Di Maio ha perso. Ma non è il solo.

di Daniele Capezzone. A dire chi abbia vinto si fa presto. Il trionfatore di questa tornata elettorale europea è Matteo Salvini, che mette in fila numeri eccezionali: 34,3% e – soprattutto – un incremento di 3 milioni e mezzo in termini di voti assoluti (dai 5 milioni e 600mila voti ottenuti il 4 marzo scorso ai 9 milioni e 100mila di ieri).

A caldo, commentando il suo successo, il leader leghista ha fatto una cosa nuova rispetto alle vecchie abitudini della politica italiana: non la richiesta di un rimpasto, ma la sollecitazione di un’agenda politica. Flat tax, autonomia, decreto sicurezza, Tav. Il punto – però – è capire se vorrà imporre ai Cinquestelle una scadenza temporale per una risposta definitiva, per evitare che i “sì” o i “ni” che riceverà possano tramutarsi in una strategia dilatoria da parte dei grillini per calciare avanti il pallone.

Quanto agli sconfitti, ci sono almeno quattro realtà da illuminare. E’ evidente che il primo a perdere (anzi, a straperdere) sia stato Luigi Di Maio. Una Caporetto, sotto il 17%, con 6 milioni di voti svaniti in un solo anno. Roba da suicidio politico. Seguire l’agenda giustizialista, lanciarsi all’assalto contro l’alleato di governo, polemizzare su tutto, ha prodotto un harakiri da case-history.

Ma, con Di Maio, perdono anche altri.

Perde lo schema “tutti contro uno”, applicato selvaggiamente per vent’anni contro Berlusconi, e ora replicato maldestramente contro Salvini. Il Cav e il leader leghista sono molto diversi, ma hanno in comune dei nemici che sembrano non imparare mai la lezione. Ancora non hanno capito che, se costruisci un’Armata Brancaleone contro qualcuno, consenti a quel qualcuno (oggi a Salvini, appunto) di giocare la partita nel modo più efficace, conquistando la simpatia (umana, non solo politica) degli elettori.

Perdono i soliti intellettuali, gli “esperti”, quelli più abituati a dare le pagelle agli elettori che non ad ascoltarli. In pochi anni, dal 2016 ad oggi, hanno inanellato una sequenza storica di autogol: da Brexit all’elezione di Trump, passando per Bolsonaro in Brasile e per l’affermazione sovranista in Europa. Eppure cadono ogni volta nella solita coazione a ripetere: demonizzare i vincitori e trattare gli elettori da analfabeti. Certificando la loro perdita di contatto rispetto ai cittadini, un’incapacità di “leggere” dentro la società.

Perde infine il sistema degli exit poll. Ormai è chiaro: oltre alla fisiologica tendenza di una quota degli elettori a dire una bugia, a non rivelare il proprio voto con sincerità, gioca un condizionamento psicologico. Molti elettori, chiamati a ripetere il voto, tendono a esprimere l’opzione che paia loro più “socialmente accettabile”. E questo porta invariabilmente, negli exit poll, alla sopravvalutazione del voto mainstream, e alla sottostima del voto conservatore, o di quello populista-sovranista, oggetto di demonizzazione mediatica durante tutta la campagna elettorale.

Sono tessere di un mosaico a cui tutti – in particolare gli sconfitti – dovrebbero dedicare qualche ora di riflessione profonda, non autoassolutoria, non propagandistica. Una volta si chiamava “analisi del voto”. Per evitare di ripetere gli stessi errori la volta prossima.

4 commenti su “Di Maio ha perso. Ma non è il solo.

  1. AL MOV5S: NON CADETE NEL TRANELLO DELLA LEGA!
    La Lega vi vuole costringere a staccare la spina al governo , per addossare a voi la responsabilità per la fine della legislatura.

    Non cadete nel tranello, ricordate che avete la maggioranza in parlamento , e allora utilizzatela, cercate alleanze e convergenze con l’opposizione e costringete lui a staccare la spina . Non giustificate il cattivo governo della lega.

    Non legittimate ed attenuate gli errori inevitabili in cui incorrerà. Lasciatela crogiolare nella sua solitudine europea.
    Lasciatela illudere che la vittoria strabiliante in Italia, possa evitare lo spread ,il peso del debito, la lettera di chiarimento,oggi, di infrazione domani .

    Perché di questo è convinto Salvini per il quale: la Commissione europea può e deve prendere atto, che non si alzano le tasse, che l’aumento dell’Iva non esiste.

    Le tasse non si alzano, l’aumento dell’Iva non esiste?
    E allora la lega deve ridurre i servizi ,il che puo fare anche piacere a questo partito liberista in camicia nera, ma certamente non piace agli italiani.
    I popoli di Visegrad sono più rigoristi della troika, non faranno sconti. E allora da qualche parte questo governo deve prendere i soldi per fare una manovra di 32 miliardi di euro.
    E questo è un fatto, non è non un’opinione un fatto ,che può piacere o non piacere ,ma non giustifica le frasi ad effetto che connotano la politica della Lega,i comportamenti di Savini ,specie quando producano danni.

    Salvini ha parlato e lo spreadsi è alzato, e non per colpa di Bruxelles, l’annuncio della lettera di chiarimenti sul debito che era già prevista, ma per gli intenti della lega stante le dichiarazioni di Salvini , di fregarsene del debito che pesa sulle nostre finanze.

    Tener bordone ad una politica dove non c’è politica, ma solo pubblicità per conquistare voti,è un suicidio per il movimento e per l’italia.

    1. Caro Camillo, tu dici “non giustificate il CATTIVO governo della lega” purtroppo i 5S sono corresponsabili ed è per questo che hanno perso.
      Un saluto, roberto b

  2. Cambiare il capo politico? Un’inutile scappatoia. Il M5S fa i conti con la sconfitta. Ma non serve un capro espiatorio.
    Il feeling con lo zoccolo duro del Movimento non si è interrotto, e la sofferenza che si poteva toccare con mano nella gigantesca seduta di psicoanalisi collettiva vista ieri per tutto il giorno sui canali social, dimostra che parlare di funerale dei Cinque Stelle è assolutamente prematuro. Milioni di simpatizzanti e di elettori però hanno voltato la schiena, e tutto questo non si può ignorare, così come non si può far finta di niente di fronte a due domande essenziali: Di Maio deve fare un passo indietro? E ai 5S conviene restare al Governo con un alleato che capitalizza tutti i meriti, pur producendo molto di meno? Su entrambi questi temi le opinioni si dividono, spinte più dalla voglia di svegliarsi da un incubo che da un motivo o una recriminazione effettiva.

    A soli 32 anni, Di Maio ha messo un’energia incredibile in una serie di ruoli difficilissimi, sommando la responsabilità di leader politico, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico. Salvini – si dirà – ha fatto la stessa cosa e non ha certo problemi di flessione nelle urne, ma la Lega ha parole di battaglia chiare sui migranti – ormai considerati l’epicentro di tutte le nostre paure – e una mastodontica faccia tosta nel governare con i 5S a Palazzo Chigi e con gli “avversari” Berlusconi e Meloni sui territori. Dunque di cosa si può chiedere conto al leader del Movimento? Di aver alzato troppo i toni di una campagna elettorale dove il Carroccio aveva occupato ogni spazio?
    Di aver preteso che uscisse dall’esecutivo un sottosegretario – Armando Siri – finito in un’inchiesta inquietante? O di aver schierato delle capolista sconosciute contro i leader di partito piazzati maramaldamente in più circoscrizioni?

    E andando più indietro: di aver salvato il ministro dell’Interno sulla vicenda Diciotti? O di aver abbandonato quelle parole guerriere che erano nella genesi del Movimento, per adagiarsi su una rassicurante caccia ai moderati?
    Per quanti alibi si cerchino, Di Maio ha fatto scelte ed evidentemente anche errori che però non hanno mai tradito lo spirito dei Cinque Stelle, puntando a realizzare un programma che è contenuto nel contratto con la Lega, e senza andare al Governo sarebbe solo un libro dei sogni, per non dire utopia. Dunque, sostituirlo con una figura più movimentista – sono molti i fan di Di Battista – servirebbe davvero a invertire il trend negativo iniziato dal momento in cui l’invenzione di Grillo e Casaleggio è diventata forza di governo?

    La sensazione è che cambiare leader perché lo impone il “mercato” elettorale sia una pezza peggiore del buco. Ma di fronte a una tale domanda un errore più grande è quello di far finta di niente, e per non indebolire le nuove regole dell’organizzazione che saranno presentate a breve si finisca per lasciare la leadership in discussione. E questo sì che sarebbe un errore fatale, qualunque direzione vorrà prendere domani il Movimento.

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