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Già nel 2016 si avvertiranno i primi effetti della riforma previdenziale.

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I diritti acquisiti non si toccano. Una volta era questa “la regola d’oro” che garantiva i rapporti tra Stato e cittadini. Oggi questo patto è stato stracciato e non vale più! Per contro sono rimasti tali e quali gli stipendi e le pensioni d’oro, inattaccabili, degli intoccabili! Così quando si parla di previdenza – laddove ogni governo ha fatto carne da porco sulla pelle dei lavoratori – si pensa a quelle riforme che di fatto allontanano di anno in anno l’ambito traguardo della pensione, una corsa con l’handicap della speranza di vita,
e consegnano ai neo-pensionati un assegno previdenziale sempre più magro!  Rose e fiori, tutto sommato! Considerato che se l’attuale sistema previdenziale viene proiettato sui trentenni per questi giovani lavoratori si prospetta una vecchiaia da incubo con un assegno previdenziale di poco superiore a quello sociale e un collocamento a riposo che va ben oltre i 70 anni di età. Un vero inferno! Comunque, chi andrà in pensione nel 2016 inizierà a pagare dazio, posticipando di qualche mese il collocamento a riposo e percependo qualche euro in meno rispetto al passato per via del calcolo contributivo. La legge di stabilità, infatti, non è intervenuta a modificare la riforma previdenziale del 2011 e, quindi, già dall’anno prossimo scatterà il gradino previsto dalla legge Fornero per la pensione di vecchiaia delle donne, 22 mesi di lavoro in più, sia degli uomini che andranno in quiescenza 4 mesi più tardi rispetto al 2015, ma avranno un taglio sulla pensione contributiva di circa l’1% a causa della riduzione dei coefficienti di trasformazione in rendita del montante contributivo. In pratica per le donne dipendenti del settore privato l’età di uscita per vecchiaia passerà dai 63 anni e 9 mesi del 2015 a 65 anni e 7 mesi (compreso l’innalzamento di 4 mesi dell’aspettativa di vita) mentre le autonome potranno prendere l’assegno solo dopo aver compito 66 anni e un mese. La classe di età più penalizzata è quella delle donne nate nel 1953 dato che si ritroveranno a rincorrere la pensione fino al 2020 (nel 2018, quando compiranno 65 anni e 7 mesi sarà scattato un nuovo scalino mentre nel 2019 ci sarà un nuovo aumento della speranza di vita). Per le donne nate nel 1952 invece è prevista un’eccezione che consente a fronte di 20 anni di contributi l’uscita a 64 anni più l’aspettativa di vita. L’aumento dell’aspettativa di vita definito a partire dal 2016 è di 4 mesi e quindi dall’anno prossimo gli uomini andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e sette mesi (66 anni e 3 mesi fino a fine 2015) mentre per la pensione anticipata saranno necessari 42 anni e 10 mesi di contributi (compreso l’incremento di 4 mesi della speranza di vita rispetto al 2015). Per le donne sarà possibile andare in pensione prima dell’età di vecchiaia solo in presenza di 41 anni e 10 mesi di contributi. Il nuovo adeguamento sulla speranza di vita verrà deciso per il 2019. Nel 2018 le donne avranno un nuovo scalino per l’età di vecchiaia e andranno in pensione alla stessa età degli uomini, ovvero a 66 anni e sette mesi. Le dipendenti pubbliche, già allineate all’età degli uomini sin dal 1° gennaio 2012, nel 2016 andranno in pensione di vecchiaia alla stessa età degli uomini (66 anni e sette mesi).

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