La fine del leaderismo e il ritorno dei partiti. Il caso M5S. di Gerardo Lisco

di Gerardo Lisco. Con le dimissioni di Luigi  Di Maio dal capo politico del M5S si aprono nuovi scenari politici che potrebbero preludere alla fine della stagione del leaderismo politico e spianare la strada al ritorno di qualcosa che richiami in qualche modo la forma partito tradizionale.

Secondo Weber  «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali», per Downs il partito politico è «una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni».

Con la crisi della Prima Repubblica il partito politico tradizionale come strumento per organizzare e orientare la politica di un governo è andato scomparendo sostituito da altri modelli organizzativi legati a forme di organizzazione diverse e comunque legate alle nuove tecniche comunicative.

Oggi più che di partiti politici dobbiamo parlare di network, dietro i quali si organizzano lobbies e gruppi di pressione in rappresentanza dei diritti proprietari delle elites economiche e finanziarie, che intendono il Governo come semplice agenzia regolatrice degli affari che essi rappresentano.

Con la fine dei partiti politici tradizionali è emersa la figura del leader politico. Anche nel passato, cioè quando la forma partito tradizionale era viva e vegeta, abbiamo avuto leaders politici, in alcuni casi dotati anche di carisma.

Togliatti, De Gasperi, Craxi , Berlinguer, Almirante erano leader politici e alcuni di questi anche capi carismatici. I leader politici del passato nascevano comunque nell’ambito del partito e non come prodotto di una pura e semplice operazione di marketing politico sostenuta da azioni lobbistiche che forniscono i necessari finanziamenti.

Diventare Segretario di un partito non era cosa da poco. Richiedeva anni di militanza, di studio, di conoscenza dei meccanismi e della macchina organizzativa del partito, capacità di interagire con i militanti, i quadri e gli interessi sociali ed economici organizzati.

I partiti politici avevano scuole di formazione, giornali, riviste, centri studi, organismi democraticamente eletti in grado di condizionare le scelte del segretario del partito.

Le cose sono mutate con la trasformazione della Società o forse è più corretto dire con la morte della Società e l’emergere dell’Individualismo. L’azione politica non è  più confronto tra visioni del mondo alternative ma solo confronto tra interessi proprietari organizzati. In sostanza non siamo molto distanti dalla dialettica che contrapponeva tories e wighs nell’Inghilterra del XVII e XVIII secolo o Conservatori e Liberali nei sistemi politici censitari ottocenteschi.

La crisi del sistema politico basato sui partiti va in crisi quando essi non vengono più percepiti come mediatori sociali ma come organismi autoreferenziali incapaci di rappresentare l’interesse generale. Da questa crisi emerge l’idea che il rapporto tra Governo e Cittadini non deve essere più mediato da organismi intermedi ma deve essere diretto.

Il ritorno della Democrazia diretta ritorna in auge anche grazie allo sviluppo di nuove tecnologie comunicative che rendono possibile l’interazione tra individui in tempo reale.

Che gli apparati burocratici dei partiti politici potessero degenerare lo aveva messo in evidenza già Robert Michels ai primi del 900. Gli apparati burocratici dei partiti erano per Michels vere e proprie oligarchie che avevano come scopo la conservazione di se stesse. Scriveva Michels “Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia” nel senso che gli apparati di partito al fine di conservare se stessi operano non più nell’interesse della parte che rappresentano ma diventano autoreferenziali mirando a conservare se stessi. Le analisi di Michels, certamente molto più complesse e meritorie di essere studiate e approfondite, nel contesto politico italiano sono state tradotte dalla vulgata giornalistica in partitocrazia. Nel senso che a al Governo del Paese non ci sono più i rappresentanti eletti direttamente dai cittadini ma appunto organismi intermedi che hanno come fine quello di auto conservarsi.

Il M5S nasce come reazione alla partitocrazia in un contesto culturale e mediatico dominato dall’esaltazione individualista. E’ da questi due dati che scaturiscono, in positivo e in negativo, le caratteristiche del M5S e cioè:  “l’uno vale uno” , la rotazione degli incarichi all’interno del M5S, le consultazioni degli aderenti sulla piattaforma Rousseau, le difficoltà che il movimento ha nel dialogare con altri organismi sociali e politici, il considerarsi post ideologici e quindi ne di destra e ne di sinistra e questo proprio perché essere di destra o di sinistra implica una Weltanschauung che imbriglierebbe l’individuo, ossia il cittadino, in un organismo che finirebbe con l’assumere una vita propria.

Il M5S secondo la felice definizione che da il titolo al saggio di Paolo Mancini è “Il Post partito” per eccellenza che segna nel contempo la fine delle grandi narrazioni ideologiche proprie della modernità. Detto questo pensare che il M5S potesse avere un “capo politico” o secondo i canoni tradizionali, un leader politico indiscusso, una sorta di “grande timoniere”, non me ne voglia Mao Tse Tung,  è contro la natura stessa del M5S.

Il movimento dopo il successo elettorale delle elezioni politiche del 2018 si è reso disponibile a diverse alleanze di governo purchè coerenti con il programma con il quale si era presentato alle elezioni. Il passaggio dall’alleanza con la Lega di Salvini all’alleanza con PD e LeU non è un’operazione trasformista, è realismo politico. Il M5S in questo arco di tempo è riuscito a concretizzare molti dei punti programmatici con i quali si era presentato agli elettori ed proprio in questo dato che va rintracciata la crisi del M5S. Per molti versi il M5S è riconducibile ad una sorta di comitato di cittadini organizzatosi per raggiungere determinati obiettivi. Per cui raggiunti, in toto o in parte, gli scopi prefissati la tensione ideale che ha tenuto insieme le singole individualità viene meno ed ognuno di essi, a partire da quel momento, si sente libero di scegliere di fare altro.  Proprio come succede nei comitati o più in generale nel mondo delle associazioni ci sono aderenti che decidono di continuare l’esperienza ponendo altri obiettivi, altri che migrano verso altre esperienze e altri che preferiscono ritirarsi nel privato.

Ciò che sta succedendo nel M5S è, portato a livello nazionale, esattamente questo. Raggiunti gli obiettivi: militanti,  organizer, porta voce, parlamentari si pongono la questione se continuare con l’esperienza del M5S, migrare verso altri lidi o semplicemente ritirarsi a vita privata.

E’ questa la ragione che ha determinato le dimissioni di Di Maio perché proprio come in tutte le organizzazioni sociali un “capo” non è accettabile a maggior ragione in un movimento politico che ha fatto del principio “uno vale uno” una regola fondativa. Essendo questo il quadro complessivo il M5S sicuramente perderà altri pezzi. Le differenti identità culturali come gli interessi personali dei singoli emergeranno in modo sempre più forte il che non vuol dire che porterà alla caduta del Governo Conte2.

Molti di loro sanno perfettamente che l’essere diventati parlamentari è stato il frutto di una congiuntura astrale favorevole per cui la legislatura andrà avanti. Nell’arco di tempo rappresentato dalla legislatura le varie componenti del M5S si organizzeranno, il primo appuntamento è a marzo p.v. con la convocazione degli stati generali del movimento e non è da escludere che dal M5S possano nascere due nuovi soggetti politici organizzati e strutturati che andranno a collocarsi in spazi politici che vanno dalla sinistra del PD al centro del centrosinistra.

Ho dubbi che possa nascere dal M5S una formazione politica che si allei con la Lega. Gli elettori di destra che votavano M5S hanno lasciato già da tempo il movimento preferendo alla copia l’originale.

In sostanza ritornando a Michels le organizzazione politiche per raggiungere gli scopi prefissati devono in primo luogo vivere. Con molta probabilità dopo marzo assisteremo a un processo di disgregazione del M5S che non necessariamente equivarrà ad una sua scomparsa.

Come dicevo non è da escludere che da esso possano nascere due formazioni politiche le quali comunque avranno raggiunto due obiettivi positivi per la nostra Democrazia e cioè il ricambio di una parte della classe politica e la nascita di organizzazioni politiche autonome dall’azione lobbistica dei potentati finanziari ed economici.

L’esperienza del M5S potrebbe essere il ritorno dell’autonomia della politica e un qualcosa che sul piano organizzativo possa ricordare i partiti tradizionali.

6 commenti su “La fine del leaderismo e il ritorno dei partiti. Il caso M5S. di Gerardo Lisco

  1. Siamo alla società signorile di massa. È l’Italia di oggi, un posto dove si produce poco ma si consuma moltissimo.
    Un posto dove i cittadini che non lavorano hanno superato ampiamente il numero di cittadini che lavorano, dove larga parte della popolazione ha accesso a consumi opulenti e dove allo stesso tempo la produttività è ferma da vent’anni.
    E malgrado tutto questo, si continua a vivere alla grande.
    Com’è possibile?
    Perché il conto qualcuno dovrà pur pagarlo.

    1. Gaia-70 è molto semplice:Una società basata sul DEBITO. Indebitarsi è obbligatorio, spinti da un consumismo di massa che giova a banche ed USURAI, in piena attività in Italia.
      Ma che strano nessun partito parla dell’USURA che è un’industria molto fiorente.
      La politica tutta resta in silenzio:Perchè 🙁 🙁 🙁

  2. I p a r t i t i e la partitocrazia, sono più vivi che mai.
    Questi al Parlamento ci restano a farsela bene fino al 2023, altrimenti molti di loro tornano alla discoccupazione.
    La situazione economica è brutta.
    La situazione politica è brutta.
    Ma i signorini a Roma se la spassano e noi fino al 2023 ci teniamo Conte&C.

  3. Il PD ha gioco di squadra, la sua fortuna è di non avere Salvini che in effetti ha aiutato molto il PD a vincere. Complimenti Matteo continua così che vai bene per gli avversari 🙂

  4. Il cambiamento è dare maggiore, maggiore, maggiore VOCE al Popolo:
    – Introduzione del Referendum propositivo.
    – Dimezzare il Parlamento, 500 parlamentari fra Camera e Senato sono più che sufficienti.
    – Introdurre per Legge : dopo due mandati consecutivi via.
    Tre semplici mosse per mettere al centro il CITTADINO che paga le tasse e mantiene lo Stato.

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