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Quella Vigilia di Natale e… il cane d’argento. di Yvan Rettore

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di Yvan Rettore. Quella Vigilia di Natale si preannunciava molto fredda. Milano era completamente ricoperta da un grande manto nevoso e tutti si preparavano al grande evento, a quella che viene considerata la più importante festa famigliare del mondo occidentale.
Da tempo ormai non era più così per me. I miei tre figli erano ormai tutti adulti, sposati e affermati a livello professionale. Tutti vivevano fuori dall’Italia ed erano sempre presi da mille impegni, feste comprese. E allora mi accontentavo di sentirli al telefono e di mandare dei regali ai miei cari nipotini che vedevo solo di tanto in tanto quando decidevo di andarli a trovare. La mia ex moglie si era risposata col mio ex migliore amico e ormai non ci sentivamo manco più.
Vivevo quindi da solo in una grande villa colonica con tanto di piscina, sauna e parco inglese. Quando l’avevo fatta costruire, nel massimo della mia megalomania, avevo perfino fatto erigere una fontana simile a quella di Trevi.
A farmi compagnia c’erano Sylvie, una domestica tuttofare haitiana, dal sorriso meraviglioso e Pavel, un giardiniere bulgaro che diceva di essere mezzo parente con l’ex calciatore Tonkov.
Quella sera, avevo detto a Sylvie di tornare a casa più presto del solito per trascorrere la vigilia con la sua famiglia. Lei mi aveva preparato un lauto pasto, ma appena uscita lo avevo riposto in frigo e mi ero seduto in salotto a fare zapping con i canali TV.
Una sera quasi come tutte le altre, un Natale come tutti i precedenti.
Poi d’un tratto suonò il campanello. Andai al citofono e vidi con la telecamera una signora di mezza età davanti al cancello della villa. Mi disse che aveva fatto un incidente con l’auto poco distante e dato che era in una zona un po’ lontana dai centri abitati, mi chiese se potessi ospitarla il tempo necessario perché potesse giungere il carro attrezzi e qualcuno dei suoi famigliari a prenderla.
Di solito ero diffidente, ma decisi lo stesso di farla entrare. Quando oltrepassò la porta riuscii a vederla meglio. Doveva avere sulla quarantina ed era un po’ trasandata nel modo di vestire. Non era nemmeno truccata e aveva i tratti tirati. Aveva i capelli lunghi, di un nero corvino e degli occhi in cui si intravedeva velatamente che doveva avere una vita non facile.
Si chiamava Arianna, era separata e madre di due figli, che però stavano col padre. Lavorava part-time in una azienda di pulizie e viveva in una casa popolare che diceva essere più un tugurio che un vero e proprio alloggio.
Nell’attesa che giungesse una sua amica a prenderla, decisi di invitarla a cena. Lei dopo una prima esitazione, finì con l’accettare. E così il lauto pasto preparato con cura da Sylvie venne consumato.
Ad un certo punto, il telefono nello studio accanto alla sala squillò. Mi scusai con la mia ospite e mi ci appartai. Era Vincenzo, mio figlio che stava a New York. Non parlammo molto a lungo, ma sentirlo mi riempiva di gioia e quando parlai con le mie nipotine, la mia emozione andò a mille.
Quando tornai in sala, Arianna se n’era andata. Aveva lasciato soltanto un bigliettino sul tavolo sul quale aveva scritto che mi ringraziava e mi augurava ogni bene.
Sconfortato, andai nel vicino salotto e riaccesi la TV ma mentre facevo zapping col telecomando, mi venne improvvisamente in mente qualcosa. Sulla credenza presente in sala c’era una statuetta in argento raffigurante un cane vestito in modo elegante. Era un pezzo unico di grandissimo valore. Ebbene passandoci accanto poco prima non l’avevo più vista. Tornai precipitosamente in sala e infatti non c’era più. Arianna la aveva portata via con sé!
Sprofondai sulla sedia, preso da un immenso sconforto non tanto per il furto in sé quanto piuttosto per il modo in cui Arianna aveva abusato della mia fiducia e della mia ospitalità. Un grande magone cominciò ad invadermi. Quanto ero stato ingenuo!
Presi il telefono, deciso a denunciare l’accaduto. Ma poi lasciai perdere. Cosa avrei potuto dire?! Che una donna dall’aspetto comune aveva rubato un oggetto a me molto caro? Non sarebbe servito a granché. E poi forse se lo aveva fatto era perché era disperata e aveva bisogno urgente di denaro. E pensare che se me lo avesse chiesto, glielo avrei dato volentieri. Ero solo, avevo settant’anni e tanto denaro da poter vivere altri mille anni come un nababbo.
Spossato dalle amarezze di quella serata, finii con l’appisolarmi sulla poltrona in sala e nei mesi successivi cercai di dimenticare l’accaduto.
Poi un giorno, mi recai da un mio amico antiquario nel centro di Milano perché essendo un collezionista di sopramobili antichi e di ottima fattura, non perdevo occasione per andarlo a trovare con una certa assiduità. Parlavamo del più e del meno quando d’improvviso la vidi. La statuetta in argento che mi era stata rubata durante la Vigilia di Natale era esposta in bella vista su uno scaffale. Prontamente chiesi al mio amico come se la fosse procurata e lui mi disse che una signora sulla quarantina gliela aveva venduta la settimana prima. Gli domandai di descrivermela. Non c’erano dubbi. Si trattava di Arianna. Mi feci dare il suo indirizzo dal mio amico in quanto un antiquario deve sempre poter dimostrare l’origine della merce acquistata per cautelarsi da eventuali accuse di ricettazione.
Dopo avere acquistato la statuetta, tornai subito a casa. Andai in salotto, aprii una teca e trassi altre due statuette d’argento di identica fattura di quella raffigurante il cane, ma che in questo caso rappresentavano una un gatto e l’altra un gallo.
Caricai tutto in macchina e mi fiondai al domicilio di Arianna. Viveva effettivamente in una casa popolare in una zona piuttosto malfamata di Milano. Quando suonai il campanello venne ad aprirmi proprio Arianna. Aveva i capelli in disordine e gli occhi stanchi. Non mi riconobbe subito e mi chiese cosa volessi. Le dissi che mi aveva mandato un suo amico incaricandomi di consegnarle un pacco. Glielo misi letteralmente in mano e sorridendo me ne andai. Fu solo allora che lei si ricordò di me e sussurrò presa dalla paura: “Ma lei…, lei è…”. Non la sentivo più, ormai ero in fondo alle scale ed ero già uscito dal palazzo.
Nella lettera che avevo lasciato nel pacco che le avevo consegnato c’era scritto:
“Buongiorno Arianna,
Spero che stia bene.
Mi sono permesso di riportarle la statuetta in argento che lei mi ha sottratto tempo fa, perché sarà più utile a lei che a me. Anzi considero che sia sua e la consideri come un mio personale omaggio. Ci ho aggiunto altre due statuette di uguale fattura, perché tutte e tre insieme formano una collezione unica di valore ben più grande che prese singolarmente. Ho già parlato con il mio amico antiquario al quale lei si era rivolta per la vendita della prima statuetta e si rende disponibile fin da subito a comprarle l’intera collezione.
Non faccio questo né per compassione verso di lei, né per fare un gesto di carità, mi creda.
Lo faccio perché sono stanco di avere tanto denaro e tanti oggetti di valore che non mi servono a nulla se non a mantenere in essere la mia perpetua solitudine.
E lei col suo gesto mi ha fatto capire che per me è venuto il momento di cambiare e di cercare di dare una svolta alla mia esistenza finché sono ancora in tempo per farlo.
Ecco perché mi sono permesso di compiere questo gesto nei suoi confronti, ossia per dimostrarle la mia riconoscenza e sperando che anche lei possa trarre giovamento da questo mio cambiamento.
Auguri di ogni bene.”
Poco tempo dopo vendetti quella villa inutile in cui mi ero rinchiuso e passai gli anni successivi ad occuparmi di chi aveva più bisogno anziché solo di me stesso.

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