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La Serie A è pronta a ripartire.

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di Alberto Sigona. Ed alla fine ce l’abbiamo fatta! Dopo migliaia di ripensamenti, dubbi, inquietudini e speranze – e, ahimè, di morti – la Serie A è pronta a ripartire.
In un mese e mezzo, giocando fino ai primi di agosto, si dovrebbe concludere il campionato più atipico dell’era moderna.

Coronavirus. Covid-19. Nuovi positivi. A fronte di meno tamponi. Lockdown. Smart working… in progress. Confinamento. Quarantena. Distanziamento sociale. Mascherina, guanti ed alcool (che non si trovano). Isolamento domiciliare. A casa con sintomi lievi. Terapia intensiva. Nuovi deceduti. Curva epidemica. Protezione civile. Brusaferro. Locatelli. Istituto Superiore di Sanità. Over 70, 75, 80. Ahi quella insana età.

E poi… ripartenza sì, no, forse, forse sì, forse no. Fase 1, 2, 3, 3mila contagiati. Dpcm. Autocertificazione. Assembramento. Comune di residenza e comune resilienza. Io auspico, temo, credo, obietto, obiettai. Voglio, esigo, pretendo. Io resto a casa (e non vado in Chiesa). Riapertura, dimmi quando tu verrai…

In questi tre mesi di pandemia siamo stati intossicati (e sommersi) da un abuso di terminologie, asserzioni ed opinioni aventi come unico e nefasto comune denominatore un agente patogeno che mai in epoca moderna aveva condizionato in maniera così drastica le nostre vite, spaventandoci a morte, quella morte che in Italia e nel Mondo ha coinvolto (e continua tuttora a coinvolgere) migliaia di persone, accalappiate da un morbo che ci ha fatti riscoprire infinitamente piccoli ed impotenti, seminudi (o vestiti in maniera succinta) alla meta.

Specie nel nostro (ex) Bel Paese, che, come volevasi dimostrare, è in situazioni del genere che regolarmente palesa la propria sproporzionata inadeguatezza ad ampio spettro, in questo caso inidoneo a reggere un’emergenza di tale gravità e di portata sì eccezionale ma non al punto di farci annaspare di brutto.

In ambito sanitario è vero, ma anche in ambito dialettico e quindi decisionale, evidenziando una proverbiale predisposizione mentale che ci ha resi tristemente famosi nel mondo da tempi non sospetti.

Ci riferiamo, relativamente a codesto contesto, al settore sportivo, calcistico in particolare, in cui Vostra Signoria “L’Incertezza ha preso il sopravvento sugli altri commilitoni di una battaglia inedita, dura e logorante combattuta su svariati fronti, da quello politico a quello sociale, rischiando di essere risucchiati dalle sabbie mobili dell’ipocrisia becera, in cui la “razza italica”, di madre etrusca e di padre ignoto, storicamente dà il meglio di sé.

Sicché in questo periodo vissuto sull’orlo del baratro (e di una crisi di nervi) se ne sono sentite di cotte e di crude, persino a bagnomaria. Proposte decenti ed indecenti. Timori esiziali ed esistenziali. Dubbi, tentennamenti, inquietudini e speranze. Previsioni realistiche, ottimistiche ed utopistiche. Pessimismo cosmico. Leopardi ma anche ghepardi, falchi e colombe. Padroni del vapore, del sapere, dell’etere. Diritti televisivi e pretese invasive. I am the eye in the Sky. I can read your mind. Beato chi può farlo. Teorie della relatività e della relativa età. Chi puntava i piedi e chi ci andava in punta di piedi. Chi alzava le barricate e chi abbassava i toni, chi scaldava i motori e chi raffreddava gli entusiasmi.

Oggi si poteva e doveva ripartire per chiudere il campionato regolarmente. Domani chissà, forse, vedremo, anzi no. Un giorno si tirava in ballo il nero, poi il bianco ed ancora il grigio. Quindi si ricambiava subito idea, ed il valzer ricominciava, coi suoi cambi di passo più disparati, i suoi però, i ma, i non so, i forse, magari, si può, non si può. Luci stroboscopiche di convinzioni sempre più camaleontiche e fluttuanti in un caleidoscopio di pensieri, parole, dissertazioni e presunte mancate azioni. Rino Gaetano ci avrebbe sguazzato, Fabrizio De Andrè ci avrebbe canzonato.

L’ultima del Governo Conte (conti, perché non sei solo un conto [da pagare per i cittadini]: do you remember un vecchio spot interpretato da Luciano Pavarotti?): se un giocatore è trovato positivo si rifermano le danze. Ma veramente? Dopo tutte le lacrime e sangue (e le lacrime di sangue) che avevamo versato per rivedere il pallone rotolare su di una distesa d’erba…

Quindi Spadafora che corregge il tiro: se un giocatore è positivo, si isola e si continua a giocare in allegria. Tu chiamale se vuoi, mutazioni (di opinione).

Finalmente il ritorno del calcio è diventato realtà. Quella realtà tanto bramata ma che ad un certo punto pareva esser stata messa in quarantena perpetua, confinata dietro un coacervo di obiezioni, paure, critiche e rilievi, cagionando nei poveri tifosi ed addetti ai lavori più o meno lo stesso stress emotivo che accusarono i sopravvissuti della guerra del Vietnam.

Adesso che i “presumo, penso, medito e reputo” pare siano stati appiedati, è tempo di rituffarci, non solo a parole, nel campionato più atipico dai tempi della “Buonanima” (andate a rivedervi Totò in “I tartassati”).

Certo, sarà un torneo qualitativamente di gran lunga inferiore agli standard cui siamo abituati, coi calciatori chiamati a dare fuoco a delle polveri umide, ed in certi casi fradicie, di acqua e… di quiescenza. Con il fattore campo (per via delle porte chiuse, che più in là, mi auguro, diverranno socchiuse) che andrà a farsi benedire – previo distanziamento, s’intende – e la conseguente mancata spinta emotiva che verrà meno, con buona pace di chi vi si affidava per dirottare gli equilibri su arterie più praticabili.

Così assisteremo a partite molto soporifere e poco saporite, con giocatori che scenderanno nella verde arena col timore d’incorrere in qualche contrattempo muscolare (Bundesliga docet), e con l’aspirazione di salvaguardarsi in vista delle partite di grido.

Certo, dopo tanto soffrire i tifosi avrebbero meritato più rispetto. Giocare alle 21,45 oltre a rappresentare un’assurdità, mostra in tutto il suo splendore un oltraggio alla passione di coloro che non soffrono d’insonnia cronica, e che magari, chissà, l’indomani, per onorare cotanta passione, si vedranno costretti a darsi malati per non recarsi al lavoro. Perché, per strano che possa sembrare, c’è gente che che sinora per mantenersi in vita deve lavorare, e magari lo deve fare sotto il sol leone estivo, lo stesso sole che l’AIC ha tanto temuto, inducendo, con una forza persuasiva senza precedenti, chi di dovere a fissare la maggior parte degli incontri di Serie A in orari da notte di Natale.

Non sia mai che un Ibrahimovic o un Mertens – a proposito, complimenti per il record di gol in maglia napoletana centrato in Coppa Italia – si debbano veder costretti ad asciugarsi la fronte sudata… Eppure quando in pieno inverno si ritrovano a rincorrere un pallone sotto la neve, nessuno dà fiato alle trombe. Mah… Felix qui potuit rerum cognoscere causas [Virgilio].

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