La iattura dello spread. di Piero Tucceri

di Piero Tucceri. Sempre più spesso riecheggia la parola “spread”. Pur tuttavia, molte persone non sanno ancora cosa essa intenda. In poche parole, si può dire che il suo impiego venga riferito alla differenza ricorrente fra il rendimento dei titoli di uno Stato rispetto a quello dei titoli tedeschi. Il quale, vale la pena ricordarlo, è sotto lo zero.

Di fronte a una simile osservazione, viene da domandarsi perché il rendimento dei titoli di un determinato Stato debba essere rapportato con quello dei titoli tedeschi, se questi sono sotto lo zero. La risposta a questa domanda, è sin troppo ovvia: perché l’euro è un marco posticcio. E’ questa la ragione per la quale lo spread è sconosciuto in tutti gli altri Stati europei non adottanti l’euro. Nella fattispecie italiana, aumentando lo spread, aumenta la spesa dello Stato come rendimento dei BTP (Buoni del Tesoro Poliennali). Ecco perché, eliminando l’euro, ci si libererebbe anche dell’inganno denominato spread.

Una così semplice constatazione, suona però estranea ai peroratori di questo artificio, e in primo luogo alla Banca d’Italia. Anche perché, nella attuale contingenza, non si capisce a cosa serva ancora questo istituto, essendo esso privo di ogni concreto potere non godendo più della prerogativa di stampare moneta, a differenza di Facebook che pare possa invece farlo tranquillamente, da quando è stata espropriata dalla BCE, la quale batte invece tranquillamente una pseudomoneta, l’euro appunto, per gli altri Stati dell’UE. Come se non bastasse, grazie all’intervento svolto a suo tempo da Carlo Azeglio Ciampi, salito poi addirittura al Quirinale, esso è stato anche svincolato dal Ministero del Tesoro. In questo modo, l’Italia è finita nelle mani straniere.
Qualora l’Italia, disimpegnandosi dal giogo straniero, riuscisse ad adottare una propria moneta, vale a dire una lira ”pesante”, svalutata del 15-20% rispetto all’euro-marco, si assisterebbe alla drastica riduzione del debito pubblico. Il che comporterebbe un incremento del PIL, grazie alla crescita delle esportazioni, favorite dal loro ridotto costo. A questa concorrenza non potrebbe tener testa neppure l’economia tedesca. E questo perché non è l’Italia ad aver bisogno dell’euro, bensì la Germania, alla quale serve l’italietta con l’euro-marco per non dover soccombere di fronte alla accreditata industria manifatturiera italiana.
La finanza mondialista, con la complicità dei governi italiani succedutisi negli anni, terrorizza la moltitudine facendo leva sulla sua inesperienza. Per questo, le fa’ credere che l’Italia senza l’euro perderebbe la copertura economica di una moneta forte, quando è proprio questo artificio monetario, quindi la moneta forte, a determinare la sua debolezza trattandosi di una valuta straniera, costruita peraltro a tavolino, e non rispecchiante il principio economico secondo il quale la moneta di uno Stato debba rispecchiare la sua economia reale. Altrimenti non si spiega come mai molte industrie italiane si siano delocalizzate negli Stati dell’Unione Europea non adottanti l’euro. Anche se questo è semplice da capire. In quegli Stati, i costi di produzione delle merci risultano inferiori rispetto a quelli della zona euro.
Per non parlare della delocalizzazione industriale in senso stretto, capace di produrre un incremento della disoccupazione italiana, la quale comporta un minor introito per lo Stato, atteso che, contraendosi la produzione, si riduca anche il PIL o Prodotto Interno Lordo, in relazione con il quale si pone l’ammontare del debito pubblico. Così che, più aumenta il PIL e più si riduce il rapporto fra DP/PIL (Debito Pubblico/Prodotto Interno Lordo), dato che lo Stato, attraverso l’incremento della produttività, possa aumentare anche l’occupazione, assicurandosi di conseguenza maggiori introiti dall’incremento dei contribuenti, i quali non sono rappresentati soltanto dalle industrie, ma anche dai loro dipendenti. In questo modo si rende possibile una concreta riduzione della tassazione, facendo emergere anche il sommerso.
Quel che occorre tener presente, è la frazione DP/PIL, e non soltanto il DP, che è il numeratore del PIL. Solo che alle lungimiranti menti economiche tutto questo non interessi. Così come non le interessano quei quasi 7 miliardi di euro gettati via dall’Italia a favore degli altri Stati dell’UE non adottanti l’euro.
Infine, con la lira “pesante”, i prezzi non potrebbero aumentare, a differenza invece dell’euro che ne produce la lievitazione. Questo, dal momento che le industrie dovrebbero adeguare i prezzi dei loro prodotti al ridotto valore della nuova lira per poter mantenere il mercato interno, pena la loro chiusura.

Un commento su “La iattura dello spread. di Piero Tucceri

  1. Oggi come oggi pure i neonati sanno cos’è lo SPREAD!!! Ma possibile che non avete nulla di vostro, di originale da scrivere? E poi ci lamentiamo della scarsa qualità di televisioni, giornali e politica! Cmq grazie per la ‘lezioncina’!!! Sob …sob …sob

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