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Coronavirus, il contagio boccia la politica dei porti aperti. di Antonio Socci

di Antonio Socci. Alle prese con il coronavirus, il governo italiano mostra l’improvvisazione dei dilettanti e oscilla tra minimizzazione e allarmismo: «Non c’ è motivo di allarme o panico» dichiarava Conte, «lo gestiamo come il colera e la peste» aveva aggiunto il ministro Speranza (in effetti, chi mai si allarma per un’ epidemia di peste o di colera?).

Poi c’ è pure il tocco di surreale comicità che Zingaretti sempre ci assicura. Dopo il manifesto dove – a nome del Pd – chiedeva di ridurre a zero le emissioni di cobalto (voleva scrivere anidride carbonica, ma ha confuso le formule chimiche), il buon Nicola ha annunciato l’isolamento del «virus responsabile del coronavirus» (testuale). Il problema non è il suo diploma di perito odontotecnico: preoccupa il fatto che Zingaretti sia il leader dei “competenti”. Ieri poi, dopo che Conte aveva risposto picche alla richiesta dei governatori regionali del Nord di evitare, per 14 giorni, la frequenza scolastica di tutti i ragazzi tornati dalla Cina, i ministri della Sanità e della Pubblica istruzione hanno deciso di favorire la loro “permanenza volontaria” a casa giustificando l’assenza dei ragazzi. Così hanno sconfessato Conte.

A fronte di questa commedia all’italiana, nessuno (neanche le autorità internazionali) riesce a capire le reali dimensioni della tragedia. Qual è davvero la situazione in Cina? Cosa sta accadendo? I dati ufficiali parlano di circa 35 mila contagiati, 4.800 persone in gravi condizioni e 725 morti. Con decine di milioni di persone isolate in città fantasma. Ma non è affatto chiaro se queste sono le cifre vere e se l’epidemia è circoscritta o se invece la situazione è più grave. Né è stata spiegata l’origine di questo virus. La poca chiarezza deriva dalla natura stessa del regime di Pechino che impedisce la necessaria trasparenza e la circolazione delle notizie e dei dati.

Ad amplificare la pericolosità dell’epidemia infatti è stato proprio il totalitarismo comunista di quel paese, perché inizialmente le notizie sul virus sono state sottovalutate e silenziate dal regime, impedendo così che venissero prese subito le adeguate contromisure.

Dunque ora si aprono gli occhi su questa dittatura rossa a cui i globalizzatori degli anni Novanta hanno regalato la possibilità di diventare la prima economia del pianeta, aumentando a dismisura il suo peso geopolitico sul globo.

Aver trasformato la Cina nella fabbrica del mondo, oltre ad aver posto fuori mercato le produzioni occidentali e aver impoverito di colpo il nostro ceto medio e i nostri lavoratori, a causa dello svantaggio competitivo derivante dalle basse retribuzioni cinesi e dalla mancanza di garanzie sociali e vincoli ambientali, ha reso il sistema economico occidentale dipendente da quel colosso tirannico. Che coltiva disegni imperialistici e non vuol saperne né di libertà di informazione, né di diritti politici e sociali, né di rispetto dell’ ambiente, ma che – come mostra il coronavirus – è poi un gigante dai piedi d’argilla.

Qualcuno – con la globalizzazione – aveva puntato a conseguire guadagni stellari separando liberismo e mercato dalla liberaldemocrazia e scommettendo sulla Cina (fino a ignorare tuttora i rischi per la sicurezza rappresentati dal 5G) e sulle delocalizzazioni.

Oggi la retorica del mondo senza frontiere, del mercato-mondo e il fanatismo della globalizzazione – che avrebbe dovuto dissolversi già con la micidiale crisi del 2007-2008 – subisce un colpo, anche d’immagine.

Le grandi società occidentali che chiudono i battenti nelle città cinesi, la chiusura degli aeroporti, il blocco delle due navi, con migliaia di passeggeri, in Oriente, mentre tutto il mondo spera che il contagio non arrivi in Africa – dove si trovano milioni di lavoratori cinesi e dove l’epidemia diventerebbe incontrollabile – mostrano la fragilità del sistema globale. Anche il gruppo Fiat Chrysler ha annunciato che a seguito della chiusura di 4 impianti di componentistica in Cina, verrà chiuso pure un impianto in Europa.

Non è stato lungimirante, scrive Giuseppina Perlasca su Scenari economici, spostare «la produzione di componenti auto europee a decine di migliaia di chilometri di distanza, per poi scoprire che questa catena logistica è incredibilmente fragile e basta una semplice influenza per farla saltare». Questa crisi – prosegue – insegna che «aver voluto disperdere e polverizzare a livello mondiale ogni produzione industriale è stato un clamoroso errore, perché ha creato una folle interdipendenza facilmente cancellabile dal minimo imprevisto». Il mercatismo – ultima utopia del Novecento – ha l’esito fallimentare di tutte le ideologie.

6 Risposte a “Coronavirus, il contagio boccia la politica dei porti aperti. di Antonio Socci”

  1. L’Italia è un Paese dove da tempo case,…, sono per chi non è italiano, un comportamento incredibile e tollerato, dalla Chiesa e dalla sinistra malata che c’è in Italia.
    Quando un paese discrimina chi vi è nato è veramente molto preoccupante.

  2. difficile, al momento, valutare la reale portata e pericolosità del Covid-19 (coronavirus), questo perché i dati ufficiali che provengono da Pechino non sembrano affatto affidabili, ed è impossibile sapere se il virus raggiungerà anche l’Europa e con quale violenza. Ciò nonostante le imprese italiane in affari con imprese cinesi si trovano a dover fare delle scelte con risvolti gravi in termini di impatto economico e di rischi per la salute dei lavoratori. Pur non disponendo di tutte le informazioni necessarie, gli imprenditori sono chiamati a fronteggiare l’epidemia adottando tutte le misure preventive e protettive necessarie, anche in previsione di una possibile diffusione sul territorio italiano. Un compito non semplice, al quale i responsabili delle risorse umane dovranno far fronte nel rispetto del principio di non discriminazione e della tutela della privacy dei lavoratori.

    Gli uffici legali dovranno preoccuparsi maggiormente, invece, delle conseguenze di eventuali stop produttivi o rallentamenti causati dall’epidemia in corso. Ma procediamo con ordine.

    Sotto il cielo di Pechino la confusione è grande, né potrebbe essere altrimenti, vista la gravità e l’eccezionalità della situazione che le autorità cinesi sono chiamate ad affrontare. Le misure adottate, come la quarantena per decine di milioni di persone o la costruzione di ospedali in pochi giorni, hanno dell’incredibile e non sembrano compatibili con i numeri ufficiali dell’epidemia: 70 mila contagiati e 1.500 vittime, con un tasso di mortalità inferiore al 3% non hanno nulla di drammatico, se si considera che, solo in Italia, ogni anno l’influenza contagia mezzo milione di persone e fa dalle 5 mila alle 8 mila vittime, e nessuno se ne preoccupa. Molto probabile, come ritengono anche eminenti virologhi (come il professor Roberto Burioni, primario del San Raffaele di Milano), che i dati ufficiali siano ampiamente sottostimati e che la pericolosità del Covid-19 sia ben altra cosa rispetto a quella di una banale influenza. Anche perché nei regimi autoritari i numeri non servono a rappresentare la realtà, ma a piegarla agli interessi di chi governa. Non a caso l’Oms ha parlato di «nemico pubblico n. 1» e Ira Longini, consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha calcolato che l’infezione potrebbe raggiungere da un terzo a due terzi degli abitanti del pianeta.

    Difficile immaginare gli effetti dell’eventuale diffusione del contagio nel nostro paese. Secondo il ministro della salute Roberto Speranza, si può immaginare che il 20% delle persone infettate «può aver bisogno di terapia intensiva e assistenza respiratoria. Numeri che metterebbero in difficoltà anche i sistemi sanitari europei» (basti pensare alla difficoltà, pur in assenza di pandemie in corso, a trovare un posto libero oggi in un reparto di rianimazione).

    Nonostante tutte le incertezze, la drammaticità degli scenari che si possono prospettare impone alle aziende, in primo luogo a quelle che hanno rapporti con la Cina, di adottare tutte le misure necessarie a tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. A questo proposito bisogna ricordare che il datore di lavoro è tenuto (a pena del risarcimento del danno) a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori adottando tutte le misure tecniche, organizzative e procedurali necessarie allo scopo. E se l’adozione di policy adeguate di risk management è assolutamente necessaria per le aziende con lavoratori impiegati in Cina, non è da escludersi nemmeno la necessità di valutazione del rischio per i lavoratori in altre parti del mondo o addirittura per quelli in Italia.

    Oltre alle questioni legate alla tutela del personale, le aziende dovranno affrontare anche questioni di carattere commerciale e contrattuale. Il blocco prolungato della fabbrica del mondo, come amano chiamarsi i cinesi, sta creando problemi di rifornimento di prodotti finiti o semilavorati a milioni di aziende. Si tratterà quindi di gestire le conseguenze legali di ritardi accumulati senza alcuna responsabilità, ma che richiedono comunque un’attenta valutazione, sia da un punto di vista economico sia legale. In questo caso la difesa più efficace è normalmente costituita dalla clausola di forza maggiore presente nella gran parte dei contratti internazionali. In mancanza ci si potrà appellare al principio di impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile alla parte inadempiente, presente anche nel codice civile. Ma non è escluso che, oltre alle complicazioni sanitarie, il Covid-19 finisca per creare anche numerose contestazioni commerciali. Una ragione in più per prepararsi per tempo ad affrontare il Coronavirus.

  3. L CAIRO – È stato rilevato in Egitto il primo caso di Covid-19 in Africa. Lo ha confermato il locale ministero della Sanità, dopo indiscrezioni uscite sui media. La persona colpita dal coronavirus non è un cittadino egiziano ma uno straniero, del quale non è stata comunicata la nazionalità. La persona si trova in isolamento in ospedale ma le sue condizioni non sono considerate gravi, ha spiegato un portavoce del ministero. Le autorità sanitarie nazionali si sono immediatamente messe in contatto con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)e assicurano di aver preso tutte le misure per prevenire la diffusione del virus. Il caso è stato individuato grazie alle procedure messe in atto all’aeroporto internazionale del Cairo e che hanno permesso di controllare tutte le persone di rientro in Egitto da uno dei paesi dove il coronavirus si è diffuso.
    Il rappresentante dell’Oms in Egitto si è congratulato con le autorità per la trasparenza con la quale è stata seguita la vicenda, si legge su Egypt Today. L’Egitto, ha spiegato il funzionario, è stato uno dei primi Paesi a sviluppare un efficace piano di prevenzione contro la diffusione del coronavirus.

    Un continente fragile – A spaventare gli esperti di salute pubblica, in merito al primo caso confermato in Africa, è la fragilità del sistema sanitario di molte nazioni. Se molti dovessero ammalarsi di Covid-19 nei Paesi meno sviluppati e più poveri, la risposta delle istituzioni potrebbe essere gravemente insufficiente e il numero delle vittime importante.

    «Il rischio è la probabilità di assistere a un’epidemia è molto, molto alta» ha dichiarato Ambrose Talisuna, a capo del team per le emergenze dell’Oms in Africa, citato dalla prestigiosa rivista medica The Lancet. «Tutti sappiamo quanto siano precari i sistemi sanitari nel continente africano» ha aggiunto Michel Yao, manager sempre dell’Oms. «Per noi è basilare identificare immediatamente i casi di coronavirus per impedire che si diffonda in comunità che potrebbero far scattare un’epidemia tale da sovrastare le capacità di gestione».

    Un’apposita task force è stata creata il 3 febbraio scorso e si sta concentrando sui test nei punti di accesso (via mare o negli aeroporti), nella prevenzione, nelle analisi di laboratorio e nel diffondere la consapevolezza dei rischi del coronavirus e di come sia possibile prevenire un’epidemia.

    I rapporti con la Cina – Com’è noto la Cina ha da tempo enormi interessi economici e commerciali in molte nazioni africane. L’Oms ha pertanto previsto un sostegno prioritario per 13 Paesi, quelli più strettamente legati al colosso asiatico: Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Ghana, Kenya, Mauritius, Nigeria, Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zambia. Alcune persone, che presentava sintomi compatibili con il Covid-19, erano stati messi in quarantena in Kenya, Etiopia, Botswana e Costa d’Avorio. In nessun caso c’era stata la conferma che si trattasse di coronavirus.

  4. il business dell’immigrazione è ripreso con i sinistri al governo. Salvini l’aveva frenata, loro hanno spalancato le porte, e i porti, all’invasione per farci lucrare sopra gli amici degli amici.

    1. Di MAIO è rimasto ed è Ministro. Salvini sbagliando, ripeto sbagliando: ha mollato il suo Ministero un errore madornale che ha aperto le porte. Salvini non è un genio politico, è un ottimo comunicatore ma politicamente non ha capito che un Ministero non si lascia al PD, chi è causa del suo male pianga se stesso.

  5. In una intercettazione di un mafioso resa pubblica si sente dire dallo stesso “l’IMMIGRAZIONE rende più della droga”. L’IMMIGRAZIONE , purtroppo per persone senza scrupoli e se ne trovano in tutte le categorie sociali, è un grosso, grosso, grosso affare.
    Le risorse naturali dell’Africa, in un Terzo Millennio sono preziose e fanno gola a chi ha mezzi finanziari illimitati.
    A noi poveracci ci rifilano la panzana umanitaria! Ci sarà una componente umanitaria di sicuro, ma il grosso che si cela è una questione di miliardi e miliardi.
    Litio, cobalto,…, sono metalli di cui l’Africa è ricca e se li prendono molte Multinazionali.
    Aveva ragione POUND: “i politici sono i cameri dei banchieri” – infatti POUND s’è fatto 13 anni di manicomio negli USA.

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