Conte? Non è paragonabile a Moro e Andreotti. di Paolo Cirino Pomicino

di Paolo Cirino Pomicino. In questi ultimi giorni dell’anno trascorso molti media hanno tratteggiato il profilo del nostro presidente del consiglio Giuseppe Conte paragonandolo addirittura ad Aldo Moro e Giulio Andreotti.

Offese per chi non c’è più ed esagerazione per il primo.

Conte appare un personaggio diverso all’interno di un sistema politico complessivamente modesto. Non urla, non cerca le massime divisioni ma punta a trovare quel minimo comune denominatore che resta un fatto essenziale non solo per la coalizione di governo ma anche nella quotidiana attività del parlamento.

Piccole qualità di una antica normalità, dunque, ma che a confronto con il clima che da anni affligge il paese sembrano far diventare un gigante anche chi non lo è.

Peraltro sarebbe strano che chi non ha mai masticato di politica in 18 mesi sia diventato uno statista. Se lo fosse davvero saremmo i primi ad applaudirlo ma la sua esperienza dice l’esatto contrario.

Incominciamo dalla politica estera che resta uno dei compiti principali di un capo del governo. Ebbene mai l’Italia ha avuto una irrilevanza come quella che vediamo oggi sul piano internazionale. Ne fa fede innanzitutto la totale incapacità di assumere iniziative sul terreno della crisi libica in cui oggi sembra sia diventata una questione solo tra la Turchia, la Russia ed i paesi arabi (Egitto ed Emirati). Il tutto in un silenzio europeo che certo non può giustificare la irrilevanza totale dell’Italia per il destino di un paese che si affaccia sull’altra riva del mediterraneo e con il quale, nonostante le ferite di un improprio colonialismo del passato, l’Italia repubblicana ha sempre avuto buoni rapporti.

La politica dei governi Moro, Andreotti e Craxi ebbero una attenzione al destino di quel paese all’altezza del tempo giungendo ad avvertire riservatamente Gheddafi che stava per essere bombardato dagli aerei USA dopo l’esplosione nella discoteca tedesca Bell nella quale morirono alcuni marinai nel lontano 1986. Un avvertimento non per amore di una dittatura ma solo nell’interesse dell’Italia, dell’Europa e degli stessi americani. Gheddafi manteneva infatti coeso un paese privo di una struttura statuale ed in preda delle varie tribù che lasciate a loro stesse avrebbero rappresentato una spina nel fianco innanzitutto dell’Italia ma anche dei paesi della Nato.

Ed oggi vediamo cosa è diventata la Libia per la cecità dei francesi, degli inglesi e degli stessi americani mentre l’Italia obbediva in silenzio.

Quanta distanza tra quella antica sapienza politica e l’attuale inadeguatezza del duo Conte-Di Maio.

L’occidente ha riconosciuto il governo di Al Sarraj ma questo riconoscimento non ha prodotto alcunché in termini concreti per garantire la sicurezza di quel governo e neanche, per quanto ci riguarda, la sicurezza dei nostri insediamenti petroliferi, quando il generale Haftar sostenuto dall’Egitto e dalla Russia ha cominciato a marciare su Tripoli bombardando la sua periferia.

Oggi sono i turchi sotto la guida di Erdogan, che sogna un nuovo impero ottomano e che fa l’equilibrista tra il suo ruolo nella Nato e il rapporto con Putin, a muoversi per difendere la Tripolitania ed Al Sarraj contrastando le mire egiziane e dello stesso Putin.

E l’Italia che fa?

Il giovane Di Maio, che nulla sa, organizza una visita sotto la guida dell’alto rappresentante della politica estera Europea Joseph Borrel mentre Erdogan promette ad Al Sarraj armi e truppe militari. L’Africa questa sconosciuta per l’Italia di oggi e per la stessa Europa visto che abbiamo lasciato quel continente sfruttato dagli europei per secoli alla lenta occupazione economica della Cina di Xi Jinping.

E Conte somiglia a Moro o ad Andreotti solo perché ha fatto scuola dai gesuiti? Smettiamola tutti a nascondere la testa nella sabbia perché il paese sta andando alla deriva sotto il profilo economico, industriale e finanziario, sotto il profilo sociale mentre hanno cominciato da tempo, ad affannare servizi fondamentali come la scuola, le università, la sanità e sotto il profilo ambientale con territori sempre più inquinati e con il crescente dissesto idrogeologico. In queste condizioni il paese è guidato da un presidente del consiglio che ci sconcerta quando dice che con la chiusura dei porti e il blocco degli sbarchi per cui Salvini è indagato lui non è coinvolto secondo una logica tutta avvocatesca perché forse non essendoci una “carta” che lo dimostra lui si sente estraneo a quella politica di ieri quasi che il presidente del consiglio non abbia l’obbligo di coordinare le attività dei singoli ministri.

La impudenza non conosce limiti! Un presidente del consiglio che ieri dichiarava di essere populista ed oggi dichiara che il suo cuore batte a sinistra, un presidente che si sente in dovere di dichiarare che dopo questa esperienza lui resterà in politica come è naturale per chiunque ricopra incarichi a quel livello ma non sa ancora con chi e per che cosa, non è un politico in grado di guidare un paese come l’Italia.

Noi non abbiamo nulla contro la persona di Conte ma la sua guida del paese è pressoché nulla concentrata com’è sul mantenere unito ciò che non potrà mai essere unito per una lunga stagione politica.

Siamo alla gestione della quotidianità alla men peggio e spiace che un partito come il PD, partito nel quale oggettivamente c’è la maggiore concentrazione di esperienza politica, faccia la guardia ad un governo in cui l’agenda politica la detta un partito in dissoluzione come il movimento 5stelle che non a caso indicò Giuseppe Conte alla guida del governo.

Il nulla politico infatti non poteva che partorire il governo del nulla. 

2 commenti su “Conte? Non è paragonabile a Moro e Andreotti. di Paolo Cirino Pomicino

  1. Conte non conta e mai conterà nulla. Alle prossime elezioni sarà spazzato via dallo tsunami degli italiani… meglio mille sardine di un altro Conte!

  2. CONTE è il prodotto di una crisi sistemica. L’Italia ormai è in crisi sistemica, crisi che non risparmia Parlamento, Giustizia,…
    Moro ed Andreotti non si dovevano misurare con una Globalizzazione.
    Certi paragoni sono a mio umile avviso improponibili.

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