.
Il saggio di A. Dani appena citato è da leggere perché inquadra il tema dal punto vista storico giungendo fino ai giorni nostri concludendo con numerose domande di approfondimento. Non credo, almeno da quanto riferiscono i giornali, che l’atto della redazione dello “Statuto” abbia visto un dibattito così profondo e articolato all’interno del Movimento.
Scrive A. Dani << Ha senso una nuova categoria di “beni comuni”? È opportuno introdurre il nuovo concetto di ‘beni comuni’, o non sarebbe meglio utilizzare quello di ‘beni pubblici’, entro cui queste situazioni potrebbero farsi rientrare, con minori problemi di inserimento nel nostro ordinamento? Certo, i beni comuni non si collocano a metà strada tra quelli pubblici e quelli privati, ma inclinano assai più sul versante del pubblico. In molti casi si tratta effettivamente oggi di beni pubblici demaniali. Vi sono senz’altro molte contiguità ed intersezioni tra i beni comuni e i beni pubblici. Perché allora complicarsi la vita con il ‘comune’, se c’è già il ‘pubblico’? Non è difficile rispondere che il problema, il grosso problema, è che i beni pubblici sono stati intesi di regola come proprietà dello Stato-Ente o di altri Enti, che li hanno gestiti non di rado in modo burocratico, inefficiente e dispendioso, al punto che oggi irresponsabilmente si ritiene proficuo addirittura sbarazzarsi di questi beni svendendoli a speculatori privati. Il ‘pubblico’, etimologicamente del popolo, ha perduto troppo spesso la sua fisiologica relazione con la collettività, di qui la necessità di un concetto più forte, che richiami in evidenza quel legame pericolosamente venuto meno. >>.

Se per sommi capi questo è il dibattito che alimentano giuristi, storici del diritto e filosofi, per gli economisti la questione assume una fisionomia diversa. In linea di massima il ragionamento degli economisti prende le mosse dal saggio del 1968 di G. Hardin dal titolo La Tragedia dei beni comuni. <<Forse il riassunto più semplice di questa analisi dei problemi della popolazione dell’uomo è questo: i beni comuni, se giustificabili, sono giustificabili solo in condizioni di bassa densità di popolazione. Con l’aumento della popolazione umana, i beni comuni hanno dovuto essere abbandonati in un aspetto dopo l’altro. Per prima cosa abbiamo abbandonato i beni comuni nella raccolta del cibo, racchiudendo terreni agricoli e limitando i pascoli e le aree di caccia e pesca. Queste restrizioni non sono ancora complete in tutto il mondo. Un po’ più tardi abbiamo visto che anche i beni comuni come luogo per lo smaltimento dei rifiuti avrebbero dovuto essere abbandonati. Le restrizioni allo smaltimento delle acque reflue domestiche sono ampiamente accettate nel mondo occidentale; stiamo ancora lottando per chiudere i beni comuni all’inquinamento da automobili, fabbriche, spruzzatori di insetticidi, operazioni di fertilizzazione e impianti di energia atomica. In uno stato ancora più embrionale c’è il nostro riconoscimento dei mali dei beni comuni in materia di piacere. Non vi è quasi alcuna restrizione sulla propagazione delle onde sonore nel mezzo pubblico. Il pubblico dello shopping è assalito da musica insensata, senza il suo consenso. Il nostro governo sta pagando miliardi di dollari per creare trasporti supersonici che disturberanno 50.000 persone per ogni persona che viene portata da costa a costa 3 ore più velocemente. Gli inserzionisti confondono le onde radio e televisive e inquinano la vista dei viaggiatori. Siamo ben lontani dal mettere fuori legge i beni comuni in materia di piacere. È perché la nostra eredità puritana ci fa vedere il piacere come una sorta di peccato, e il dolore (cioè l’inquinamento della pubblicità) come il segno della virtù? Ogni nuovo recinto dei beni comuni comporta la violazione della libertà personale di qualcuno. Le infrazioni commesse in un lontano passato sono accettate perché nessun contemporaneo si lamenta di una perdita. E’ alle nuove infrazioni proposte che ci opponiamo vigorosamente; grida di “diritti” e “libertà” riempiono l’aria. Ma cosa significa “libertà”? Quando gli uomini accettarono reciprocamente di approvare leggi contro il furto, l’umanità divenne più libera, non meno. Gli individui bloccati nella logica dei beni comuni sono liberi solo di portare alla rovina universale; una volta che vedono la necessità della coercizione reciproca, diventano liberi di perseguire altri obiettivi. Credo che sia stato Hegel a dire: “La libertà è il riconoscimento della necessità”. L’aspetto più importante della necessità che ora dobbiamo riconoscere, è la necessità di abbandonare i beni comuni nell’allevamento. Nessuna soluzione tecnica può salvarci dalla miseria della sovrappopolazione. La libertà di riprodursi porterà rovina a tutti. Al momento, per evitare decisioni difficili, molti di noi sono tentati di fare propaganda per la coscienza e la paternità responsabile. Bisogna resistere alla tentazione, perché un appello alle coscienze che agiscono in modo indipendente sceglie per la scomparsa di ogni coscienza a lungo termine, e un aumento dell’ansia nel breve. L’unico modo in cui possiamo preservare e nutrire altre e più preziose libertà è rinunciare alla libertà di riprodursi, e questo molto presto. “La libertà è il riconoscimento della necessità” – ed è il ruolo dell’educazione rivelare a tutti la necessità di abbandonare la libertà di riprodursi. Solo così, possiamo porre fine a questo aspetto della tragedia dei beni comuni.>>.

Come evidenzia E. Grazzini la Ostrom ribalta completamente il ragionamento di G. Hardin, << E’ noto che i beni comuni sono invece spesso beni privati o dello stato. Ma hanno una specificità eccezionale: possono essere gestiti in maniera più efficiente, innovativa e sostenibile dalle comunità di riferimento. E, reciprocamente, se i commons non sono gestiti dalle comunità di riferimento ma dai privati o dallo stato – cioè in favore di elite privilegiate, private o pubbliche – in generale vengono gestiti in maniera non ottimale – cioè con sprechi e inefficienze – e in modo non sostenibile nel tempo Questa è la vera grande scoperta scientifica – e da lei empiricamente verificata sul campo – di ElinorOstrom: molti altri studiosi avevano infatti evidenziato che esistevano proprietà e gestioni comuni dei beni condivisi, ma Ostrom ha aggiunto qualcosa di fondamentale: non è vero che se i commons sono gestiti dalle comunità allora vengono devastati, e che si verifica necessariamente la “tragedia dei beni comuni” come sosteneva la teoria dominante di GarrettHardin. Non è vero che per gestire i beni comuni ed evitare la tragedia del sovraconsumo occorre privatizzarli o statalizzarli, cioè imporre delle regole esogene, come suggeriva Hardin. Anzi è vero il contrario: le foreste gestite (o cogestite) dalle comunità locali sono in generale (non sempre) gestite meglio e in maniera più sostenibile di quelle sotto il dominio dello stato.  Internet deve il suo grande successo al fatto che è gestita dalle comunità di scienziati, ricercatori, informatici, utenti, i quali impongono che i suoi standard non siano brevettati e siano aperti e gratuiti.>>.

Grazzini nel suo articolo non solo coglie la distinzione tra l’impostazione di Harding e quella della Ostrom, ma evidenzia la diversa impostazione del tema che gli economisti hanno rispetto ai giuristi. Scrive nello stesso articolo << Per gli economisti i beni comuni sono risorse condivise: per la maggioranza dei giuristi (specialmente in Italia) i beni comuni sono invece, o devono diventare, diritti universali. Per i giuristi i beni comuni non devono essere ridotti a merci disponibili solo per chi ha il denaro per comprarli: sono invece beni essenziali su cui lo stato ha diritti prioritari per assicurare la loro disponibilità universale. Questa interpretazione è altamente meritoria perché punta a garantire beni indispensabili per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’umanità sottraendoli a una logica di mercato e speculativa. D’altro lato però, forse particolarmente in Italia, l’interpretazione giuridica dei commons sorvola le analisi socio-economiche che da Ostrom in poi caratterizzano la ricerca scientifica internazionale. L’interpretazione giuridica sembra sottovalutare la questione cruciale della necessità di incoraggiare la gestione diretta e cooperativa dei beni comuni da parte delle comunità e la costituzione di enti economici no profit completamente indipendenti dallo stato e dalle imprese private profit oriented. Secondo uno dei principali giuristi italiani, caposcuola delle concezioni giuridiche sui beni comuni nel nostro Paese, Stefano Rodotà – che, come si è detto, ha il merito di avere “scoperto” per primo la questione complessa dei beni comuni in Italia – “ …si può dare una prima definizione dei beni comuni: sono quelli funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future. L’aggancio ai diritti fondamentali è essenziale” Rodotà sembra qui confondere i beni comuni, come i pascoli e Internet, con i beni di merito, come il cibo e l’acqua, che hanno un particolare valore sociale e che giustamente devono diventare diritti universali. Dice Rodotà giustamente “Il punto chiave, di conseguenza, non è più quello dell’“appartenenza” del bene, ma quello della sua gestione, che deve garantire l’ accesso al bene e vedere la partecipazione di soggetti interessati”  Questo è in effetti il vero punto centrale, che però viene successivamente negato a causa della confusione tra beni comuni e beni open access.Dice Rodotà “I beni comuni sono a titolarità diffusa, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati…” Abbiamo già visto che i beni comuni non sono necessariamente res nullius o beni ad accesso aperto. E che non devono necessariamente essere gestiti in un’ottica morale e di solidarietà, ma in un’ottica di cooperazione che combini interessi individuali e di gruppo e che comporti efficienza e sostenibilità.  Dice Rodotà “(Per quanto riguarda Internet) la tutela della conoscenza in Rete non passa attraverso l’individuazione di un gestore, ma attraverso la definizione delle condizioni d’uso del bene, che deve essere direttamente accessibile da tutti gli interessati, sia pure con i temperamenti minimi resi necessari dalle diverse modalità con cui la conoscenza viene prodotta. Qui, dunque, non opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilità di fruire del bene non esige politiche redistributive di risorse perché le persone possano usarlo. È il modo stesso in cui il bene viene “costruito” a renderlo accessibile a tutti gli interessati” >>.

L’art. 2 Carta dei Principi e dei valori del M5S al punto 1) Beni comuni fa  propria l’idea di Rodotà e cioè la gestione dei beni comuni che deve garantire l’accesso a tutti i cittadini. Questa  scelta è coerente con quanto riportato al punto 5) Economia eco – sociale di mercato, che recita << Il modello di sviluppo capitalistico affidato alla piena libertà del mercato non è in grado di garantire equità sociale, assicurando agli imprenditori di poter competere tra loro in condizioni di pari opportunità e ai consumatori di potere operare scelte pienamente libere e consapevoli. E’ determinante, pertanto, la funzione regolatrice dei pubblici poteri, volta a impedire la concentrazione dei potere economici e a garantire la protezione dell’ambiente. In questa prospettiva, promuoviamo un uso consapevole delle risorse e cicli produttivi sostenibili, orientati alla riduzione dell’impiego delle risorse, delle emissioni nocive e del degrado. E’ inoltre fondamentale garantire la possibilità per i “consumatori” di assumere il ruolo di “ consumautori”>>.

Il richiamo alla Giustizia sociale art. 3 e alla Democraziapartecipativalettera d) sono da inquadrare rispetto all’idea dei “beni comuni” in combinato disposto con l’economia sociale di mercato. Quando si parla di economia sociale di mercato il modello economico al quale si fa riferimento è quello ordoliberista ossia il modello economico mitteleuropeo rappresentato dalla Germania e dall’Unione Europea. Riflettendo su alcune dichiarazioni fatte da Conte in questi anni i riferimenti culturali del M5S risultano chiari: la scelta europeista del M5S a guida Conte è incontrovertibile; appare altrettanto indiscutibile l’adesione del Movimento al liberal – capitalismo. La gestione dei “beni comuni” e il richiamo alla “comunità” , concettoanch’esso strettamente legato all’idea dei “beni comuni”, stando almeno ad alcune dichiarazioni di Conte, si ispira direttamente  ad Adriano Olivetti.

Il richiamo al pensiero di Adriano Olivetti è rintracciabile alla lettera m) della Carta dei Principi la  quale recita << L’attività di impresa contribuisce al progresso economico di una comunità, offrendo prospettive occupazionali e di miglioramento della qualità della vita dei cittadini attraverso i beni prodotti o i servizi erogati. La finalità lucrativa è caratteristica dell’impresa e la remunerazione dell’iniziativa economica è fondamentale perché aiuta a distinguere l’attività di impresa dalle iniziative filantropiche o di solidarietà. Ma un’impresa è anche comunità di donne e di uomini che lavorano insieme, che interloquisce, a sua volta, con comunità più ampie è assolutamente indispensabile che un’impresa si premuri delle conseguenze delle proprie attività sul piano dell’impatto ambientale, dei diritti e del benessere dei lavoratori>>.

Scrive  L. Gallino  <<( …) In altre parole le imprese italiane , fatte salve poche eccezioni , hanno agito sì in modo socialmente irresponsabile nei confronti del mondo del lavoro, recando gravi danni a quest’ultimo, ( …) la Olivetti degli anni Cinquanta , che sotto la direzione  dell’ingegner Adriano conobbe in quel in quel decennio uno sviluppo straordinario, appare oggi più che mai un esempio di impresa responsabile(…) >>.

Nel corso dell’intervista Gallino evidenzia come le critiche al modello di impresa responsabile che vengono dal mondo delle imprese – e non solo – puntano a discreditare il modello di impresa olivettianaperché incapace di competere nel capitalismo globale contemporaneo dove la responsabilità dell’imprenditore non è tanto verso la “comunità” rappresentata dalle maestranze e dal contesto sociale nel quale opera ma verso gli azionisti.

Si può affermare che la Carta dei principi, alla lettera l) che riguarda il lavoro,  sia il combinato disposto degli artt. 1, 3 e 4 della Costituzione. Con queste riflessioni ho provato ad individuare le culture politiche che definiscono il nuovo corso del M5S. Dall’analisi, seppure non esaustiva, dei principi contenuti  nella “ Carta” mi sembra di poter affermare che il M5S a guida Conte si pone ad un crocevia dove si incontrano la difesa dei “beni comuni”, l’economia sociale di mercato, il comunitarismo olivettiano di chiara ispirazione cristiana e l’ecologia. Il M5S a guida Conte è un workin progress per cui la sua linea politica è ancora poco prevedibile. Sicuramente, pur richiamando l’originario significato delle cinque stelle del movimento, si appresta ad allontanarsi dal grillismo della prima ora.

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