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La ricchezza degli anziani.

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di Clemente Luciano. Fu all’inizio degli anni ’90 che imparammo a conoscere il “Pio Albergo Trivulzio”, l’istituto fondato nel 1766 dal principe Tolomeo Gallio Trivulzio per la cura e l’assistenza dei poveri, degli ammalati e degli anziani indigenti.

Paradossalmente fu proprio da quell’opera filantropica e benemerita che partì l’inchiesta “Mani Pulite”, perchè fu lì che, con lo scandalo delle tangenti e l’arresto del Presidente del Trivulzio, Mario Chiesa, iniziava la vicenda di “Tangentopoli” e finiva la Prima Repubblica.

Del “Trivulzio” ne risentiamo parlare adesso, ai tempi del coronavirus, perchè è lì, come in tante altre residenze per anziani di tutt’Italia, che è stata scritta una delle pagine più nere della recente pandemia.

Il Pio Albergo Trivulzio è diventato uno dei simboli della tragedia del Covid. A marzo di quest’anno ci furono decine di morti tra gli anziani residenti in quella struttura, quasi tutte riconducibili al Covid, ma mai registrate ufficialmente come tali.

In realtà i tanti anziani deceduti presso il “Trivulzio” e il contagio diffusosi tra le sue mura, erano da attribuirsi ad una gestione confusa, caotica e poco trasparente dell’emergenza.

Tempi lontani di Angelo Morbelli - ADO Analisi dell'operaMa il tema della malattia degli anziani del Trivulzio, e della loro solitudine, compare già nel mondo dell’arte nei dipinti di Angelo Morbelli (1853-1919) il pittore milanese che insieme a Pellizza da Volpedo, Giovanni Segantini e Gaetano Previati, fu esponente della corrente pittorica postimpressionistica denominata “Divisionismo”, una pittura, cioè, basata sull’uso di colori puri, mai mescolati tra loro (perciò “divisi”) ma accostati in pennellate minute, che lasciano all’occhio dell’osservatore il compito di fonderne la luminosità.

Nei suoi dipinti Morbelli ebbe a tema soprattutto gli anziani del Pio Albergo Trivulzio: dipinti malinconici per raccontarne non solo e non tanto le malattie, quanto piuttosto la disperazione e il senso dell’abbandono.

Dai quadri di Morbelli traspare l’angoscia, il senso di esclusione dalla vita e l’allontanamento dalla nuova società industrializzata che imponeva ritmi frenetici e che stritolava chiunque non avesse le forze per reggere il passo. Quel nuovo modello di società che sradicava le secolari e tranquille abitudini dell’altra società fino ad allora contadina. E’ la solitudine che soprattutto appare in quei quadri: vecchini e vecchine assorti nei loro pensieri (magari, chissà, ricordi dei loro giorni felici e dei giovani amori, di una vita fatta solo di fatiche, o ricordi di racconti fatti intorno al camino).

Ora,invece,in quei quadri c’è un’altra e diversa vita,che poi vita non è. Tutti si confondevano con tutti,seduti nel refettorio,mangiando un modesto pasto tra tante altre figure infelici e sconosciute.Spettatori assenti,persone divenute anziane e quindi “inutili”,tutti compagni di sventure.

La solitudine come marginalità,angosciosa esclusione dalla vita attiva,come mancanza di motivazioni a sopravvivere,il concepire lo stare tra quelle mura come rassegnata attesa dell’ultimo soffio di vita.Forse a lasciar le ferite più profonde non sono tanto le malattie,quanto la consapevolezza d’esser stati messi da parte,scartati,traditi,dimenticati.Vedersi lentamente spegnersi nell’oblio anche degli affetti che si credeva più cari.I temi di quei quadri possono ancor oggi apparire inquietanti,se riletti con gli occhi della storia,ancor più ai giorni della pandemia.A

da Negri sul “Corriere della Sera” così scriveva sui quadri di Morbelli:“L’abbandono e la miseria sono resi con sintesi ammirevole”.

A più di 100 anni dalla sua morte,il pittore milanese quasi ci “costringe” a misurarci difronte a un povero e spoglio interno abitato da anziani soli,mesti,chini.Un confronto che ci obbliga a prender coscienza d’una dimensione lontana dal nostro vissuto quotidiano;solo così si può capire che quella che vediamo “non rientra nella normalità di vita”.E capire,invece, quanto importante sia la vita dell’anziano.Attraverso di loro una società e un popolo conservano la memoria delle proprie origini,tradizioni e cultura;la coscienza delle proprie radici,la consapevolezza e il sentimento di appartenenza ad una terra e ad una gente.

E ad un’altra considerazione ci spinge Morbelli:le istituzioni dispongono in maniera pressoché totale della vita delle persone che si trovano in condizioni disagiate,in una sorta di turpe scambio:gli anziani vengono “mantenuti” vivi,togliendo loro sistematicamente quasi tutte le libertà e soprattutto la dignità.Una forma d’assistenza che garantisce la vita nella sua accezione puramente biologica,ma che scarta,esclude,emargina.In questo modo uno Stato di diritto elude i propri doveri e ignora i diritti del cittadino in genere e del cittadino fragile ancora di più:il diritto alla salute,al sotentamento economico,sociale,sanitario e assistenziale,soprattutto ai meno abbienti,in violazione,così,del dettato della Costituzione.

Il tragico destino degli anziani del Pio Albergo Trivulzio,cancellati dalla società e costretti ad attendere la fine in un ricovero,è in Morbelli il sintomo più evidente delle aberrazioni delle società fondate sull’egoismo e su logiche di puro utilitarismo e profitto,dalle quali le componenti più fragili e indifese,come gli anziàni,ma anche i portatori di handicap e gli affetti da malattie psichiatriche sono escluse,perchè ritenuti non utili e funzionali a quel modello di società.Forse già allora,più di cent’anni fa,un pittore,col solo strumento della sua arte,aveva cercato di metterci in guardia.

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2 Risposte a “La ricchezza degli anziani.”

  1. Degli anziani si ricorda lo Stato quando c’è da VOTARE e soprattutto PAGARE poi tutto dimenticato

  2. In Italia 12.000.000 di anziani senza un partito degno, ripeto DEGNO di tale nome.
    Se gli anziani non si organizeranno a liverllo politico saranno sempre e solo un Bancomat.
    Di loro si ricordano solo quando si VOTA.

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