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Brexit. Il Regno Unito non è mai stato pienamente e sinceramente parte integrante dell’UE. di Gerardo Lisco

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di Gerardo Lisco. Le analisi e i commenti che ho letto in questi giorni sul risultato delle elezioni politiche nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord possono essere così riassunte:
1) anti europeisti e sovranisti che si esaltano per la vittoria di Boris Johnson, interpretando il dato come reazione all’egemonia di una UE germanizzata;
2) europeisti che leggono il risultato come foriero delle secessioni scozzese, nord irlandese e addirittura di Londra che diverrebbe una città – stato;
3) le sinistre socialiste pro Corbyn che stentano, però, a comprendere il perché del voto della working class ai Conservatori;
4) la sinistra liberal  che attribuisce la sconfitta di Corbyn al suo essere troppo di sinistra. Per quanto mi riguarda il risultato delle elezioni politiche in UK è da inquadrare nella Storia britannica e nella volontà delle elites di quel Paese di consolidare la posizione dell’UK  nel mondo anglosassone, che va ben al di là dei confini dell’UE.

Pertanto il voto Britannico è da leggere come la volontà di affermare la propria identità culturale, l’unico modo per tenere insieme lo Stato – Nazione Britannico in vista delle sfide che vengono dalla Globalizzazione. La rivista di geopolitica Limes ha affrontato il tema in un suo numero con un titolo significativo:  “La questione Britannica. Il piano inglese per salvare il Regno Unito. La vera partita del Brexit non è con l’UE ma contro i separatisti, sognando l’impero”. Ed è da qui che bisogna partire per analizzare il risultato evitando di darne una lettura funzionale ad alimentare il dibattito che anima la politica italiana.

Il Regno Unito non è mai stato pienamente e sinceramente parte integrante dell’UE, per esempio non ha mai neanche pensato di adottare l’euro. La Gran Bretagna è il cuore della cultura inglese e la cultura si veicola attraverso la lingua, essa condiziona il modo di pensare.

L’inglese è parlato nel mondo da mezzo miliardo di madrelingua e da 1.375 milioni di persone che la utilizzano come seconda lingua.

Gli Stati che fanno parte del Commonwealth delle Nazioni sono 53, di questi 16 riconoscono come sovrano la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Alcuni di essi sono micro entità statuali spesso indicate come stati canaglia a causa del ruolo che svolgono nell’ambito delle transazioni finanziarie a livello mondiale; altri (per es Canada e Australia) sono potenze economiche e finanziarie di primo piano. Gli Stati che fanno parte del Commonwealth  hanno una popolazione di 147 milioni di abitanti e un PIL che pone quest’area economica e politica al terzo posto nella graduatoria mondiale dopo USA e Cina e al quarto se consideriamo come una sola entità l’UE.

La vittoria del referendum pro brexit e la successiva vittoria dei conservatori vanno inquadrate nella cornice più ampia del mondo e della civiltà anglo sassone che oggi, potrà non piacere,  è ancora il modello culturale egemone a livello mondiale anche se sembra essere messo in discussione dalla Cina. Quando si parla di UK, come dicevo, si parla di una comunità culturale, economica e politica vasta.

Se prendiamo a riferimento il PIL come indicatore e sommiamo il dato del blocco geografico rappresentato da UK, USA e Canada scopriamo che esso rappresenta il 30% del Pil mondiale e i tre quarti del PIL dei Paesi che formano il G7. Se a questi dati aggiungiamo che culturalmente il modello di capitalismo britannico è altra cosa rispetto a quello dell’UE si comprende come la partita politica che le elites britanniche stanno giocando non è contro o a favore dell’UE. Una visione di questo genere è riduttiva e fuorviante.

Il capitalismo britannico è altra cosa rispetto a quello renano, il primo  è liberista, il secondo, che disciplina l’U.E.,  è ordoliberista.  Storicamente la Rivoluzione Industriale nata nel Regno Unito a partire dalla metà del XVIII secolo è stato il prodotto dell’ideologia liberale e quindi dell’individualismo proprio del mondo anglosassone che ha trovato nel mito della frontiera negli USA l’espressione massima.

Il liberalismo anglosassone è il frutto dell’antropologia di quel popolo.  John Locke  o Adam Smith,  teorici del Liberalismo, non potevano che nascere in quel Paese. Lo sviluppo del capitalismo britannico è stato sempre all’insegna del libero scambio che ha visto lo Stato evitare di intervenire nell’economia fiducioso nella “mano invisibile” teorizzata da Smith. Il Capitalismo nel Regno Unito si è sviluppato in modo diverso dal capitalismo francese, tedesco, italiano o giapponese.

La letteratura sul tema è vasta, significativo è il saggio di J. Alber dal titolo “Capitalismo contro capitalismo”, pubblicato all’indomani della fine dell’URSS,  dal quale appare in modo chiaro come il capitalismo non è un modello univoco. Il capitalismo si differenzia da Paese a Paese e le differenze nascono dalle diverse culture dei Paesi interessati. Anche la Cina è oggi un Paese capitalista ma non si può proprio dire che il capitalismo cinese e quello anglosassone sono la stessa cosa.

La crisi economica del ‘29 diede la stura a ipotesi di fuoriuscita dalla crisi diverse facendo emergere le differenze tra i diversi modelli di liberalismo e quindi di capitalismo. Ed è nelle soluzioni prospettate che sta la differenza tra il capitalismo britannico e quello franco – renano. Il capitalismo anglosassone è stato sempre sostenuto dall’idea che il mercato lasciato libero fosse in grado di trovare il punto di equilibrio e quindi il superamento della crisi, il liberalismo continentale parte dal presupposto che il mercato sia di per se imperfetto ed è per questa ragione che ha bisogno di essere disciplinato e regolamentato.

Da questa seconda ipotesi nasce l’ordoliberalismo che attraverso il disciplinamento dei cittadini crea le condizioni per il funzionamento del mercato. La differenza tra le due ideologie che stanno alla base dei due modelli di capitalismo è enorme. Il Liberalismo anglosassone è animato da una profonda fiducia nelle capacità dell’individuo e nel mercato come dato naturale; il capitalismo ordoliberista, anche esso Liberale, si caratterizza per una profonda sfiducia nell’individuo e quindi nel mercato.

Sono i presupposti filosofici ad essere diversi: ad ispirare il capitalismo britannico è Adam Smith e la sua opera più importante “La ricchezza delle nazioni”; ad ispirare il capitalismo tedesco è  Friedrich List e il suo “Sistema nazionale dell’Economia Politica”. Le differenze, non riguardano il solo sistema economico, attengono anche alle modalità secondo le quali i diversi sistemi sociali vengono tenuti insieme.

Per esempio  il Welfare State.  Nel Regno Unito il Welfare State arriva all’indomani della seconda guerra mondiale, nei Paesi dell’Europa continentale già a partire dalla fine dell’800 troviamo istituti che richiamano il Welfare State. Lo Stato sociale non a caso nasce in Germania, frutto dell’azione politica di un governo paternalista e conservatore e non nasce in Gran Bretagna paese antropologicamente  Liberale.

La fiducia nell’individuo proprio del mondo anglosassone fa si che l’assistenza ai poveri e ai bisognosi, se non affrontato in termini di ordine pubblico, venga rinviata all’opera caritatevole dei singoli individui. In Germania dove lo Stato Sociale nasce ad opera di Bismarck è il prodotto di una politica di coesione nazionale che mira a legare le classi sociali subalterne allo Stato e alle elites dominanti. Modello Capitalista e Welfare State sono fattori significativi che segnano la profonda differenza che esiste tra l’UK e l’UE.

Il sistema economico egemone neoliberista nasce nel Regno Unito della Thatcher e negli USA di Reagan. E’ la reazione Liberale agli anni “socialdemocratici” succeduti alla Seconda Guerra Mondiale. Si può dire che la vittoria Anglo – Americana contro la Germania nazista è la vittoria del Liberalismo anglo sassone contro il capitalismo teutonico. La fine della Guerra fredda con il crollo dell’URSS è ancora una volta la vittoria del modello culturale ed economico Liberale, proprio del mondo anglosassone, sia contro il modello economico comunista che contro il modello “socialdemocratico” che grazie alla mediazione del pensiero di Keynes, solo per inciso un Liberale, ha indirizzato per tre lustri le politiche economiche di diversi governi occidentali.

La “Fine della Storia” non ha segnato il trionfo di un modello univoco di Capitalismo. Il sistema economico capitalista ha trovato modo di svilupparsi in contesti culturali e politici che non hanno nulla a che vedere con la tradizione anglosassone rappresentata da UK e USA. Cina e Russia sono economie capitaliste e nel contempo illiberali ed anche antidemocratiche.  Capitalista è anche un paese come l’Arabia Saudita che non ha nulla a che vedere con la cultura Liberale propria del mondo anglosassone. In sostanza il risultato delle recenti elezioni britanniche non può essere letto solo come semplice contrapposizione tra UK e UE.

Una tale lettura sarebbe riduttiva; il senso di quel  voto è molto più profondo e attiene all’identità anglosassone. Come è successo all’epoca della Grande Guerra e successivamente durante la Seconda Guerra Mondiale il mondo anglosassone, al di qua e al di là dell’Atlantico, si è sempre unito per difendere la propria identità in primo luogo culturale. La Globalizzazione nasce con la vittoria del mondo anglosassone contro l’URSS, anche in questo caso le sponde dell’Atlantico si sono riunificate all’insegna del pensiero neoliberale e di quella che è passata alla storia come Reganomics. Nei momenti cruciali le due sponde dell’Atlantico hanno sempre trovato le giuste intese.

La Guerra in Iraq è un altro esempio. Blair leader Laburista ha mentito sulle armi chimiche nascoste da Saddam pur di sostenere la politica estera degli USA . Altro esempio di cooperazione particolare tra i Paesi che fanno parte del mondo anglosassone è  rappresentato dall’accordo denominato Five Eyes ( FVEY ) in materia di sicurezza e di spionaggio.

Oggi la Globalizzazione che parla e pensa in inglese è messa in discussione dall’ascesa economica, politica e militare Cinese.

Per porre un freno a tale ascesa le elites britanniche pensano che bisogna inserirsi nei mutamenti in corso a livello mondiale riposizionandosi in quella parte di mondo che hanno contribuito a costruire a partire dal XVIII secolo e in quel mondo si parla e si pensa in inglese. Questo è il significato intimo del voto britannico per Boris Johnson.

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2 Risposte a “Brexit. Il Regno Unito non è mai stato pienamente e sinceramente parte integrante dell’UE. di Gerardo Lisco”

  1. Solo noi italiani siamo rimasti in gabbia come dei polli e questa gabbia si chiama Unione Europea, un’unione in realtà di Francia e Germania contro tutti, soprattutto contro noi italioti che ancora crediamo alla Befana!

  2. Non è un caso che il grandissimo Giulio Cesare non riuscì a sottomettere l’intera Britannia.
    Non è un caso che l’impero britannico era di 1.000.000 di Kmq.
    Gli inglesi perdono le battaglie ma vincono sempre le guerre.
    Gli inglesi sono un popolo con gli “attributi”.
    Bisogna capirlo e bisognerebbe IMITARLI: imitare i migliori è sempre una scelta intelligente.
    Spaghetti, mandolino, calcio,…., non funzionano e la Storia lo dimostra.
    La nostra genialità da solanon basta. Se non si eliminano:menefreghismo, opportunismo, il ritenersi sempre più FURBI, l’Italia continuerà a navigare come una zattera, sta a galla ma la maggioranza di noi è con i piedi bagnati.

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